Il vertice di Ankara non ha cancellato le tensioni interne all’Alleanza, ma ha evitato il rischio di una frattura e consolidato due risultati chiave: l’aumento degli investimenti nella difesa e la conferma del sostegno all’Ucraina. Trump ha monopolizzato la scena, ma dietro lo spettacolo politico la Nato ha dimostrato una capacità di adattamento che ne rafforza la tenuta anche nella fase più incerta della sua storia recente. L’analisi dell’ambasciatore Stefano Stefanini
Donald Trump ha trasformato la Nato. No, non l’ha fatta europea. Non ancora. Per ora ha fatto del vertice di Ankara una Piazza Affari, una Wall Street della difesa – o un grande bazar, per restare in area geografica. In apertura, in un forum dell’industriale a latere, il segretario generale, Mark Rutte, ha annunciato tre contratti da 10,5 miliardi di euro e investimenti per 40 miliardi nei droni. Era quanto voleva il presidente americano: una Nato che produca risultati tangibili nella spesa per la difesa degli Alleati. Una volta incassati, i nodi geopolitici e di sicurezza, nonché la perdurante irritazione di Trump verso gli alleati, chi più (Spagna, Italia) chi molto meno (l’ospitante Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, che l’ha accolto come un vecchio amico), non sono certo spariti ma sono divenuti gestibili. Tant’è che, dopo qualche sfuriata, Donald ha lasciato Ankara decretandone il successo e decantando la “tremenda unità” dell’Alleanza. Solo poche ore prima si era detto “scontento della Nato”, più rinnovata richiesta della Groenlandia e critiche ad alzo zero verso vari alleati. Come raccapezzarsi?
Innanzitutto, dando a Cesare quel che è di Cesare. Donald Trump ha ragione. Ankara è stata un successo. Forse non per gli stessi motivi che egli aveva in mente quando l’ha detto. Ma non importa. È stato un successo perché poteva essere un disastro. “Fino a pochi mesi fa, salvare l’Alleanza era l’imperativo immediato e non scontato”, mi ha confessato un ex-collega nordico coinvolto nei preparativi. E questo basta per farne un successo. Sul vertice pesavano infatti grosse incognite a partire proprio dalla minaccia di disimpegno americano. Fino al punto, quest’ultima, di mettere in gioco la sopravvivenza dell’Alleanza. La chiave di volta è stata la coreografia trionfale con cui Rutte ha accompagnato gli annunci su contratti e investimenti industriali, ben colta ieri da Beda Romano sul Sole 24 Ore. Altro elemento – la spesa per la difesa – che dà ragione a Trump. Con la complicità di Vladimir Putin certo, ma senza di lui, senza la sua persuasiva brutalità, i bilanci degli Alleati europei e del Canada si aggirerebbero verso il 2% del Pil – che non basta.
Rimosso lo scoglio delle spese militari, il vertice di Ankara va spezzato in tre distinti filoni: il “Trump show”; i risultati operativi conseguiti; il quadro dei seguiti geopolitici in cui l’Alleanza si muoverà nell’arco di tempo che presumibilmente abbraccia quasi il resto della presidenza Trump. Questi ultimi ancora troppo indefiniti. Ma con un Trump che continua a far cocci – piano Gaza, guerra all’Iran – tocca spesso ai partner ed alleati raccoglierli anche se fuori area ma di loro interesse. Hormuz docet.
Il prossimo vertice si terrà a Tirana, ma la data non è stata fissata. Si ipotizza nel 2028: in pratica, un altro con Donald, che altrimenti la prenderebbe male, ma non due per tirare il fiato almeno per un anno. Buon compromesso. La Nato non gli può dire – lo può pensare – che non lo vuole più al tavolo e che aspetterà il successore. Sa bene che Trump vorrà, come minimo, controllare che il ruolino di marcia dei bilanci difesa sia rispettato da tutti. Inoltre, non vorrà rinunciare ad almeno un ultimo Trump show. Anche perché, e cominciamo ad accorgercene, nelle sceneggiate che mette su nei fori internazionali, offendendo, contraddicendosi e riconciliandosi, da vera “prima donna” teatrale, Donald si diverte. Per il semplice motivo che lo può fare. Indipendentemente dai risultati o meno, appaga il suo ego. In crescita esponenziale. Ad Ankara ha dato spettacolo. Ha dichiarato la fine della tregua con l’Iran. Ha minacciato di tagliare tutti i commerci con la Spagna. Ha lodato Xi Jinping. Ha ventilato la vendita di F-35 alla Turchia, sotto veto causa l’acquisto turco delle batterie S-400 russe. A ruota libera. Immaginiamolo da presidente “zoppo” a mesi dalla fine del mandato…
Intanto, però gli altri leader internazionali hanno imparato a non emozionarsi troppo. Sanno che va preso sul serio – è il presidente degli Usa con un enorme potere politico, economico, militare. Ma non tutto quello che dice ha seguito, e spesso lo cambia. Vedi tregua-guerra con l’Iran. Ad Ankara il Trump show ha avuto il via libera da tutti, incoraggiato da Rutte, ma si è rivelato inversamente proporzionale all’effetto ottenuto. Spagna e Danimarca non hanno battuto ciglio. Sull’Iran e sul Golfo, Trump ha ottenuto solo una magrissima frase nella breve dichiarazione finale che non comporta alcun impegno concreto dell’Alleanza. Mentre invece un solidissimo paragrafo sull’Ucraina ed una specifica menzione della “minaccia a lungo termine” rappresentata dalla Russia, la Nato si porta gli Usa di Trump bordo del sostegno alleato a Kiyv, rafforzato dalla sua promessa a Zelensky di consentire la produzione industriale dei Patriot per la difesa antimissile.
Da Ankara la Nato escono due “deliverables”: spese militari/investimenti per la difesa, cui la dichiarazione dedica due paragrafi; unità sull’Ucraina – Zelensky esce come il principale vincitore del vertice, ripetendo e rinnovando il rafforzamento politico conseguito al G7 di Evian. Per l’Alleanza sono due capisaldi – specie perché avrebbero potuto essere divisivi, specie il secondo. Ove Trump avesse insistito per una posizione americana “neutrale” fra Kyiv e Mosca, l’Alleanza si sarebbe trovata di fatto spaccata sul terreno di casa: la sicurezza europea. Non è avvenuto e questo basta a fare di Ankara un successo. Che non basta a garantire alla Nato un futuro senza scosse trumpiane, come gli impegni industriali e militari europei non bastano a garantire il passaggio senza soluzione di continuità ad una “Nato europea” – “più” europea: vogliamo gli Usa con piede dentro e, soprattutto, dentro all’Articolo 5. È il ragionevole futuro dell’Alleanza a condizione che noi europei, Italia compresa, ci rimbocchiamo le maniche. Ma ne garantiscono la sopravvivenza, in discreto stato di salute. Il che, mesi fa, non era scontato. Survival is a noble fight (Billy Joel).
















