La sanatoria varata da Madrid rilancia il tema irrisolto dell’immigrazione europea: decisioni nazionali che, in assenza di un vero governo comune, producono effetti immediati sull’intero spazio Schengen. Tra sicurezza interna, movimenti secondari e vuoti di governance, il caso spagnolo evidenzia i limiti strutturali dell’approccio UE alla libera circolazione
La riforma dell’immigrazione promossa dal governo spagnolo riporta al centro del dibattito europeo una questione che Bruxelles continua sistematicamente a rinviare: come politiche nazionali di regolarizzazione possano produrre effetti diretti sulla sicurezza dell’intero spazio Schengen, in assenza di controlli comuni e di una reale responsabilità condivisa.
Madrid giustifica la riforma con argomenti concreti: carenza di manodopera, invecchiamento demografico, arretrati nelle pratiche di asilo e soggiorno. L’ampliamento dei canali legali e la sanatoria degli irregolari già presenti sul territorio vengono presentati come soluzioni pragmatiche. Ma inserite nel contesto della libera circolazione europea, queste misure assumono una dimensione ben più critica, soprattutto sul piano dell’ordine pubblico, della prevenzione del crimine e della sicurezza interna.
Regolarizzazione in Spagna, mobilità incontrollata in Europa
Una volta ottenuto un permesso di soggiorno in un Paese Schengen, le frontiere interne cessano di esistere. La mobilità diventa automatica, anche se lo status giuridico è stato concesso sulla base di criteri nazionali spesso disomogenei e, in alcuni casi, poco stringenti. È uno dei pilastri dell’Unione europea, ma anche uno dei suoi più pericolosi vuoti di governance.
Il problema non è l’immigrazione in quanto tale. Il problema è che decisioni prese a livello nazionale producono conseguenze immediate e potenzialmente irreversibili su scala continentale, senza strumenti comuni di monitoraggio, tracciabilità e controllo post-regolarizzazione. La sanatoria spagnola non resta confinata al mercato del lavoro iberico: si riflette automaticamente su Francia, Germania, Italia e sull’intero spazio Schengen.
Il caso pakistano: numeri, profilo e segnali di rischio
Il nodo sicurezza emerge con particolare forza osservando la comunità pakistana, una delle più numerose tra quelle non UE presenti in Spagna. Le stime ufficiali e consolari parlano di oltre 110.000 cittadini pakistani, concentrati soprattutto in Catalogna, dove nel 2024 se ne contavano più di 59.000. Le stime sull’irregolarità, secondo fonti investigative e associative, raddoppiano questi numeri.
Si tratta in larga parte di uomini soli, spesso in età lavorativa e potenzialmente militare, inseriti in circuiti di lavoro informale, con bassi livelli di integrazione linguistica e sociale. Il governo spagnolo ha dichiarato che la riforma potrebbe portare alla regolarizzazione di fino a 500.000 immigrati irregolari. Sebbene non esistano dati ufficiali per nazionalità, è plausibile che decine di migliaia di pakistani rientrino tra i beneficiari.
I segnali sono già evidenti. A Barcellona si sono formate lunghe code davanti al consolato pakistano per ottenere i certificati penali necessari alla sanatoria. Un dato che indica chiaramente come la riforma venga percepita non solo come stabilizzazione in Spagna, ma come un passaggio strategico per accedere alla piena mobilità europea.
Moschee informali, sfruttamento e radicalizzazione: le preoccupazioni delle forze di sicurezza
Le forze dell’ordine europee segnalano da anni come la presenza di consistenti nuclei di immigrati clandestini, soprattutto maschili e concentrati in aree urbane o agricole degradate, favorisca la nascita di luoghi di culto informali o non registrati, spesso sottratti a qualsiasi forma di controllo istituzionale.
In diversi Paesi europei, Italia compresa, indagini giudiziarie hanno mostrato come moschee clandestine e centri di preghiera improvvisati possano diventare spazi opachi, vulnerabili a influenze radicali, predicazione estremista o interferenze esterne. Non si tratta di una questione religiosa, ma di assenza di trasparenza e supervisione, che rende impossibile qualsiasi prevenzione efficace.
A ciò si aggiunge il rischio di criminalità diffusa: lavoro nero, sfruttamento agricolo, falsificazione documentale, traffici illeciti e intermediazione criminale. La clandestinità è il terreno ideale per lo sfruttamento, ma anche per il reclutamento e la radicalizzazione, soprattutto quando si combinano isolamento sociale, precarietà economica e assenza di prospettive.
Movimenti secondari e dissoluzione delle responsabilità
I ministeri dell’Interno europei conoscono bene il fenomeno dei movimenti secondari: migranti regolarizzati in un Paese che si spostano rapidamente verso altri Stati con economie più forti e sistemi di welfare più generosi. Questi spostamenti avvengono spesso senza alcuna tracciabilità reale, aggravando le criticità di sicurezza.
Nel caso dei flussi pakistani, il rischio non riguarda l’origine nazionale in sé, ma la combinazione di numeri elevati, profilo maschile, bassa integrazione e provenienza da un’area geopoliticamente sensibile, in un contesto europeo già segnato da radicalizzazione, terrorismo e criminalità transnazionale.
Vuoti di governance e fallimento europeo
La riforma spagnola mette a nudo una contraddizione strutturale dell’Unione europea: solidarietà proclamata, ma capacità di governo insufficiente. Senza criteri comuni di sicurezza, banche dati interoperabili, controlli post-sanatoria e cooperazione reale tra intelligence, ogni regolarizzazione di massa produce inevitabilmente zone grigie.
L’Europa ha già visto come queste falle vengano sfruttate. Le reti criminali e i circuiti estremisti si muovono con rapidità e flessibilità, molto più delle istituzioni. In questo quadro, anche riforme formalmente umanitarie rischiano di indebolire il controllo dello spazio europeo.
Il vero rischio è la perdita di controllo
La Spagna non è l’unico problema. Il problema è un’Europa che continua a delegare la sicurezza a decisioni nazionali scollegate, mantenendo però un regime di libera circolazione totale.
La riforma spagnola e il suo impatto su comunità numerose come quella pakistana dimostrano che la libera circolazione senza governo comune non è apertura: è perdita di controllo.
E la perdita di controllo, in un continente già sotto pressione sociale, politica e di sicurezza, non è più un rischio teorico. È una realtà che l’Europa non può più permettersi di ignorare.
















