Dal “51esimo Stato Usa” al possibile “ventottesimo membro Ue”: l’idea di avvicinare il Canada all’Unione è più simbolica che realistica, ma riflette un riassetto geopolitico. In un Occidente sotto pressione, Ottawa e Bruxelles cercano nuove forme di cooperazione strategica. Il commento di Giovanni Castellaneta
Qualche mese fa, con una delle sue tante dichiarazioni un po’ velleitarie e poco rispettose dell’etichetta diplomatica, Donald Trump aveva auspicato che il Canada diventasse il “51esimo Stato degli Usa”. Oggi, invece, si parla del Canada come possibile “ventottesimo Stato membro dell’Unione europea”. È una provocazione? Un paradosso? L’idea, lanciata la scorsa settimana a Yerevan durante il summit della Comunità Politica Europea, è sicuramente suggestiva. La Cpe è un forum lanciato nel 2022 su spinta di Emmanuel Macron a cui sono invitati anche Paesi che non fanno parte dell’Ue, ma che sono geograficamente situati nel Vecchio Continente. Quest’anno, per la prima volta, è stato invitato un Paese che non si trova in Europa ma che è ad essa legatissimo per ragioni storiche, linguistiche e culturali: il Canada, appunto. Rappresentato dal primo ministro Mark Carney, probabilmente il Paese nordamericano non si è mai trovato così vicino all’Ue, in un momento in cui le relazioni degli Stati Uniti con i propri alleati occidentali sono ai minimi storici e in cui l’Europa si trova sempre più “minacciata” dalla aggressiva concorrenza economica cinese.
L’idea di fare accedere Ottawa nell’Ue va trattata come una semplice boutade oppure c’è qualcosa di fondato? Allo stato attuale, oggettivamente è piuttosto difficile che il Canada possa entrare a far parte dell’Unione, ma va detto che – almeno sulla carta – non sarebbe impossibile. Innanzitutto, i trattati costitutivi dell’Ue non impediscono esplicitamente che l’allargamento della membership possa riguardare Paesi che non si trovano su territorio europeo: l’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea parla di “ogni Stato europeo”, e alcune interpretazioni propendono per una versione più elastica che includa anche i legami culturali e valoriali (rispetto della democrazia e dello Stato di diritto in primis). Inoltre, non mancano gli esempi di avvicinamento all’Ue che potrebbero far propendere per questa interpretazione estensiva: pensiamo alla Turchia, che è ancora formalmente candidata ad entrare nell’Ue, ma che si trova in territorio europeo solo per una parte minoritaria e che è prevalentemente di religione musulmana; oppure ai territori oltremare nei Caraibi, nell’Oceano Indiano e in Oceania, che politicamente fanno parte di Francia e Paesi Bassi ma che si trovano a migliaia di chilometri dall’Europa. O, ancora, pensiamo all’accordo di associazione con Israele, che pur non trovandosi geograficamente in Europa mantiene dei legami storici e culturali molto forti. Tra Bruxelles e Tel Aviv è in vigore dal 2000 un accordo di Associazione, di cui in molti continuano a chiedere la sospensione a causa delle violazioni israeliane dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania. E ci sarebbe anche il caso curioso dell’Australia, che si trova agli antipodi del globo terrestre ma che concorre nella rassegna canora Eurovision!
Insomma, ad oggi possiamo dire che la proposta di fare entrare il Canada nell’Ue non è nulla di più che un’idea suggestiva, sicuramente difficile da mettere in pratica non fosse altro per la già affollata “sala d’attesa” di Paesi europei che attendono di entrare (dall’Albania fino all’Ucraina passando per i Balcani Occidentali). Il significato di tale proposta è – evidentemente – più politico e va nella direzione di un possibile rafforzamento dei rapporti tra Ottawa e Bruxelles. Un processo iniziato alcuni mesi fa a Davos con il magistrale discorso di Carney sulla necessità per le “medie potenze” di unirsi e lavorare insieme per difendere il sistema multilaterale basato sulle regole, e la sua provocativa battuta: se non sei seduto a tavola fai solo parte del menù, con riferimento sia agli Stati Uniti di Trump (decisamente allergico all’approccio multilaterale) che alla Cina. E che potrebbe continuare nei prossimi mesi e anni sfruttando meccanismi di cooperazione rafforzata che sono già contemplati dai trattati Ue, magari abbandonando la rigida regola dell’unanimità e usando come già ottima base di partenza l’accordo di libero scambio Ceta, che in questi anni di applicazione ha dimostrato di promuovere in modo molto efficace le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. In questo disegno mancano (purtroppo) gli Stati Uniti, che tra dazi (minacciati o applicati concretamente) e minacce di disimpegno dalla Nato non sta di certo giovando alle relazioni con i propri alleati. Quantomeno, la comunità occidentale transatlantica – con i suoi valori di democrazia e liberalismo economico – dimostra di essere ancora viva attraverso Europa e Canada.















