Intervista al vicepresidente di Ance con delega ai lavori pubblici, Edoardo Bianchi: “Chiediamo un provvedimento ponte nazionale e straordinario che prescriva alle pa di adeguare il prezzo dei contratti di appalto in misura proporzionale all’incremento del costo delle materie prime”. Le opere pubbliche del Pnrr? “In moltissimi casi mancano persino i progetti, l’Italia rischia”

Costo delle materie prime e prezzo dei contratti di appalto, messa a punto finale dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, accesso delle piccole e medie imprese alle procedure di aggiudicazione delle pubbliche amministrazioni. L’Italia prova a correre lungo la strada tracciata dal Pnrr, ma le difficoltà e i nodi da sciogliere, come in fondo è naturale che sia, non mancano in alcun settore.

A tal proposito sono tre in particolare le questioni che preoccupano maggiormente le aziende di costruzioni e che rischiano, a loro avviso, di bloccare il Paese dal punto di vista delle opere pubbliche e delle infrastrutture. Aspetti denunciati con forza dal vicepresidente di Ance con delega ai lavori pubblici, Edoardo Bianchi, in questa intervista rilasciata a Formiche.net.

Cominciamo dal primo problema, l’aumento del costo delle materie prime. Come sta impattando sulle imprese chiamate fisicamente a realizzare le opere pubbliche nel nostro Paese?

Impatta moltissimo ovviamente e richiede interventi immediati per invertire la rotta.

Verso quale direzione?

Guardi, tutti i progetti che stanno per essere aggiudicati hanno un prezzo che non è corretto perché superato dai tempi. Per essere molto chiari, questo vuol dire che il corrispettivo previsto a favore dell’impresa affidataria è troppo basso alla luce dell’aumento vertiginoso che sta interessando, ormai da oltre un anno, i materiali da costruzione e le materie prime più in generale.

Con questi aumenti, in pratica, i contratti delle imprese di costruzione (e non solo) con la pubblica amministrazione sono andati fuori mercato. È così?

I prezziari vengono adeguati con cadenza annuale, ma quest’anno non è ancora avvenuto. Lo devono fare le singole stazioni appaltanti che vi sono tenute per legge secondo quanto previsto dall’attuale codice degli appalti, salva la possibilità di continuare ad applicare nel primo semestre dell’anno in corso i prezzi di quello precedente. Una norma di sicuro valida per tempi per così dire di pace, ma che risulta certamente insufficiente in virtù degli squilibri in corso sul mercato edile nazionale e internazionale.

In quest’ottica cosa pensa che occorra fare?

Per far fronte a questa situazione eccezionale, come imprenditori chiediamo un provvedimento ponte di carattere nazionale e di natura straordinaria che prescriva alle pubbliche amministrazioni di adeguare il prima possibile, sin da subito, il prezzo dei contratti di appalto in misura direttamente proporzionale all’incremento del costo delle materie prime.

Altrimenti?

Se ciò non dovesse accadere, se cioè continuassimo ad aggiudicare gli appalti a questi prezzi e a queste condizioni, le imprese affidatarie non sarebbero certamente in grado di rispettare quanto pattuito. Lo diciamo oggi, ancor prima di sapere quale azienda si aggiudicherà la costruzione di chissà quale infrastruttura.

C’è realmente questo rischio?

È matematico che vada così, perché c’è troppa distanza tra il valore dell’appalto e i costi che gli operatori devono sostenere per via dei rincari. Ci troveremmo di fronte a numerosissime opere di fatto bloccate per l’impossibilità dell’appaltatore di portarne a compimento la realizzazione secondo quanto previsto nel contratto di appalto.

Vale ovviamente anche per le opere del Pnrr, giusto?

A maggior ragione per quelle opere per le quali, nel caso da scongiurare di eventuali stalli nel processo di realizzazione, rischiamo addirittura di dover restituire le relative risorse all’Europa. Un pericolo che, com’è evidente, non possiamo minimamente permetterci di correre.

Il secondo problema principale che denunciate, invece, qual è?

Che, ferrovie a parte, ci troviamo in una condizione di totale assenza di progetti esecutivi e in alcuni casi pure di quelli definitivi.

Addirittura. Ma che vuol dire concretamente?

Che siamo praticamente allo stadio iniziale. In sostanza, sappiamo quali sono le opere che intendiamo realizzare ma in molti casi ci troviamo dal punto di vista progettuale in una fase del tutto preliminare.

Dunque il problema è alla base. Ma davvero siamo messi così male?

