Skip to main content

A cosa serve l’Italia? Il dibattito che vale più della legge elettorale

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

La contesa sulle regole del voto rischia di nascondere il vero nodo del Paese. Tra Ucraina, Mediterraneo e Medio Oriente, Roma è chiamata a scegliere una direzione strategica che la politica continua a rinviare. Il commento di Francesco Sisci

Il dibattito in questi giorni verte sulla legge elettorale, controversa, complicata. Forse sbagliata, perché dà a chi raggiunge il 40% un premio di maggioranza schiacciante, forse giusta per evitare inciuci. Per entrambi, maggioranza e opposizione, sembra si tratti di andare oltre il merito della questione sul tappeto. Vogliono aprire una battaglia ideale che, come sul referendum sulla magistratura, presenti con chiarezza un tema semplice agli italiani e unitario per gli schieramenti.

La domanda è: “Sei a favore o contro una democratura elettorale?”, secondo l’opposizione. “Sei a favore o contro un governo saldo che riesca a lavorare evitando magheggi?”, secondo il governo. Al di là dell’iter parlamentare, il problema sta infiammando il dibattito, come accadde con il referendum della magistratura.

Allora, come oggi, c’era un problema di fiducia nei partiti politici che vanno al governo. Allora era: ti fidi più dei giudici o dei politici? Gli italiani scelsero i giudici. Oggi è: ti fidi di dare più potere al governo, o preferisci gli intrighi che limano-smorzano le possibili democrature? Vista la sfiducia nella politica e nei governi in generale, comprovata dai numeri alle urne, la risposta sembra facile.

Eppure, forse, le cose vere per il Paese non stanno qui ma su una questione tabù che pochissimi vogliono affrontare sul serio.

La storia è segnata da conflitti e guerre, che definiscono i Paesi. Anche il bisogno di cercare di evitarli passa dal prendere molto sul serio conflitti e guerre. La storia dell’Italia politica, da metà dell’800 ad oggi, passa per due fasi e due appendici di conflitti. La prima fase dall’unità al 1919, la fine della Prima guerra mondiale, l’Italia politica si fece in funzione di un progetto politico continentale. Bisognava eliminare i due pilastri della politica europea di oltre un millenni – lo stato pontificio (preso dai piemontesi nel 1870 ma non riconosciuto come perso fino al 1929) e il Sacro romano impero, decapitato e spezzettato alla fine della grande guerra.

Con i due pilastri in quegli anni crollarono anche due costanti della storia del Mediterraneo allargato, lo Zar a Mosca e il Sultano a Istanbul, entrambi proclamatisi eredi di Bisanzio, l’Impero Romano.

L’unità di Italia serviva ai nuovi protagonisti europei (Francia, Gran Bretagna e Prussia, tutti a turno alleati delle guerre di indipendenza italiane) a eliminare quei due baluardi che avevano entrambi sede nella penisola. L’Italia si conquistò l’unità con milioni di morti spalmati su una sessantina d’anni. La seconda fase va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al crollo dell’Urss all’interno di un progetto mondiale stavolta. L’Italia politicamente unita serviva come baluardo contro i comunisti che da ogni parte stavano per travolgere tutta l’Europa ed erano dall’altra parte dell’Adriatico, in Jugoslavia e Albania. L’Italia non combatté scontri aperti ma fu teatro della più sanguinosa e velenosa guerra civile del momento. C’erano terrorismi comunisti, fascisti, arabi e mafiosi, attorcigliati fra di loro in un nodo che avrebbe potuto fare esplodere il Paese e travolgere l’Occidente.

Con la fine della prima fase unitaria, nel 1919, l’Italia si trovò senza scopo e prese dal passato recente l’essenza guerresca. Dopo l’espansione per l’unità politica con Mussolini l’Italia voleva tornare Impero romano. Esso per secoli aveva avuto almeno tre eredi (a Vienna, Istanbul/Costantinopoli e Mosca) e ora era orfano. Mussolini cercò di destreggiarsi nella complicata politica europea del tempo, ma perse il filo. La velleità espansionistica italiana servì solo come foglia di fico a Berlino per giustificare il suo espansionismo ben più serio e solido.

Dopo il crollo dell’Urss, agli inizi degli anni ’90, di nuovo l’Italia si trovò senza scopo, cioè non c’era una potenza che, come aveva fatto l’America fino ad allora, dettava una linea. L’Italia cercò di inserirsi nel gioco europeo, ma al momento dell’euro scelse Francia e Germania invece della Gran Bretagna e della sperimentata America. Poi andò un po’ a zonzo, con buone relazioni con tutti, ma senza sposalizi con alcuno. Questo fu anche possibile perché la battaglia della Guerra Fredda in Italia fu la prima e unica guerra che l’Italia politica vinse davvero in prima persona senza arrendersi a svolte autoritarie e preservando la democrazia. Tutte altre guerre l’Italia le perse sul campo e le vinse a tavolino solo con le alleanze giuste. Persino nella Prima guerra mondiale (celebrata come trionfo militare) sfondò il fronte dopo che l’Austria aveva ceduto. Nella Seconda guerra mondiale perse sul campo e sbagliò a tavolino.

