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Volenterosi o pragmatici? L’Ucraina come laboratorio dell’AI militare occidentale. L’opinione di Caruso

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Il 24 agosto, giorno del 35simo anniversario dell’indipendenza ucraina, Kyiv ha sfilato con mezzi terrestri, aerei e navali interamente a guida remota, mentre a poche ore di distanza Londra firmava con con l’Ucraina l’accesso a cinque milioni di immagini di combattimento e Roma decideva di restare fuori dalle esercitazioni della Coalizione dei Volenterosi. Tra estrazione tecnologica e primi episodi di decisione letale delegata alla macchina, la guerra in Ucraina sta scrivendo le regole dell’AI militare del futuro. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

Il 24 agosto, giorno del 35simo anniversario dell’indipendenza ucraina, Kyiv ha messo in scena la prima sfilata militare della storia interamente affidata a mezzi terrestri, aerei e navali a guida remota. Nessun soldato in parata, solo macchine. È un’immagine costruita per comunicare, ma è anche una fotografia accurata di dove sta andando la guerra: quattro anni e mezzo di conflitto ad alta intensità hanno reso l’Ucraina il più avanzato laboratorio al mondo per le tecnologie autonome applicate al campo di battaglia, e il resto del mondo se ne è accorto.

Nello stesso giorno si è tenuto a Kyiv il vertice della Coalizione dei Volenterosi. Il presidente francese Macron ha annunciato esercitazioni militari su vasta scala tra ottobre e novembre — in realtà la conferma di un calendario già emerso a luglio, quando si era parlato di circa 1.500 militari britannici e francesi destinati alla Polonia, non all’Ucraina, che non ha né lo spazio né le risorse per ospitare manovre multinazionali mentre combatte. L’Italia ha fatto sapere che non parteciperà, in linea con la posizione costante del governo sul niet all’invio di soldati; Roma ha scelto ancora una volta la strada del sostegno politico e umanitario senza esposizione militare diretta — una postura di prudenza comprensibile, in piena campagna elettorale, ma che rischia di lasciare l’Italia ai margini di un processo che si sta giocando altrove, e non solo sul piano operativo.

La corsa ai dati: Regno Unito, Ucraina e Leonardo

Il vero terreno di competizione, in questo momento, non sono le esercitazioni: sono i dati. Il 24 agosto il Regno Unito ha firmato con Kyiv un accordo che gli garantisce, primo tra i partner stranieri, l’accesso alla piattaforma Avengers AI Labs — un archivio annotato di cinque milioni di immagini di combattimento raccolte da migliaia di sensori e telecamere sul fronte, in gran parte alimentato dal sistema di gestione battaglia Delta. Sono le immagini con cui si addestrano i modelli di riconoscimento e ingaggio automatico dei bersagli. In parallelo Londra ha autorizzato MBDA a condividere dati classificati sui componenti del missile da crociera Scalp per avviarne l’assemblaggio in Ucraina.

Leonardo, dal canto suo, ha costituito a maggio Leonardo Ukraine LLC, testa di ponte industriale a Kyiv che affiancherà la joint venture con la turca Baykar (LBA Systems) e testerà entro fine anno il primo componente del sistema di difesa multidominio Michelangelo Dome in un ambiente operativo reale — l’amministratore delegato Lorenzo Mariani lo ha detto esplicitamente a Farnborough: l’esperienza dell’industria ucraina dei droni è impossibile da replicare in un poligono in tempo di pace. Anche l’Italia, pur restando fuori dalle esercitazioni, cerca un canale per intercettare il capitale tecnologico prodotto dalla guerra prima che venga assorbito da altri.

Volenterosi o approfittatori?