Purtroppo la situazione è questa. Dobbiamo dircelo se vogliamo cambiarla. Badate bene, siamo ancora in tempo per riuscirci, a patto però che si mettano in campo subito tutti i correttivi necessari. Salvo qualche rara eccezione positiva, le stazioni appaltanti sia centrali che locali di regola mancano ancora dei progetti, che sono ovviamente necessari per far partire le aggiudicazioni dei lavori e iniziare a cantierare le opere.

Come imprenditori quindi cosa proponete per sciogliere questa matassa?

Crediamo che si debba continuare a seguire la strada tracciata con il decreto Sblocca Cantieri prima e il Semplificazioni bis dopo: questi due provvedimenti, di modifica del codice degli appalti, hanno stabilito che le pubbliche amministrazioni possano tornare a ricorrere all’appalto integrato. Ecco, si tratta di estendere sempre di più questa possibilità.

Vuol dire utilizzare un solo contratto con cui chiamare l’impresa non solo a effettuare i lavori ma pure a realizzare o integrare il progetto?

Esatto, proprio così. Ovviamente, però, non si potrebbe chiedere alle imprese di costruzioni di progettare i lotti delle grandi infrastrutture del Paese. Ergo, l’appalto integrato andrà più che altro utilizzato per le opere di manutenzione, ripetitive o di messa in sicurezza del territorio.

E siamo al terzo elemento di preoccupazione. Perché temete che la stragrande maggioranza delle aziende rischi di rimanere esclusa dai progetti del Pnrr?

Perché di fatto le opere del Pnrr saranno realizzate con le previsioni dello Sblocca Cantieri, del Semplificazioni e del Semplificazioni bis. Queste tre norme hanno reso ordinaria la procedura negoziata, con la quale le pubbliche amministrazioni non sono chiamate a effettuare la gara ma a negoziare, appunto, le condizioni dell’appalto direttamente con le imprese consultate.

Ovvero senza gara?

Sì, la fase di gara è stata contingentata e compressa, anzi addirittura eliminata, partendo dall’equivoco che sia proprio in quella fase che si annidano i maggiori ritardi nella realizzazione delle opere pubbliche di cui il nostro Paese soffre così tanto. Non è così invece. E poi la questione non finisce qui.

Che altro c’è?

Il tema è la pubblicità delle procedure negoziate, che è praticamente inesistente. Prima – nella versione originale del codice, in cui la procedura negoziata rappresentava l’eccezione – un po’ di pubblicità era prevista, che si trattasse della pubblicazione dell’avviso sull’albo della stazione appaltante o sulla Gazzetta Ufficiale.

Adesso invece non c’è più?

No, non c’è più. E la conseguenza, com’è chiaro, è una situazione di potenziale opacità, come ha affermato anche il presidente dell’Anac Giuseppe Busia nella sua relazione annuale. Ma dico di più: sarebbe la morte delle piccole e medie imprese. Se faticano così tanto a sapere che è in corso una certa procedura, come possono proporsi per prendervi parte? Quanto agli inviti da parte delle stazioni appaltanti, è necessario che vengano fatti secondo un principio di rotazione e che siano resi noti i criteri sulla base dei quali vengono effettuati. C’è però un ultimo profilo da sottolineare a questo proposito.

Quale?

Quello che riguarda le famose Ati, le associazioni temporanee di imprese. Stiamo parlando dello strumento che per 30 anni ha consentito alle imprese edili italiane di continuare a crescere e poi negli ultimi 20 di non fallire di fronte alla crisi economica che ha colpito il settore.

Qual è il problema in tal senso?

Che la procedura negoziata, per come è strutturata oggi, di fatto non permette più alle imprese di presentarsi in un raggruppamento per vincere un appalto. Se le procedure non sono praticamente conoscibili e vi si riesce a partecipare quasi esclusivamente tramite invito, è evidente che sarà difficilissimo fare ricorso a un’associazione temporanea di imprese per ottenere il contratto e quindi i lavori.

A questo riguardo cosa proponete?

Che sia previsto un adeguato regime di pubblicità delle procedure negoziate in modo che le aziende, anche quelle che intendono poi raggrupparsi in un’associazione temporanea, possano chiedere di parteciparvi. Altrimenti, se le carte continueranno a darle in totale autonomia solo le stazioni appaltanti, sarà impossibile per le piccole e medie imprese provare a ottenere gli appalti. E questo inevitabilmente contribuirà a mandarle ancora di più in crisi.

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