Perciò dopo la fine della Guerra Fredda l’Italia aveva spazio e credibilità maggiori di altri senza assili a decidere le sue politiche estere. Ma per quanto lunghe tutte le vacanze finiscono e ora sono finite da cinque anni almeno.

Dalla conquista russa della Crimea nel 2014, lentamente ma con progressi chiari, cominciò a emergere l’espansionismo di Mosca. All’Italia fu chiesto-offerto di intervenire in Libia per fermare i russi, ma Roma declinò. L’offerta fu invece raccolta dalla Turchia nel 2019. I turchi arrivarono e fermarono i russi. Un anno dopo i turchi intervennero in Siria, contro forze appoggiate dai russi e qualche mese dopo, nello stesso anno, i turchi appoggiarono l’Azerbaijan contro gli armeni, sostenuti sempre dai russi. In tutti questi casi i turchi hanno respinto i russi, incoraggiati dagli americani. La Turchia ha quindi stabilito un’area di influenza che va dal Caucaso, al Medio Oriente (Siria), alla Libia. Anche perché l’Italia non ha voluto agire quando avrebbe potuto.

A questo punto che altre iniziative può avere l’Italia nel Mediterraneo per sé e per alleati eventuali? Si vuole schierare con la Russia contro la Turchia filoamericana?

Nel frattempo, il centro focale si è spostato a nord, intorno all’Ucraina. Qui tutta l’Europa che conta è raggruppata su un asse neo-anseatico, che va dal Regno unito alla Germania, gli scandinavi, la Polonia i Baltici e la Francia in supporto. Neppure qui l’Italia ha l’entusiasmo degli altri. Il Paese ha lanciato il Piano Mattei, ma l’Africa sahariana è un campo di battaglia con i francesi in ritirata e i russi in avanzata. Gli americani stanno organizzando per tornarci. Cosa vuole fare Roma? Partecipare attivamente o stare alla finestra?

Ora che si è riacceso il conflitto sullo stretto di Hormuz, all’Italia è stata chiesta una partecipazione che altri europei non vogliono prestare e che la Turchia non dà ed è opportuno che non dia. Ma Turchi e altri europei comunque sono impegnati in un contenimento attivo (a vari livelli) della Russia. Cioè già danno comunque un contributo di difesa. L’Italia no.

L’Italia che vuole fare? Fare la Svizzera? Schierarsi con Russia e Iran? Rimanere nella Nato (vedi anche questa analisi). In democrazia ogni scelta è legittima, basta prenderla. Ma senza scelte a che serve l’Italia? A chi serve? Se non serve a nessuno, non serve del tutto. O si dà una ragione o non ha ragione di esistere. Questo è vero sempre, diventa urgente e pressante in tempi di guerra.

La incapacità di affrontare il cuore del problema che, piaccia o non piaccia, è il ruolo geopolitico del Paese, prova come oggi il Paese rischi molto di più che con Mussolini. Ma qualunque risposta passa per una decisione sulla difesa: o si rafforza o si decide di smantellarla. Così come è, con una espressione volgare cinese si direbbe che si occupa il bagno senza usarlo (站的茅坑不拉屎).

Il fatto che gli italiani vadano a votare alle politiche in numeri sempre più bassi dimostra che il dibattito in corso non interessa. Non serve a loro e non serve a nessuno. Serve una crescita economica che crei sviluppo per il Paese e fondi per finanziare qualunque scelta geopolitica si faccia. Né destra né sinistra danno risposte. Tutto pare concentrato sullo sforzo di mantenere la propria posizione di potere, il proprio posto, al di là delle sorti del Paese. Sembra la situazione di quegli operai degli anni ’70 che chiedevano di mantenere il posto di lavoro anche se l’azienda era fallita.

Allora c’era l’idea che comunque lo Stato, un’entità superiore all’azienda, dovesse prendersi cura di loro o dell’azienda. Oggi chi dovrebbe prendersi cura comunque dell’Italia? La Ue, l’ America, la Russia? Tutti insieme, in consorzio per salvare le rovine del Colosseo? Ma il Colosseo si può salvare al di là delle sorti dell’Italia politica.

Non funzionava così per gli operai 50 anni fa, tanto meno funziona per il Paese adesso. Come è sempre stato, uno Stato si salva a partire dai suoi confini, se la politica italiana continua a cincischiare, parlando di cose incomprensibili ai più, non serve a italiani e non italiani.

La difesa è argomento molto spinoso, perché rimosso psicologicamente da 40 anni e accantonato negli ultimi cinque, evitando di vedere la guerra in Ucraina o in Medio Oriente, raccontandola solo come un problema umanitario e non come questione geopolitica esistenziale per l’Italia.

Se però nessun partito affronterà di petto la questione geopolitica salta tutto.


×

Iscriviti alla newsletter