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Un aereo che si costruisce mentre è già in volo. Con questa metafora Bakari Sellers, ex deputato della Carolina del Sud, ha descritto perfettamente ciò che sta accadendo nell’headquarter in Delaware.

Innanzitutto, c’è stato un necessario cambio di strategia; la campagna, dopo un primo comprensibilmente agitato inizio, ora comincia ad avere una direzione chiara. E soprattutto non ha aspettato la formalità della convention per iniziare le proprie attività di riadattamento in corsa. E giustamente: il tempo è poco e la sfida consiste nel tradurre in poche settimane un lavoro di organizzazione e coinvolgimento che solitamente richiede mesi (o anni).
Un punto di partenza cruciale è la costruzione della notorietà. Kamala Harris ha già fatto campagna come vicepresidente di Biden, ma correre come candidata presidente richiede un aumento della sua visibilità, e di lavorare su di una leadership competente e determinata, in grado di sedersi sulla sedia più importante del mondo.

Ma colmare una mancanza di notorietà significa anche avere l’opportunità di definirsi e presentarsi agli elettori nel modo più efficace possibile. E fin dalle prime apparizioni dopo il ritiro di Biden, Kamala Harris ha iniziato a raccontarsi, condividendo la sua storia. Come procuratore generale, dice lei stessa, ha affrontato “ladri, molestatori, truffatori” e ha sottolineato la sua familiarità con “quei tipi”, in un chiaro rimando a Trump. In questo senso il soprannome di “Kamala the cop”, che molti vedevano come un punto debole, sembra non essere più solo un rischio.

Intanto, il comitato Trump sta cercando di individuare i messaggi più incisivi contro la neo-candidata: alcuni spot sono già partiti, e attaccano Harris su l’immigrazione e la criminalità, temi cari a Trump. Tuttavia, al momento, la candidatura di Kamala non sembra avere molti altri punti deboli su cui puntare, almeno secondo il racconto che ne fanno i media repubblicani. Un memo repubblicano (preparato già a maggio, evidenziando come il GOP era già pronto all’eventualità di un cambio in corsa) elenca alcuni tratti, ma sono più personali che politici: molti repubblicani insistono sul suo ridere sguaiatamente e su alcune stranezze, come la “passione” per i diagrammi di Venn e qualche gaffe occorsa in questi anni.

Eppure la grande forza di Kamala Harris è sicuramente quella di aver tolto a Trump un argomento importante (ovvero Biden) e, soprattutto, di aver portato una ventata di novità alle elezioni, bloccando il momentum di Trump.

E il futuro potrebbe andare ancora meglio: le ingenti donazioni ricevute in queste ore l’aiuteranno a capire quali messaggi utilizzare, a raggiungere nuovi elettori e a identificare il miglior modo per presentarsi, evitando la tentazione di parlare di sé solo come una donna asiatica-americana e mitigando il rischio di diventare una candidata più simbolica per la sua storia che per le sue proposte: su questo Trump punterà molto.

La vera sfida sarà privare Trump anche degli argomenti sul genere e sulla provenienza, sull’importanza di questa elezione e sulla svolta storica che significherebbe, puntando invece solo su competenza, leadership e visione. E lasciando così la “quota” solo all’aereo in volo.

(Official White House Photo by Carlos Fyfe)

Kamala Harris, un aereo in volo. Il commento di Carone

La vera sfida sarà privare Trump degli argomenti sul genere e sulla provenienza, sull’importanza di questa elezione e sulla svolta storica che significherebbe, puntando invece solo su competenza, leadership e visione. E lasciando così la “quota” solo all’aereo in volo. Il commento di Martina Carone

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