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L’export militare cinese vola sulle ali del J-10. Ecco perché

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Tra propaganda, risultati operativi e convenienza economica, il J-10 sta diventando il nuovo cavallo di battaglia dell’export militare cinese. Un fenomeno che potrebbe segnare un più ampio riassestamento nel mercato globale dei sistemi d’arma

Nel mercato internazionale dei velivoli militari un nuovo protagonista si è affermato sulla scena mondiale nel corso degli ultimi mesi. L’aereo da caccia cinese J-10, sviluppato dalla Chengdu Aircraft Corporation (sussidiaria del colosso statale Aviation Industry Corporation of China) sta infatti riscuotendo un enorme successo presso quel gruppo di attori internazionali che, pur non disponendo di un apparato militare-industriale indigeno in grado di fornire gli asset richiesti, non vogliono certo rinunciare a dotarsi di un’aviazione militare.

Non è certo difficile capire cosa ci sia dietro al recente successo del velivolo cinese. È sufficiente tornare indietro di pochi mesi fino a quel (fortunatamente) breve conflitto tra India e Pakistan che è deflagrato nella primavera del 2025, durante il quale l’aviazione di Islamabad ha schierato impiegato per la prima volta il suddetto velivolo in operazioni belliche convenzionali. Con risultati sorprendenti, considerando che secondo alcune fonti (tutt’ora non confermate), sarebbero stati proprio dei J-10 ad abbattere cinque Rafale, prodotto di punta della francese Dassault, impiegati dalle forze aeree di Nuova Delhi.

Anche se questo fenomeno non è stato ufficialmente confermato, grazie alle supposizioni è stata impostata (ed agilmente sostenuta dalla stessa Repubblica Popolare attraverso i suoi servizi di intelligence, come suggerisce un’inchiesta di Associated Press) una nuova narrativa riguardo ai sistemi d’arma aerei di manifattura cinese. Fino ad ora, infatti, i velivoli di Pechino erano considerati come “tier 2”, un’alternativa tanto più economica quanto meno efficace rispetto ai modelli sviluppati e prodotti nell’ecosistema industriale-militare occidentale o russo. Adesso la situazione si è capovolta, e vari Paesi in tutto il mondo sono ben felici di acquistare a un prezzo relativamente basso delle armi apparentemente capaci di fronteggiare alla pari gli apparecchi prodotti in Europa, negli Usa o nella Federazione Russa.

Dal caso dell’Indonesia (che accanto agli ordini per una partita di Rafale francesi e una di Kaan turchi ha negli scorsi mesi aggiunto quello di quarantadue J-10), a quello dell’Egitto, che nonostante le smentite sembra essere ancora intenzionato ad acquistare un lotto di questi velivoli, le esportazioni dell’aereo da caccia sembrano esser in ascesa. Come confermato dagli stessi dati forniti dalla casa produttrice, che nel 2025 ha registrato un fatturato di circa 75,4 miliardi di yuan (circa 11 miliardi di dollari), con una crescita del 15,8% e un utile in aumento del 6,5%, attestatosi a 3,4 miliardi di yuan, mente nel primo trimestre del 2026 le vendite sono addirittura aumentate di quasi l’80%, quasi raddoppiando rispetto al periodo precedente. “È impossibile dimostrare che ogni nuovo ordine sia stato determinato dai risultati ottenuti in Pakistan, ma la tempistica è troppo significativa per essere ignorata”, riflette su The Diplomat Sahibzada Muhammad Usman.

Difficile ad oggi, anche perché è ancora troppo presto, dire quale sarà la portata effettiva dell’espansione commerciale del velivolo da caccia cinese. Una possibile opzione è che questa nuova “celebrità” possa essere un fenomeno temporaneo e congiunturale. Un’altra, diametralmente opposta, è che sulla scia di questo successo l’industria aeronautica cinese continui a guadagnare terreno fino a ritagliarsi un ruolo principe nella compravendita internazionale di armamenti aerei, mirando a soppiantare attori come la Russia. Un esito che, qualora si verificasse, la direbbe lunga sul mutare delle condizioni geopolitiche globali.


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