La guerra entra in una nuova fase: l’avanzata russa rallenta, l’Ucraina colpisce sempre più in profondità e Mosca vede aumentare i costi del conflitto. Ma il rischio è che Putin scelga di alzare ulteriormente il livello dello scontro
Il massiccio attacco aereo lanciato dalla Russia contro Kyiv il primo luglio è stato presentato dal Cremlino come una dimostrazione di forza. Ma potrebbe rappresentare l’esatto contrario. Se Mosca continua a ricorrere a bombardamenti sempre più intensi contro le città ucraine è anche perché sul campo di battaglia la situazione sta diventando progressivamente meno favorevole rispetto alle aspettative di Vladimir Putin. È questa la tesi sostenuta da Jack Kennedy, responsabile di ricerca su Russia ed Eurasia presso Rand Europe, e da Jacob Parakilas, ricercatore presso lo stesso istituto, in un’analisi pubblicata da Foreign Policy, dove i due esperti suggeriscono che la guerra starebbe entrando in una nuova fase: l’Ucraina starebbe riconquistando l’iniziativa strategica grazie all’innovazione tecnologica, alla crescente capacità di colpire il territorio russo e a un nuovo modo di combattere fondato sull’impiego massiccio di sistemi senza pilota. Una dinamica che, paradossalmente, potrebbe aumentare il rischio di un’escalation da parte del Cremlino.
Negli ultimi mesi l’avanzata russa ha infatti rallentato sensibilmente. Mosca continua a registrare perdite elevate, mentre l’esercito ucraino riesce sempre più spesso a contenere gli assalti e, in alcuni settori del fronte, anche a recuperare terreno. Alla base di questo cambiamento vi sarebbe la profonda trasformazione delle forze armate ucraine. Il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha accelerato la robotizzazione del campo di battaglia, puntando sull’impiego estensivo di droni aerei, navali e terrestri e sull’integrazione di sistemi automatizzati capaci di ridurre l’esposizione della fanteria. L’obiettivo è compensare l’inferiorità numerica rispetto alla Russia e preservare la risorsa più preziosa per Kyiv, ovvero quella del personale militare.
Parallelamente, l’Ucraina ha costruito una capacità autonoma di colpire obiettivi situati centinaia di chilometri oltre il confine. Se nelle prime fasi del conflitto dipendeva quasi esclusivamente dalle armi occidentali a lungo raggio, oggi dispone di una propria filiera industriale in grado di produrre droni e missili da crociera capaci di raggiungere basi militari, impianti industriali e infrastrutture energetiche all’interno della Federazione Russa. Questa campagna di attacchi sta assumendo un peso strategico crescente. Secondo l’analisi, i raid contro il settore petrolifero hanno impedito a Mosca di sfruttare pienamente l’aumento dei prezzi dell’energia provocato dalla crisi in Medio Oriente, riducendo così parte delle entrate destinate a finanziare lo sforzo bellico.
L’idea degli strateghi ucraini è che soltanto imponendo costi diretti alla Russia sia possibile indebolire la capacità del Cremlino di proseguire la guerra. Anche sul piano interno starebbero emergendo alcuni segnali di affaticamento. I sondaggi del centro indipendente Levada mostrano un graduale calo della quota di cittadini convinti che il Paese stia andando nella giusta direzione e un lieve aumento di coloro che esprimono una valutazione negativa. A questo si aggiungono le dichiarazioni attribuite a Herman Gref, amministratore delegato di Sberbank, secondo cui la principale preoccupazione del Paese sarebbe ormai quella di porre fine alle operazioni militari. Non sono elementi tali da mettere in discussione la stabilità del potere di Putin, ma indicano che il costo economico e sociale del conflitto sta diventando sempre più evidente.
Proprio perché la posizione strategica della Russia appare meno solida, aumenta però anche il rischio di una nuova escalation. Secondo gli autori dell’analisi, Putin difficilmente accetterà una de-escalation finché riterrà possibile conseguire almeno una parte dei propri obiettivi politici. Se il successo militare dovesse allontanarsi ulteriormente, il Cremlino potrebbe reagire intensificando gli strumenti di pressione.
Una possibilità è rappresentata dall’aumento degli attacchi contro le città e le infrastrutture civili ucraine, anche se oltre quattro anni di guerra hanno dimostrato che questa strategia non è riuscita né a piegare la volontà di resistenza della popolazione né a compromettere in modo decisivo l’industria della difesa di Kyiv. Per questo motivo, la Russia potrebbe scegliere una diversa forma di escalation, rivolta direttamente ai Paesi europei. L’ipotesi di un attacco convenzionale contro la Nato viene giudicata poco probabile, soprattutto considerando l’impegno delle forze russe sul fronte ucraino. Più realistico appare invece un incremento delle operazioni ibride, che potrebbero diventare strumenti sempre più utilizzati per aumentare il costo del sostegno europeo a Kyiv senza superare la soglia di un confronto militare diretto con l’Alleanza Atlantica.
Per questo, conclude l’analisi, l’Occidente non dovrebbe interpretare i successi dell’Ucraina come un motivo per ridurre il sostegno militare ed economico. Al contrario, proprio mentre Kyiv dimostra di poter invertire gli equilibri del conflitto, i partner occidentali dovrebbero consolidare il proprio impegno e prepararsi a una possibile risposta russa su fronti diversi da quello convenzionale. Se il vantaggio strategico sta realmente iniziando a spostarsi verso l’Ucraina, è proprio questo il momento in cui il Cremlino potrebbe sentirsi maggiormente tentato di alzare il livello dello scontro.
















