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Israele, i partiti arabi decideranno la partita? L’analisi di Castellaneta

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Israele consegna una Knesset senza maggioranza chiara: Netanyahu limita le perdite, ma il vero vincitore è il pragmatismo incarnato da Eisenkot. Decisivo il rafforzamento dei partiti arabi, che diventano l’ago della bilancia in una fase segnata dal ritorno del centro e dall’incertezza politica. L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Il lungo autunno elettorale è appena cominciato e il pendolo della politica sembra tornare a oscillare dagli estremi verso il centro. In aprile la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria aveva aperto una prima breccia. Domenica Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato in Brasile il quarto mandato, frenando la destra bolsonarista che sembrava avere già la vittoria in tasca; in Serbia la lista degli studenti ha sconfitto il blocco del filorusso Aleksandar Vučić. Ora ha votato Israele, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e quelle spagnole.

Non è un’ondata ideologica uniforme: i sondaggi spagnoli, per esempio, premiano il Partito popolare e Vox, quindi una riconferma di Sánchez o di un’alternanza centripeta non è scontata (a maggior ragione dopo il disastro ferroviario di ieri). Eppure emerge una domanda comune: maggiore pragmatismo dopo anni nei quali la polarizzazione ha sostituito la politica. Il voto israeliano conferma questa tendenza, senza però produrre una maggioranza anche a causa della legge elettorale estremamente proporzionale che regola l’assegnazione dei seggi alla Knesset.

Il conteggio delle ultime ore ha modificato la fotografia iniziale. Con oltre il 90% dei voti scrutinati, il Likud rimane il primo partito con il 20,7% e 26 seggi, davanti a Yashar di Gadi Eisenkot, al 16,2% e con 21 deputati. Il blocco di destra e religioso di Benjamin Netanyahu ottiene 53 seggi, mentre l’opposizione ebraica ne raccoglie 48. Lista congiunta e Ra’am arrivano complessivamente a 19, quasi raddoppiando i dieci della legislatura uscente. La maggioranza è fissata a 61.

Restano da conteggiare oltre mezzo milione di “doppie buste”, soprattutto i voti dei militari. Potranno spostare qualche seggio, ma difficilmente cambieranno il dato politico: nessuno dei due blocchi può governare e i partiti arabi sono diventati il perno della legislatura.

Netanyahu è riuscito nell’intento di contenere una sconfitta che molti davano per certa. Il Likud resta la maggiore forza del Paese, ma scende dai 32 seggi del 2022 agli attuali 26; l’intero blocco, che quattro anni fa disponeva di 64 deputati, ne perde undici. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich non scompaiono, ma non hanno trasformato guerra e paura in una nuova espansione elettorale. A tre anni dal 7 ottobre, una parte dell’elettorato conservatore continua a chiedere sicurezza, ma non necessariamente le fughe in avanti della coalizione precedente.

Il principale beneficiario è Eisenkot, già capo di Stato maggiore. Sarebbe però un errore dipingerlo come un “paladino” della sinistra. Netanyahu, a modo suo, è un sognatore in grande: punta a ridisegnare il Medio Oriente allargato e a contenere definitivamente l’Iran. Eisenkot appare più pragmatico, concentrato sulla sicurezza nazionale, sulle istituzioni e sul rapporto fra esercito, governo e società.

La vera sorpresa è la mobilitazione degli arabi israeliani, favorita anche dalla reazione alle politiche di Ben-Gvir e Smotrich. Lista congiunta e Ra’am sono forze diverse: la prima più nazionale e di sinistra, la seconda islamista ma già disponibile a sostenere una coalizione guidata da partiti ebraici. Insieme porterebbero il fronte anti-Netanyahu a 67 seggi. I loro leader si sono detti pronti a collaborare per sostituire il premier, chiedendo però la fine dell’esclusione politica degli arabi e un cambiamento sulle questioni sociali e palestinesi.

Eisenkot e altri esponenti dell’opposizione avevano escluso di dipendere dai partiti arabi. Ora dovranno scegliere se mantenere quel veto, condannandosi probabilmente all’opposizione, oppure riconoscere che quasi un sesto della nuova Knesset rappresenta cittadini arabi di Israele. Potrebbe nascere una coalizione formale, più probabilmente un governo di minoranza sostenuto dall’esterno, oppure un’intesa limitata alla sostituzione di Netanyahu.

L’alternativa è un governo di unità nazionale. Il Presidente Isaac Herzog ha chiesto ai leader di presentarsi alle consultazioni con “mente aperta” e di fare tutto il possibile per evitare un’altra elezione. Non ha indicato una formula, ma le sue parole riaprono l’ipotesi di un’intesa fra Likud, Yashar e parte dell’opposizione. Gli ostacoli restano enormi: Eisenkot rifiuta di partecipare ad un governo guidato da Netanyahu, mentre quest’ultimo ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich che non li abbandonerà. Se i veti incrociati resisteranno, il ritorno alle urne all’inizio del prossimo anno diventerà lo scenario più probabile.

Il nuovo peso dei partiti arabi potrebbe restituire spazio al dialogo con i palestinesi e al principio dei “due popoli, due Stati”, oltre a rilanciare gli Accordi di Abramo come collegamento fra normalizzazione regionale e prospettiva politica palestinese. Non bisogna attendersi però svolte immediate: anche Eisenkot resta un uomo della sicurezza e la questione palestinese è stata oggetto di dibattito molto più all’estero che nella stessa Israele. Ma la sicurezza nazionale non può essere separata all’infinito dalla stabilità regionale.

Anche il contesto regionale sta cambiando. La riunione dei giorni scorsi a Teheran tra Iran e i tre membri del Patto della Mecca — Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, spesso definito impropriamente una “Nato sunnita” — mostra che gli attori dell’area cercano canali autonomi per evitare un conflitto permanente. È significativo che Paesi vicini a Washington parlino direttamente con Teheran mentre restano aperti i dossier di Hormuz, degli Houthi e di Bab el-Mandeb.

Molto dipenderà infine dagli Stati Uniti. Le elezioni di mid-term del prossimo 3 novembre potranno rafforzare o limitare la libertà d’azione di Donald Trump e indurlo ad aggiornare, in meglio o in peggio, la propria politica mediorientale. Il voto israeliano non chiude dunque una fase, ma ne apre una nuova in cui il pendolo si è spostato verso il centro, ma non abbastanza da indicare chi governerà. In questa incertezza può nascere uno spazio per il pragmatismo oppure, se prevarranno i veti, per uno stallo politico che potrebbe procrastinare ulteriormente la ricerca di una soluzione che porti a stabilizzare il Medio Oriente.


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