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Nato 3.0 e Mediterraneo al centro del Med-Or Day con l’ammiraglio Cavo Dragone

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Il vertice di Ankara apre una fase in cui europei e canadesi dovranno assumere maggiori responsabilità nella sicurezza collettiva, trasformando l’aumento della spesa in capacità militari e industriali. Al Med-Or Day, Giuseppe Cavo Dragone ha richiamato anche la crescente centralità del Mediterraneo, dove l’Italia può valorizzare relazioni regionali, cooperazione flessibile e Piano Mattei

Il vertice di Ankara ha consegnato agli alleati europei una responsabilità maggiore nella difesa comune. È da qui che la Med-Or Italian Foundation, presieduta da Marco Minniti e diretta da Letizia Colucci, ha impostato la sesta edizione del Med-Or Day.

Intitolato “Atlantico-Europa-Mediterraneo. Quale futuro per la Nato?”, l’incontro ha ospitato la conversazione tra Fiorenza Sarzanini, condirettrice del Corriere della Sera, e l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato.

Il confronto ha ricondotto le decisioni assunte ad Ankara alle conseguenze che avranno sugli equilibri interni dell’Alleanza. Il maggiore impegno richiesto agli europei riguarda gli investimenti nella difesa e la capacità di sostenere una quota più ampia della sicurezza collettiva. Una trasformazione che non si misura soltanto nei rapporti con gli Stati Uniti o sul fronte orientale, ma anche nel Mediterraneo, dove le crisi regionali hanno effetti sempre più diretti sulla sicurezza euro-atlantica.

Il riequilibrio atlantico

Il vertice di Ankara arriva un anno dopo gli impegni presi all’Aja e ne conferma la direzione. Gli alleati europei e il Canada dovranno sostenere una quota maggiore della sicurezza collettiva, continuando ad agire al fianco degli Stati Uniti. È la fase che Cavo Dragone indica come “Nato 3.0”: “È un’Alleanza riequilibrata, un’Europa più forte in una Nato più forte, con alleati europei e Canada che assumono maggiori responsabilità fianco a fianco con gli Stati Uniti. Ci abbiamo messo tempo ma ci siamo e non si torna indietro”.

A questo riequilibrio, secondo l’ammiraglio, corrisponde l’impegno a destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla difesa e alla sicurezza. L’aumento delle risorse dovrà tradursi in maggiori capacità militari e in un rafforzamento della base industriale. Per Cavo Dragone, il vertice ha confermato questa impostazione: “Il messaggio di Ankara è chiarissimo: la Nato continua a produrre risultati, gli investimenti nella difesa crescono, le capacità militari vengono rafforzate, la base industriale della difesa si espande e gli alleati europei insieme al Canada assumono una responsabilità in crescita per la sicurezza comune”.

La Russia e l’Ucraina

Il fronte orientale resta il riferimento immediato della deterrenza alleata. Negli ultimi due anni, ricorda Cavo Dragone, i caccia della Nato sono decollati in allarme circa settecento volte per intercettare velivoli russi vicini allo spazio aereo alleato o entrati al suo interno. È a questa attività quotidiana che l’ammiraglio riconduce il significato della deterrenza: “Non è una parola astratta, è un lavoro quotidiano. È una pace armata, è vero. Costruiamo la forza proprio per non doverla mai usare”.

Tra i passaggi più netti, quello rivolto a chi ha interpretato le parole del comandante supremo alleato in Europa, il generale Grynkewich, come una negazione della minaccia russa: “Alcuni fantasisti recentemente hanno avuto il coraggio di dire che la Russia non è una minaccia, né oggi né mai. Hanno mistificato una dichiarazione”. Per l’ammiraglio, “hanno cercato di disinformare l’audience, ma non solo, l’hanno tradita. Non l’hanno resa consapevole di una reale minaccia”.

Anche il sostegno all’Ucraina viene collocato oltre l’orizzonte della guerra in corso. Assistenza militare e addestramento dovranno proseguire dopo un eventuale trattato di pace, così da lasciare a Kyiv una capacità di difesa sufficiente a scoraggiare una nuova aggressione. L’obiettivo, spiega Cavo Dragone, è “un’Ucraina che abbia una struttura, un’architettura di difesa tale che eviti che per la terza volta venga invasa dalla Russia”.

Il Mediterraneo nella Nato

Dal fronte orientale, la conversazione si sposta sul Mediterraneo. Per Cavo Dragone, considerarlo soltanto come il fianco meridionale della Nato non basta più a descriverne il peso nella sicurezza dell’Alleanza: “Il Mediterraneo non è più soltanto e semplicemente il fianco meridionale dell’Alleanza, ma un crocevia strategico che collega Europa, Nord Africa, Levante, Golfo, Mar Rosso e Africa subsahariana”.

Le crisi che attraversano quest’area incidono sulla sicurezza delle rotte e sulla tenuta delle infrastrutture. Quanto accaduto negli ultimi anni, compresa la crisi nel Golfo Persico, ha mostrato la necessità di capacità industriali adeguate e filiere meno vulnerabili. Una complessità che, osserva l’ammiraglio, non può essere gestita in autonomia: “Nessun Paese e nessuna organizzazione internazionale può affrontarla da solo”.

Accanto alle organizzazioni tradizionali stanno quindi crescendo forme di cooperazione più flessibili, costruite intorno a esigenze specifiche e aperte a un maggiore coinvolgimento dei Paesi del Golfo. Cavo Dragone le definisce “reti a geometria variabile”, nelle quali l’Italia può valorizzare i rapporti costruiti nella regione e il Piano Mattei.

Il ruolo italiano viene ricondotto proprio alla capacità di consolidare queste relazioni: “Nel ventunesimo secolo, la sicurezza nasce dalla qualità delle relazioni che saremo capaci di costruire. E poche nazioni sono meglio posizionate dell’Italia per costruirla, proprio qui nel Mediterraneo grazie anche al Piano Mattei”.

Il Med-Or Day ha così riportato il Mediterraneo dentro il confronto sul futuro dell’Alleanza. Il maggiore impegno richiesto agli europei non riguarda soltanto le risorse per la difesa, ma anche la capacità di assumere una responsabilità più ampia in un’area che incide direttamente sulla sicurezza euro-atlantica.


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