La proposta di Silvia Salis alle primarie è la contromossa con cui Matteo Renzi tenta di arginare l’ascesa di Giuseppe Conte nel campo largo. Sullo sfondo, il malessere dell’area riformista del Pd e la battaglia per l’identità europeista e atlantista del centrosinistra. L’analisi di Salvatore Di Bartolo
Il laboratorio del centrosinistra assomiglia sempre di più a una partita a scacchi tridimensionale, nella quale ogni mossa non mira soltanto a logorare l’avversario di governo, ma anche a ridefinire i rapporti di forza all’interno della coalizione. Le grandi manovre in vista delle prossime scadenze elettorali sono ufficialmente iniziate e il termometro della tensione segna livelli altissimi attorno a uno dei totem della sinistra: le primarie. Al centro della scena si muovono le strategie dei leader, con Giuseppe Conte e Matteo Renzi pronti a contendersi la vera posta in palio: l’egemonia nel campo progressista.
Da un lato c’è la mossa del leader del Movimento 5 Stelle. Conte, riscrivendo la narrazione e il significato stesso delle primarie, punta a rimescolare gli equilibri del centrosinistra, cercando di ricondurre il Partito democratico entro un perimetro politico sempre più condizionato dall’agenda pentastellata. Ne è una dimostrazione il recente scontro sui dossier della politica estera e della difesa, sui quali il M5S ha accentuato le distanze dal Pd, alimentando le perplessità dell’area riformista dem.
L’obiettivo di Conte appare chiaro: rafforzare il proprio ruolo nella guida della coalizione, riducendo progressivamente l’autonomia programmatica del Nazareno e costringendo Elly Schlein a un continuo inseguimento sul terreno della sinistra.
La reazione, tuttavia, non si è fatta attendere. Matteo Renzi ha colto il rischio di una crescente egemonia pentastellata nel campo progressista ed è sceso in campo con una contromossa. Il leader di Italia Viva ha deciso di rilanciare il nome di Silvia Salis, immaginandola come una figura capace di contendere a Conte la leadership politica e, al tempo stesso, di rappresentare un punto di riferimento per quell’elettorato riformista che guarda con crescente preoccupazione all’evoluzione del Pd.
La scelta non appare casuale. Renzi punta a riaprire la partita delle primarie come argine al possibile predominio pentastellato e, contemporaneamente, a offrire una sponda a quell’area riformista del Partito democratico che, pur senza esporsi apertamente, manifesta un crescente disagio per quello che considera uno smarrimento dell’identità riformista del partito.
In questo quadro potrebbe maturare anche un ripensamento della stessa Silvia Salis. Dopo aver inizialmente escluso l’ipotesi di partecipare a primarie di coalizione, la sindaca di Genova potrebbe giustificare un eventuale cambio di posizione con la necessità di evitare una progressiva polarizzazione del sistema politico. Nella lettura dell’area riformista, infatti, la crescita di Roberto Vannacci nel centrodestra e il rafforzamento del ruolo di Giuseppe Conte nel centrosinistra rischierebbero di spostare il confronto nazionale verso posizioni meno convintamente atlantiste ed europeiste e più aperte a una revisione dell’attuale linea sulla guerra in Ucraina e sui rapporti con la Russia. In questa chiave, una candidatura di Salis alle primarie assumerebbe il significato di una proposta alternativa, capace di rafforzare il profilo riformista, europeista e atlantista del centrosinistra.
All’interno del Partito democratico il malumore è palpabile. Diversi dirigenti e parlamentari di area riformista guardano con preoccupazione all’ipotesi di un asse strategico che finisca per subordinare la vocazione maggioritaria del Pd alle posizioni del Movimento 5 Stelle. È proprio su questo malcontento che Renzi tenta di inserirsi, proponendo un’alternativa politica e culturale che rifiuti un rapporto di subalternità nei confronti dei pentastellati.
La partita per la leadership del centrosinistra è dunque soltanto all’inizio. La mossa di Conte ha già prodotto la contromossa di Renzi, trasformando le primarie da semplice strumento di selezione della leadership al principale terreno di scontro per definire l’identità futura della coalizione.
















