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Contro la guerra cognitiva russa serve una contro-narrativa. L’analisi di Pagani

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La strategia cognitiva del Cremlino sfrutta disinformazione, polarizzazione e sovraccarico informativo per erodere la coesione delle democrazie occidentali. Per rispondere a questa sfida non basta smontare le fake news: occorre costruire una contro-narrativa credibile, radicata nei principi costituzionali di libertà, pluralismo e responsabilità. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

L’8 settembre 2026, alla fiera Digital X di Deutsche Telekom a Colonia, Angela Merkel ha commentato il voto in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha sfiorato il 44% relegando la Cdu al 17%: un risultato definito “semplicemente scioccante”, con “il cuore a pezzi”. Per spiegarlo, l’ex cancelliera — laureata in fisica e dottorata in chimica quantistica — ha citato un esempio preciso: nella regione la disoccupazione è scesa e il benessere è aumentato, ma il candidato di punta dell’AfD ha liquidato il dato con un “può darsi, ma non è quello che si percepisce”. Da lì l’osservazione più ampia: “Il progresso dell’Illuminismo è consistito nel fatto che la collettività fosse in grado di concordare sui fatti”; se ora fossero le emozioni a prendere il sopravvento, sarebbe un regresso per la civiltà.

Non è un’uscita estemporanea, ma la versione contemporanea di un allarme che Karl Popper aveva già formulato ne “La società aperta e i suoi nemici”: il distacco dal fatto verificabile — la sacralizzazione dell’esistente in Hegel, la pretesa di Marx di prevedere scientificamente il corso della storia — è la premessa filosofica su cui si sono innestati gli Stati totalitari del Novecento. Non stupisce che la mappa odierna delle vulnerabilità europee alla disinformazione ricalchi quella degli ex Stati comunisti: decenni di monismo ideologico hanno lasciato in eredità una fragilità strutturale verso le narrazioni che promettono certezze assolute.

È su questa fragilità epistemologica che si innesta la guerra cognitiva contemporanea, teorizzata da strateghi come Vladislav Surkov e descritta dall’interno da Peter Pomerantsev — giornalista britannico nato a Kyiv da una famiglia di dissidenti sovietici, che per un decennio ha lavorato a Mosca come produttore televisivo a contatto diretto con i “tecnologi politici” della propaganda di Stato, esperienza confluita nel memoir “Niente è vero, tutto è possibile” (2014) e nel saggio “Questa non è propaganda” (2019): non più convincere il pubblico della bontà di una tesi, ma inondare lo spazio informativo di versioni contraddittorie fino a sfinire il senso critico. La guerra cognitiva non punta alla persuasione ma alla paralisi epistemologica: distrutta la fiducia in un terreno fattuale condiviso, si impedisce l’azione politica razionale. E a sorreggere ogni operazione di questo tipo c’è sempre, prima dei fatti e delle menzogne, una narrativa di fondo.

La narrativa di fondo: perché la storia precede il fatto

Il cervello non elabora la realtà come una sequenza di dati puri, ma attraverso schemi di senso, cornici mentali, storie: un’informazione isolata, vera o falsa che sia, viene rapidamente dimenticata o filtrata se non trova un incastro in una struttura di significato preesistente. La narrativa funziona come un sistema operativo cognitivo, che stabilisce chi sono i buoni e chi i cattivi, perché si soffre e chi ne porta la colpa. Senza una storia di fondo, una fake news resta rumore casuale, destinato a dissolversi; innestata su una narrativa solida, diventa una lente attraverso cui l’individuo interpreta e giustifica il mondo, impermeabile a qualunque smentita fattuale.

La costruzione di questa narrativa risponde a una progettazione strategica che attinge a psicologia sociale, semiotica e geopolitica, e segue passaggi ricorrenti. Anzitutto lo sfruttamento dei bias cognitivi e delle ferite storiche: una narrazione efficace si innesta su paure reali, risentimenti latenti, traumi collettivi già presenti nella società bersaglio, dalla sfiducia nelle élite ai sentimenti anti-occidentali e anticoloniali. Poi la polarizzazione manichea, il frame del noi contro loro: la storia si semplifica in una lotta esistenziale tra bene e male, si costruisce un’identità di gruppo contrapposta a un nemico minaccioso, e questo spinge verso un’adesione tribale ed emotiva più che razionale.

Segue l’inversione dei ruoli, il victim blaming: gli eventi vengono riscritti ribaltando la realtà dei fatti, l’aggressore si maschera da vittima preventiva, mentre la vera vittima viene dipinta come responsabile della propria rovina. Poi l’inclusione di semi di verità — falsità mescolate a fatti realmente accaduti, che rendono il lavoro del fact-checker complesso perché l’utente medio riconosce gli elementi autentici e valida per estensione anche la parte falsa. Infine la modularità: la narrazione viene scomposta in micro-storie — economica, culturale, militare, morale — distribuite su piattaforme e pubblici differenti, mantenendo inalterato il messaggio centrale.

È solo a partire da questa narrativa di fondo che si può comprendere perché esempi apparentemente periferici del conflitto russo-ucraino — il battaglione Azov, la battaglia di Odessa, i presunti accordi di pace di Istanbul — funzionino così efficacemente come detonatori emotivi: non sono argomenti isolati, ma innesti calibrati su una cornice narrativa già pronta ad accoglierli.

