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Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, indossato il cappello di Indiana Jones, l’avventura “alla ricerca della flessibilità possibile” parte lunedì. Spetterà a lui, come ministro del Paese che guida il semestre, impostare la nuova politica economica dell’Europa.

Padoan ne ha già parlato con il ‘collega’ tedesco Schaeuble. L’asse tra i due, al di là delle apparenze del confronto tra Italia e Germania, è saldissimo. Hanno già fissato un percorso a tappe e, subito dopo, scritto a quattro mani un intervento sul Wall Street Journal.

La parola ”flessibilità” andrà declinata, per individuarne i limiti applicativi, solo alla fine di un percorso che parte da una premessa chiarissima: non si cambiano i trattati europei. Semmai si cerca quella che, in un percorso a tappe ben definite, potrà essere l’ elasticità necessaria e possibile nell’ambito delle regole che già esistono. ”Noi crediamo – hanno scritto i due ministri – che la crescita può essere raggiunta applicando in pieno l’attuale intelaiatura finanziaria europea”.

L’Agenda economica italiana per il semestre italiano ha una strategia progressiva, fatta da un passo dopo l’altro. In inglese si direbbe che prevede roadmap. Ma, a dire il vero, il percorso delineato appare avere i legami logici della dialettica hegeliana. Tesi, antitesi, sintesi. Senza toccare gli architravi delle regole europee. Detto in altre parole: la soglia del 3% per il deficit sarà pure una convenzione difficile da spiegare, ma è prevista da Maastricht e non si tocca. Lo stesso vale per gli obiettivi di rientro di debito e deficit, che devono puntare al 60% del Pil e al pareggio di bilancio. Semmai si può tornare a ragionare, e questa volta concretamente, su quali investimenti escludere dal patto di Stabilità per favorire lavoro e sviluppo. Sarebbe questa la flessibilità possibile

Il ministro italiano, che come ex segretario generale dell’Ocse ha già una certa abitudine ai vertici internazionali, ha preparato con attenzione il terreno. E’ volato a Berlino, Parigi, Madrid. Ha incontrato, a Roma e all’estero, i ministri dell’economia di molti Paesi. L’asse con la Germania è forte. La strategia condivisa. E quando Wolfgang Schaeuble afferma che ”bisogna attenersi a quello che e’ stato concordato” è proprio a questo percorso che si riferisce.

Si parte dalle regole finanziarie che governano l’euro e l’Unione Europea, che non si toccano. Poi, fissata la premessa, la prima casella del processo passa per l’identificazione degli obiettivi che la ”nuova” Europa si pone.

Padoan e Schaeuble lo hanno scritto chiaramente. Le parole chiave sono ”crescita sostenibile” e ”occupazione”. Scontato che tutti siano concordi. Il passo successivo è invece meno automatico: riguarda la definizione degli strumenti che bisogna mettere in campo per raggiungere gli obiettivi. E’ questo lo snodo delle “riforme” su cui è richiesto l’impegno, congiunto, dei vari Paesi, Italia compresa: ridurre le inefficienze della burocrazia pubblica, migliorare la giustizia amministrativa, affrontare i nodi del mercato del lavoro.

E’ qui che si arriva allo snodo dei conti pubblici. L’obiettivo finale del percorso è quello di identificare con precisione, nero su bianco, i margini di flessibilità possibili all’interno delle regole date per centrare gli obiettivi prefissati. Tanti aggettivi per dire che, una volta seguito il percorso logico, bisognerà tornare a discutere se vale la pena scorporare dai conti – ma questa volta in modo concreto – i fondi che servono per i progetti co-finanziati dall’Ue, oppure se scegliere di defalcare quelli per le infrastrutture, o ancora quelli per la formazione. E’ questa la flessibilità possibile di cui si parla nei documenti europei. Non c’è, al momento, altra chiave di lettura.

Per l’Italia sarebbe già una vittoria. Anche se è chiaro che per Indiana Padoan il Sacro Graal è la maggiore agibilità che deriverebbe dal rinvio di un anno del pareggio di bilancio, visto che ora – con una crescita al lumicino – il Paese cammina sul filo di lana delle regole europee. Ma ad esprimere una valutazione sul possibile rinvio sarà il ‘’governo’’ dell’Europa, non i Paesi: la commissione europea, o meglio la nuova commissione europea. Che deciderà in autunno. Ovviamente tenendo conto dei nuovi obiettivi e anche degli strumenti definiti dal consiglio. Nei quali manovre correttive ‘lacrime e sangue’, al momento, non sembrano proprio contemplate.

L’intervento si può leggere sul blog di Chiominto qui

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