La domanda, posta così, è un falso dilemma. Nessuna coalizione sostiene un paese in guerra per pura solidarietà, e sarebbe ingenuo aspettarselo; ma il sostegno è comunque reale, costoso, e per Kyiv condizione di sopravvivenza. L’Ucraina, a sua volta, non è parte passiva dello scambio: sta monetizzando la propria esperienza di combattimento in termini di accesso, partnership industriali e influenza sulla dottrina d’impiego futura dell’AI occidentale. È uno scambio asimmetrico ma consapevole da entrambe le parti, e la vera domanda non è chi stia approfittando di chi, ma chi arriverà a possedere l’infrastruttura di dati e i modelli addestrati sul campo — perché quella infrastruttura orienterà per il prossimo decennio la dottrina d’impiego dell’intelligenza artificiale militare in Occidente.

L’apprendimento simmetrico e il caso di Zaporizhzhia

C’è però un secondo livello della corsa, meno rassicurante. I russi imparano rapidamente, e quello che imparano lo trasferiscono lungo l’asse con Pechino, Pyongyang e Teheran: l’esercito ucraino sarà anche il più esperto d’Europa, ma quello russo, dopo quattro anni e mezzo di guerra, non è rimasto fermo a guardare. Il 6 luglio, a Zaporizhzhia, un drone russo ha ucciso tre civili — Tetiana Bubynets, Oleksiy Svirin e Roman Karpiy — dopo aver mancato l’obiettivo previsto, un deposito di propano. Secondo la ricostruzione del New York Times, pubblicata solo il 24 agosto, si tratterebbe del primo caso documentato in questo conflitto in cui la decisione finale di colpire non è stata presa da un operatore umano ma dal sistema stesso, guidato da un modulo Nvidia Jetson Orin verosimilmente acquisito tramite intermediari terzi. È un fallimento tecnico prima ancora che un successo tattico — il drone non ha centrato il bersaglio previsto — ma la circostanza che la decisione terminale sia stata delegata alla macchina è precisamente il punto di non ritorno di cui più volte si è discusso in sede internazionale.

Non è però una soglia superata soltanto da Mosca. Lo stesso ex ministro della difesa ucraino Fedorov ha ammesso che l’Ucraina ha già testato sistemi a targeting autonomo in Crimea, finora senza vittime civili accertate. Il quadro, dunque, non è quello di un fronte etico contro un fronte senza scrupoli: è una corsa simmetrica, in cui entrambi i belligeranti stanno saggiando gli stessi limiti, e in cui chi osserva dall’esterno — Regno Unito, Francia, Italia — sta scegliendo di agganciarsi a un processo già in moto, non di avviarne uno nuovo con margini di controllo etico ancora intatti.

Un’etica possibile?

È il dilemma su cui mi sono già soffermato parlando di intelligenza artificiale nei sistemi di comando e controllo: chi risponde quando una decisione letale viene generata da un algoritmo? Il comandante che si affida al sistema, chi lo ha programmato, o l’intelligenza artificiale stessa? Sono discorsi che si possono affrontare con la dovuta ponderazione nei consessi internazionali e nei tavoli accademici, ma la domanda che l’Ucraina pone concretamente al mondo occidentale è più scomoda: possiamo permetterci un’etica dell’uso della forza quando l’avversario non se la impone? E ora la domanda va allargata di un grado ulteriore — possiamo permettercela fino in fondo quando nemmeno l’alleato la cui esperienza stiamo assorbendo l’ha ancora del tutto interiorizzata?

Francesi e britannici hanno scelto, con l’accordo su Avengers AI Labs, di entrare nella stanza in cui si scrivono le regole d’ingaggio dell’AI militare del futuro, invece di lasciarla vuota per chi le regole non se le pone. È una scelta pragmatica, non un cedimento ideologico: significa restare al tavolo dove si deciderà quanto controllo umano resterà nel ciclo decisionale, invece di subirne gli esiti da spettatori. L’Italia, presente sul piano industriale con Leonardo ma assente su quello operativo e negoziale, rischia di trovarsi nella posizione peggiore possibile: dentro abbastanza da condividerne le implicazioni etiche, fuori abbastanza da non poterne orientare gli esiti.


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