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Questa settimana (il 13 giugno) scade la consultazione aperta dal Governo sulle linee guida per una riforma del terzo settore. Le linee guida sembrano poi destinate a confluire nel Disegno di Legge delega che sarà approvato dal Consiglio dei Ministri il giorno 27 giugno.

A pochi giorni dalla chiusura dell’iniziativa, è il caso di lanciare una provocazione. Il mondo istituzionale (il Governo, appunto), il mondo dell’economia internazionale (con la task force del G8 sull’impact investing) e quello accademico (vedi la consultazione lanciata a Perugia da Iris Network) sembrano uniti nella ricerca di indicatori, misuratori, definizioni che sappiano racchiudere il concetto di “etico” o “responsabile” o “sostenibile” o “di impatto”. Si cercano mattoni definitori, perché è su quei paletti che si costruirà la casa regolatoria che consentirà di iscriversi a liste, di accedere a categorie privilegiate, di fregiarsi di etichette e, talvolta, di godere di sconti fiscali o agevolazioni amministrative.

È l’approccio giusto?

Ci sono almeno due aspetti da mettere in dubbio. Innanzi tutto, quello del premio. Un investimento, un’attività, un’impresa che oggi si dica sostenibile, dovrebbe aver superato le motivazioni per così dire “secondarie” delle proprie scelte. Una decisione consapevole, in altre parole, dovrebbe prescindere da compensazioni o lavaggi di coscienza (se non di immagine), per abbracciare come primum movens l’idea di aver invece compiuto un passo in direzione del modello di mercato e società del domani. E, questo, a livello individuale, imprenditoriale, associativo.

Ma è pur vero che, per accelerare i processi, un incentivo non guasta. È convinzione diffusa che quella attuale sia ancora una fase che necessita di compromessi: ben vengano occasioni di extra-guadagno per chi approccia la finanza Sri, se questo può finalmente consentire che essa superi i punti critici dimensionali per divenire fenomeno di massa.

Ma una volta accettato il principio del premio, la domanda diventa: per aggiudicarselo, le regole del gioco devono continuare ad arrivare dall’alto? Finora questa impostazione ha creato fallimenti piuttosto vistosi. Si pensi alla legge sull’impresa sociale: la 155 del 2006, in base all’osservatorio dell’Università di Firenze, ha portato a iscriversi all’apposito elenco nelle Camere di commercio la sconcertante cifra di 560 aziende in tutta Italia. Un deserto, se c’è chi ritiene attive sul territorio almeno 100mila imprese sociali di fatto.

Più recente e anche più clamoroso il fallimento relativo all’esclusione dei fondi etici dall’applicazione della Tobin Tax. Quando fu introdotta, la tassa sulle transazioni finanziarie (Ftt) suscitò molto interesse e molte aspettative poiché prevedeva l’esenzione, appunto, delle «transazioni e operazioni relative a prodotti e servizi qualificati come etici o socialmente responsabili». Ma le buone intenzioni del legislatore si scontrarono con le complessità di individuare, secondo legge, quelli che erano i soggetti effettivamente beneficiati dall’esenzione. Col risultato che, qualche mese più tardi, in giugno, lo stesso Ministero decretò la retromarcia, chiarendo che «gli acquisti di azioni e le operazioni in derivati effettuati da fondi etici o nell’ambito di gestioni di portafogli qualificati come etici o socialmente responsabili sono soggetti alla Ftt in quanto nessuna esenzione è prevista in relazione alla fattispecie».

Il fallimento relativo alla Tobin Tax dovrebbe insegnare molto a chi si prepara a redigere la Riforma del terzo settore, visto che nelle linee guida poste in consultazione si prospetta la «definizione di un trattamento fiscale di favore per “titoli finanziari etici”, così da premiare quei cittadini che investono nella finanza etica i loro risparmi».

Cosa saranno questi titoli etici? Quale sarà il criterio per individuarli? Come riuscirà il Governo a creare quella casella a lungo inseguita, quasi fosse la pietra filosofale dell’economia sociale e sostenibile?

Poiché sembra ancora difficile individuare questa “mistica” linea di demarcazione, disegnandone i contorni dall’alto, potrebbe essere il caso di ribaltare l’approccio. E immaginarne i contorni disegnati dal basso.

Adottare un principio di individuazione opposto, ossia partendo dal basso, si traduce nell’assegnare agli stessi soggetti coinvolti il potere di scegliere la propria “collocazione”. La definizione di impresa sociale, di iniziativa etica, di investimento a impatto, insomma, andrebbe associata alla scelta statutaria (o contrattuale) alla base dell’iniziativa stessa. Sarà ciò che sta scritto in quello statuto (o in quel contratto) a definire impegni e doveri. Nonché le responsabilità del mancato rispetto degli stessi.

I precedenti, del resto, già esistono. Le B Corp americane sembrano suggerire una strada alternativa di grande suggestione. È evidente che l’intero sistema regolatorio (a iniziare dalle Camere di commercio) andrebbe ribaltato. Ma, appunto, la suggestione è forte.

Circa un anno fa ETicaNews raccontò della prima B Corp all’italiana. È tuttora uno degli articoli più letti e apprezzati.

Il Governo non imponga un'etica per legge

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