Netanyahu resta alla guida del primo partito, ma non dispone dei numeri per governare. L’opposizione di Eisenkot deve fare i conti con il successo delle formazioni arabe e con le proprie divisioni. Sullo sfondo, la tensione con l’Iran e il rischio di una nuova escalation regionale
Le elezioni israeliane del 27 ottobre stanno restituendo un quadro politico nel quale la tenuta di Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente, e la possibilità di un’alternativa di governo rimangono entrambe in discussione. Il Likud di Bibi si conferma la prima forza della Knesset, ma il blocco del premier non raggiunge la maggioranza parlamentare. Dall’altra parte, Gadi Eisenkot dispone di un’opposizione numericamente significativa, che tuttavia non può trasformarsi in maggioranza senza affrontare la questione del coinvolgimento dei partiti rappresentativi dei cittadini arabi di Israele.
Con il 92,7% dei voti scrutinati al momento della stesura di questa analisi, il Likud ottiene 26 seggi e Yashar, la formazione di Eisenkot, 21. Il blocco di Netanyahu si attesta a 53 parlamentari, quello del cambiamento a 48, mentre la Lista Unita e Ra’am conquistano complessivamente 19 seggi. Nessuna delle due coalizioni raggiunge quindi la soglia dei 61 deputati necessari per controllare la Knesset, composta da 120 membri. L’affluenza, pari al 77,7%, è la più alta dal 1999. Restano da completare le operazioni di scrutinio delle cosiddette doppie buste, che comprendono anche i voti di militari, diplomatici e cittadini impossibilitati a recarsi nei seggi ordinari.
Il risultato ha già aperto una fase delicata. Il presidente Isaac Herzog ha invitato le forze politiche a evitare nuove elezioni, mentre Eisenkot ha avviato i contatti per costruire una maggioranza alternativa. La Lista Unita si è detta disponibile a valutare un sostegno esterno a un governo che escluda Netanyahu, senza necessariamente entrare nella coalizione. Il Likud, nel frattempo, ha denunciato presunte irregolarità nel voto arabo, accuse per le quali la polizia israeliana ha dichiarato di non avere trovato elementi probatori a sostegno. Separatamente, l’intelligence interna Shin Bet è stata sollecitata a verificare sospetti di interferenze straniere (ormai grande classico delle elezioni nelle democrazie occidentalizzate).
La combinazione di questi elementi lascia aperti diversi scenari: un governo minoritario sostenuto dall’esterno, un accordo trasversale di unità nazionale, il passaggio di singoli parlamentari da uno schieramento all’altro oppure, in assenza di un’intesa, un nuovo ritorno alle urne. Il fattore decisivo sarà la capacità dei leader di superare i vincoli politici che hanno definito la campagna elettorale.
Il paradosso dell’opposizione
Per Beth Oppenheim, analista dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), il voto conferma innanzitutto una situazione: “Israele si sta dirigendo verso lo stallo”, osserva in commenti inviati a Formiche.net, sottolineando come il successo elettorale dei cittadini palestinesi di Israele abbia reso le loro rappresentanze parlamentari potenzialmente decisive.
Il problema, secondo Oppenheim, è che quasi tutte le formazioni ebraiche dell’opposizione, con l’eccezione dei Democratici di Yair Golan, hanno escluso accordi con i partiti arabi. Una posizione che limita sensibilmente le possibilità di Eisenkot e rende più complessa la costruzione di una maggioranza capace di sostituire Netanyahu. L’analista individua proprio in questa contraddizione uno dei principali ostacoli politici per le forze che si presentano come alternative all’attuale governo.
Netanyahu, d’altra parte, esce indebolito ma non sconfitto. Il Likud ha ottenuto un risultato migliore delle previsioni, consolidando il primato nel sistema partitico israeliano, ma lo ha fatto anche a spese dei propri alleati. La ricostituzione della precedente coalizione nazionalista e religiosa appare quindi difficile. Il premier potrebbe tuttavia conservare l’iniziativa politica attraverso negoziati individuali, accordi parlamentari o una formula di unità nazionale.
C’è poi un elemento che va oltre la distribuzione dei seggi. Oppenheim osserva che, nonostante le divisioni sulla figura di Netanyahu, la maggioranza della Knesset continua a esprimere orientamenti riconducibili alla destra. Secondo il suo conteggio, i partiti di quest’area occupano 79 seggi su 120, considerando anche l’alleanza Bennett-Lapid. Il dato suggerisce che l’eventuale alternanza alla guida del governo non coinciderebbe necessariamente con una trasformazione altrettanto profonda degli indirizzi strategici israeliani.
È soprattutto sulla politica estera e sulla sicurezza che questa continuità potrebbe risultare evidente. Le principali formazioni dell’opposizione mantengono posizioni rigorose nei confronti di Hamas e dell’Iran e non sostengono, nelle attuali condizioni, la costituzione di uno Stato palestinese. Un governo diverso potrebbe introdurre cambiamenti nella gestione della Cisgiordania, nei rapporti istituzionali e nel contenimento delle componenti più radicali del movimento dei coloni, senza modificare necessariamente i presupposti della dottrina di sicurezza israeliana.
