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Una democrazia adulta non vive di soli capi, ma di idee. Scrive Bonanni

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Mentre la politica si appassiona alla domanda su chi guiderà chi, il Paese attende risposte su famiglie, salari, conti pubblici, pressione fiscale, Europa e imperialismi, statali o privati. Si discute dei capitani mentre la nave affronta correnti più serie. Vedremo quali fiori sbocceranno nel campo largo e quali appassiranno nel campo avversario. Ma una democrazia adulta dovrebbe pretendere qualcosa di più di una gara fra capi. Il commento di Raffaele Bonanni

Si discute su chi debba guidare il cosiddetto campo largo: Elly Schlein o Giuseppe Conte. La domanda, però, è meno aritmetica di quanto sembri. Non basta contare deputati, percentuali: una leadership nasce anche dalla storia politica di chi la pretende, dalle culture che l’hanno formato e dalle circostanze che ne hanno favorito l’ascesa.

Prodi, Gentiloni e altri esponenti della tradizione democratica hanno ammonito sui rischi di consegnare il volto della coalizione al leader della formazione minore. È un’obiezione comprensibile. Ma proprio questi uomini dovrebbero sapere che il problema non si risolve invocando il primato numerico del PD. Schlein non è una segretaria prodotta linearmente dagli equilibri storici del partito: la sua affermazione ha rappresentato, semmai, una discontinuità delle culture che confluirono nel Partito Democratico. La politica, del resto, non cancella mai del tutto la sua origine.

Le primarie che la portarono alla segreteria consentivano di votare non soltanto agli iscritti, ma anche agli elettori. Schlein superò così Stefano Bonaccini. Intorno a quel risultato circolarono anche letture sul peso di elettori vicini al Movimento 5 Stelle: interpretazioni politiche, non prove da trasformare in verità storica. Resta però un dato: da allora il rapporto con i pentastellati è divenuto uno degli assi decisivi della strategia democratica. E questo rende la candidatura di Conte alla guida dell’alleanza forte.

Qui soccorre Ortega y Gasset: “Io sono io e la mia circostanza”. Nessun leader agisce nel vuoto. Ognuno porta con sé convinzioni, alleanze, debiti politici, linguaggi e aspettative di coloro che ne hanno accompagnato l’ascesa. La libertà politica esiste, ma non è mai senza gravità. Schlein potrà opporsi alla pretesa di Conte, ma dovrà farlo senza contraddire la trama politica che ha consolidato la sua leadership.

Lo stesso criterio vale a destra, dove la questione Vannacci non può essere liquidata come questione di inclusione o esclusione. Anche lì contano radicamenti, identità e convenienze. Le coalizioni sono plurali finché le differenze hanno diritto di parola; diventano cartelli elettorali quando ogni cultura tace per salvaguardare candidature e rendite di posizione.

Ed è qui che il dibattito mostra il suo limite. Mentre la politica si appassiona alla domanda su chi guiderà chi, il Paese attende risposte su famiglie, salari, conti pubblici, pressione fiscale, Europa e imperialismi, statali o privati. Si discute dei capitani mentre la nave affronta correnti più serie.

Vedremo dunque quali fiori sbocceranno nel campo largo e quali appassiranno nel campo avversario. Ma una democrazia adulta dovrebbe pretendere qualcosa di più di una gara fra capi: idee riconoscibili, culture capaci di confrontarsi e leadership disposte a rischiare il proprio seggio pur di difenderle. Altrimenti la circostanza di Ortega diventa un alibi: non più ciò con cui misurarsi, ma ciò a cui adattarsi.


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