I meccanismi operativi: rumore, faglie, paralisi della volontà

La Russia impiega questi elementi non come propaganda in senso classico, ma come un sistema d’arma cognitivo, quella che la dottrina militare definisce guerra ibrida o riflessiva: l’obiettivo non è convincere il pubblico internazionale di avere ragione, ma disgregare la coesione sociale dell’avversario e paralizzarne il processo decisionale. A moltiplicare la portata di questi meccanismi provvede un’infrastruttura fatta di reti di account coordinati, siti che clonano la grafica di testate autorevoli e contenuti generati con l’intelligenza artificiale — inclusi i deepfake —, capace di produrre e distribuire su scala industriale ciò che la narrativa di fondo ha già predisposto. Il meccanismo cardine resta però il sovraccarico informativo, il cosiddetto firehose of falsehood: l’uso simultaneo di narrazioni slegate tra loro — il nazismo, i laboratori biologici, il golpe della Cia, la Nato — non punta a costruire una storia coerente ma a sommergere lo spazio pubblico di rumore, fino a spingere il cittadino verso il cinismo o un relativismo di comodo. A questo si somma lo sfruttamento delle faglie culturali e politiche già esistenti nelle democrazie occidentali — il pacifismo radicale, la paura di un’escalation nucleare, la diffidenza verso le istituzioni — e la paralisi della volontà di resistenza: insistere sul fatto che la guerra sia persa in partenza, spacciando per reali accordi di pace mai esistiti, serve a fiaccare il morale tanto della popolazione ucraina quanto dei partner occidentali.

Gli obiettivi raggiunti: non conversione, ma logoramento

Il successo di questa architettura si misura non nella conversione delle opinioni pubbliche straniere alla causa russa, ma nell’impatto disgregante sulle democrazie occidentali: l’esaurimento istituzionale dei sistemi di fact-checking, costretti a una costante rincorsa difensiva; l’erosione della fiducia e la polarizzazione politica, alimentando paure economiche e sociali che accentuano faglie già preesistenti in Europa e negli Stati Uniti; la paralisi del processo decisionale, che rende ogni scelta politica o militare complessa e moralmente divisiva; e, nel Sud globale, la creazione di mercati cognitivi alternativi, dove la narrativa russa sfrutta vecchi risentimenti anticoloniali per accreditare l’idea che la responsabilità della crisi sia dell’imperialismo occidentale e non dell’aggressione di Mosca.

Oltre la difesa: perché serve una contro-narrativa

Di fronte a questa dissoluzione del terreno fattuale, la risposta efficace non è un contro-dogma altrettanto rigido, ma un metodo: procedere per gradi, verificare i risultati via via che si producono, correggere l’errore invece di negarlo. È una logica che rifiuta tanto l’illusione tecnocratica di un algoritmo definitivo quanto, soprattutto, la tentazione di rispondere al rumore con la censura di Stato o con una propaganda di segno opposto: imitare gli strumenti dell’avversario, silenziando il dissenso interno o imponendo una verità ufficiale, significherebbe abbandonare proprio il terreno pluralista che si vuole difendere.

Ma nessuna strategia solo difensiva può bastare. Organizzare la resilienza dei sistemi informativi, addestrare i cittadini a riconoscere le fake news, rafforzare le capacità di attribuzione delle campagne ostili sono misure necessarie, ma restano uno scudo: e nessuno vince una guerra usando solo lo scudo contro chi impugna anche la spada. Per contrastare efficacemente una narrativa serve una contro-narrativa, non un vuoto informativo. Il problema, in una democrazia pluralista, è trovare un terreno comune su cui costruirla: quel terreno sono i valori della Costituzione, che fonda la Repubblica sulla libertà e sulla giustizia sociale proprio perché nasce dalla fine di una dittatura. La Costituzione italiana e l’architettura della democrazia liberale offrono un’alternativa valoriale solida, fondata su princìpi diametralmente opposti a quelli autocratici e sovranisti che innervano la narrativa del Cremlino.

La Costituzione come contro-narrativa

Al centro dell’articolo 3 c’è la dignità della persona e l’uguaglianza sostanziale, contro il primato dello Stato e la verticalità del potere che nella narrazione russa subordinano il singolo alla “grande potenza”. Il pluralismo politico, la libertà di stampa e di dissenso si contrappongono al controllo centralizzato dell’informazione e alla cultura ufficiale imposta dal Cremlino: la forza di una democrazia non sta nell’imporre una verità di Stato, ma nella capacità di correggersi attraverso il confronto libero. La separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura affermano che nessuno, nemmeno chi governa, è sopra la legge, contro un potere concentrato e gestito per logiche di forza e clientelismo. L’articolo 11, che ripudia la guerra e promuove ordinamenti di pace tra le Nazioni, fonda l’adesione italiana a Unione europea e Nato sulla cooperazione multilaterale, contro il nazionalismo aggressivo e la legge del più forte che ispirano le sfere d’influenza di Mosca. E la tutela delle minoranze, insieme all’estensione dei diritti di cittadinanza, offre un modello inclusivo, alternativo alla retorica dei “valori tradizionali” che il Cremlino usa per giustificare chiusura identitaria e discriminazione.

Puntare su questi princìpi non significa difendersi solo sul piano militare o tecnologico, ma vincere la battaglia culturale: offrire ai cittadini, alle giovani generazioni in primo luogo, un modello di società fondato sulla libertà e sulla responsabilità anziché sulla paura e sulla sottomissione. Comprendere la narrativa di fondo e i meccanismi che la sorreggono resta il primo passo per smontarla; opporle una contro-narrativa credibile, radicata nei valori costituzionali, è la sola contromisura in grado di vincere, non solo di resistere.


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