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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo il commento di Tino Oldani apparso su Italia Oggi.

L’imprenditore Diego Della Valle, da anni amico di Matteo Renzi, gli suggerisce di lasciar perdere le riforme costituzionali fatte con le «spallate», e di concentrarsi piuttosto sull’economia, «che oggi è la priorità assoluta. Perciò mi auguro che Renzi, a settembre, presenti un vero piano di sviluppo industriale del Paese, prendendosi il tempo che serve, ma facendoci capire in che direzione andiamo». Puro buonsenso. Ma Della Valle non è il primo a invocare un piano industriale: il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, lo chiede praticamente da anni, una giaculatoria fissa nei suoi discorsi, ma nessun governo gli ha dato finora la benché minima risposta. Il che non stupisce: come documenta un bel libro di Filippo Astone (La riscossa; Magenes), «in Italia non esiste una politica industriale degna di questo nome da almeno trent’anni». Una lacuna non da poco, visto che in Europa, secondo le statistiche, siamo la seconda manifattura dopo la Germania. Il che pone però una domanda su chi ne abbia il merito: i governi, oppure i piccoli e medi imprenditori italiani?

Il libro di Astone spazza ogni dubbio: negli ultimi decenni tutti i grandi Paesi si sono dati una politica industriale, tranne l’Italia. «Una politica industriale comporta il coraggio di decidere, se e come favorire certi settori (automobile, aerospazio, informatica, chimica), o tipologie di attività (agricoltura, meccanica, servizi, turismo, ricerca) eventualmente a scapito di altre. Tutto ciò, ovviamente, deve avvenire nel rispetto delle norme di legge, degli impegni assunti e dei trattati internazionali». Ma questo è esattamente ciò che i governi italiani non hanno fatto. O meglio: l’hanno fatto nel primo dopoguerra, quando i governi democristiani (in testa quello di Amintore Fanfani) fecero decollare le partecipazioni statali, di cui l’Eni rappresenta tuttora un esempio positivo.

Ma poi, a seguito delle nuove dottrine economiche secondo le quali solo il libero mercato sarebbe stato capace di fare crescere l’economia, in Europa cambiò la musica: basta con le industrie di Stato, e soprattutto basta con gli aiuti pubblici alle imprese. Risultato: in Italia l’industria pubblica è quasi scomparsa (tranne l’Eni), e soltanto grazie all’inventiva dei piccoli e medi imprenditori del Made in Italy ci siamo ritagliati un posto nell’industria mondiale.

La crisi iniziata nel 2008 ha però colpito duramente la nostra manifattura, che non aveva alle spalle due requisiti fondamentali. Non aveva i capitali, e dovendo fare un continuo ricorso al credito bancario, si è trovata senza più ossigeno. Ma, ciò che è peggio, non aveva dietro di sé una strategia industriale sostenuta dal governo. E non è un caso se ora ci sono in Italia ben 150 «punti industriali» in crisi.

Negli altri paesi del G7 non è stato così. Astone spiega che la Francia «non ha mai smesso di fare politica industriale, nemmeno negli anni in cui il neo-liberismo sembrava avere conquistato anche la sinistra francese». Perni di questa politica sono stati la Conférence nationale de l’industrie (governo, sindacati e imprese), che ha sostenuto, in modo sistematico, il manifatturiero nei settori considerati strategici. E dal 2012 alla Conférence nationale si è affiancata la Banque publique d’investissement (Bpi), per il supporto finanziario alle piccole e medie imprese. Il più convinto assertore di questa politica è stato Arnaud Monteborg, ministro dello Sviluppo nell’ex governo Ayraud, che delle difesa delle imprese francesi dalle «multinazionali predatrici» ha fatto una bandiera. Si è così guadagnato una tale notorietà che il nuove premier, Manuel Valls, lo ha voluto accanto a sé alla guida del ministero dell’Economia, al posto di Pierre Moscovici, estromesso dal governo e spedito ora in Europa come commissario nell’esecutivo di Jean Claude Juncker.

Zitta zitta, anche la Germania di Angela Merkel ha impegnato fondi dello Stato per aiutare la sua manifattura: nel 2007 ha creato la High-Tech Strategy for Germany, che ogni anno finanzia progetti innovativi intorno ai quali vengono poi creare nuovi distretti tecnologici. Un’iniezione di almeno due miliardi di euro l’anno, che hanno consentito all’industria tedesca di restare all’avanguardia tecnologica mondiale. Anche l’Inghilterra, a dispetto della tradizione liberista, ha scelto l’interventismo pubblico nella politica industriale proprio per rilanciare il settore manifatturiero, creando nuovi centri di ricerca tecnologica, con più finanziamenti agevolati alle pmi.

Ma il caso più sorprendente è quello degli Stati Uniti, dove Barack Obama, che non ne ha azzeccata una in politica estera, ha centrato l’obiettivo della reindustrializzazione. Sconfessando le teorie sul libero mercato, Obama ha messo in pratica una politica fortemente keynesiana, con l’obiettivo dichiarato di sviluppare una manifattura d’avanguardia, dopo un declino ventennale. L’industria dell’auto, che negli Usa era moribonda, è stata il primo capitolo di questa politica, che sta raccogliendo successi in più Stati: la Fiat-Chrysler è uno di questi. Una nuova istituzione, il National Network for Manufactoring Innovation (Nnmi), ha l’obiettivo di creare nei prossimi dieci anni almeno 45 manufactoring hubs per lo sviluppo e la commercializzazione dei prodotti manifatturieri Usa ad alta intensità tecnologica, per non lasciare il primato in questo settore a concorrenti come Germania, Cina e India.

Risultato: finora il manifatturiero Usa ha creato 620 mila nuovi posti di lavoro, e l’intera economia è in ripresa. È la conferma più eloquente che fare un piano industriale significa avere il coraggio di scegliere il futuro del proprio Paese. Se Renzi ha questo coraggio, è ora che lo dimostri.

Ecco chi fa davvero politica industriale

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