Anche un’eventuale uscita dall’esecutivo di figure radicali come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, secondo Oppenheim, non comporterebbe la scomparsa della loro influenza. Le correnti nazionaliste religiose hanno ormai una presenza consolidata nel sistema politico e istituzionale, destinata a sopravvivere alla composizione di una singola coalizione.
Il significato più profondo del voto riguarda quindi la possibilità di tradurre una domanda di cambiamento in una maggioranza effettivamente praticabile. “La svolta illiberale di Israele non è immutabile”, afferma Oppenheim. Ma, nella sua lettura, il futuro dell’opposizione dipenderà anche dalla capacità di riconoscere ai cittadini palestinesi di Israele un ruolo politico pienamente legittimo, superando una marginalizzazione che oggi rischia di impedire proprio l’alternanza.
La dimensione regionale: l’Iran e il rischio di una crisi durante la transizione
L’incertezza politica israeliana si inserisce in un contesto regionale nel quale la possibilità di una nuova escalation con l’Iran continua a condizionare le valutazioni strategiche dei principali attori. La formazione del prossimo governo a Gerusalemme sarà osservata anche alla luce delle scelte che Israele dovrà compiere nei confronti di Teheran, dei suoi alleati regionali e delle infrastrutture strategiche del Medio Oriente.
Oppenheim considera possibile che Netanyahu cerchi di recuperare consenso attraverso una nuova iniziativa militare contro l’Iran, oppure che una crisi di sicurezza favorisca la formazione di un governo di unità nazionale sotto la sua guida. Si tratta di uno scenario politico, non di una previsione operativa, che tuttavia richiama una questione concreta: la sovrapposizione tra il calendario della politica interna israeliana e quello della sicurezza regionale. Sovrapposizione costante nella storia del Paese.
Fonti regionali spiegano che Teheran si starebbe già muovendo, e avrebbe elaborato una pianificazione di risposta a un’eventuale nuova offensiva statunitense e israeliana, identificando un insieme molto ampio di infrastrutture potenzialmente coinvolte in operazioni di ritorsione. Queste informazioni confidenziali e non ufficiali descrivono uno scenario nel quale l’eventuale confronto militare potrebbe estendersi ben oltre il territorio israeliano e iraniano, interessando anche gli Stati del Golfo e la Giordania.
La pianificazione attribuita all’Iran comprende infrastrutture energetiche, aeroportuali e portuali, collegamenti ferroviari, reti di comunicazione, cavi sottomarini e impianti di desalinizzazione. Particolare attenzione sarebbe riservata anche ai poli tecnologici e ai centri di elaborazione dati legati all’intelligenza artificiale, a conferma del crescente peso delle infrastrutture digitali nelle valutazioni di sicurezza regionale. La logica descritta dalle fonti è principalmente deterrente: rendere evidente che un nuovo attacco alle infrastrutture iraniane potrebbe provocare conseguenze economiche e materiali su scala regionale.
Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sono punti critici per il commercio globale. Gli Houthi minacciano la navigazione, ma non è scontato che chiudano le rotte. Le monarchie del Golfo temono che una nuova ondata del conflitto israelo-iraniano comprometta sicurezza, investimenti, diversificazione economica e sviluppo tecnologico. Impianti energetici, sistemi idrici e piattaforme digitali sono vulnerabili, con costi elevati in caso di conflitto.
È in questa prospettiva che il risultato elettorale israeliano assume un significato più ampio. Un governo guidato da Eisenkot potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e alcune priorità operative, ma difficilmente abbandonerebbe l’impostazione di fondo sulla minaccia iraniana. Una nuova coalizione guidata da Netanyahu, soprattutto se sostenuta da forze più moderate, potrebbe invece introdurre correttivi nella gestione politica del confronto senza rinunciare alle opzioni militari.
Nel frattempo, una lunga fase di negoziati potrebbe lasciare il Paese sotto un esecutivo ad interim chiamato a prendere decisioni di sicurezza particolarmente delicate. L’eventuale continuità di Netanyahu alla guida del governo durante le trattative rappresenterebbe quindi un elemento rilevante anche per gli interlocutori regionali, interessati a comprendere quanto margine politico esista per una nuova escalation o, al contrario, per iniziative di contenimento della crisi.
Le elezioni del 27 ottobre non hanno ancora chiarito chi governerà Israele, ma hanno già mostrato quanto sia difficile separare il futuro della leadership nazionale dalle scelte strategiche che attendono il Paese. La capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva per la stabilità interna; la gestione del confronto con l’Iran contribuirà a determinarne le conseguenze per l’intero Medio Oriente.
















