Il ballottaggio, pensato per rafforzare la governabilità, rischia di produrre l’effetto opposto: restringere il centro, alimentare le estreme e trasformare il voto libero in voto utile. Una torsione maggioritaria che, secondo il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto, mette in discussione la natura parlamentare della Repubblica
Il ballottaggio? Un regalo alle estreme. Confesso di non capire quale malattia della democrazia italiana dovrebbe curare il ballottaggio di cui si discute in queste ore.
Se il problema sono le estreme, le rafforza. Se il problema è la frammentazione, la nasconde senza risolverla.
Se il problema è la governabilità, pretende di ottenerla sacrificando la rappresentanza.
Una cosa, invece, la fa benissimo: mette con le spalle al muro il centro liberale, riformista ed europeista.
E forse è proprio questo il punto.
Con un ballottaggio riservato alle due coalizioni maggiori, senza possibilità di apparentamenti tra il primo e il secondo turno, a chi non vuole arruolarsi né a destra né a sinistra viene sostanzialmente detto: decidete prima con chi stare oppure preparatevi a non contare.
Bella idea di democrazia.
Un liberale che al primo turno volesse votare per una forza del 5, 7 o 10 per cento dovrebbe farlo sapendo che quella forza, salvo miracoli, non parteciperà alla scelta finale.
Il voto utile comincerebbe così a divorare il voto libero. E i due grandi schieramenti avrebbero un argomento formidabile: non sprecate il vostro voto.
A quel punto il risultato è facilmente prevedibile.
Il centro si restringe e le estreme prosperano.
Perché, se bisogna arrivare tra i primi due, la sinistra avrà bisogno fino all’ultimo voto disponibile alla sua sinistra e la destra fino all’ultimo voto disponibile alla sua destra.
Nessuno avrà interesse a liberarsi delle proprie componenti più radicali. Al contrario, dovrà tenersele strette.
E questa sarebbe la legge elettorale destinata a moderare il sistema?
Siamo seri.
C’è poi una questione che viene prima delle convenienze dei partiti.
L’Italia è una Repubblica parlamentare. Il Governo nasce dalla fiducia delle Camere.
Non eleggiamo il sindaco d’Italia e neppure, almeno fino a quando la Costituzione resterà questa, il presidente del Consiglio.
Voler trasformare le elezioni politiche in una sfida a due significa introdurre dalla finestra ciò che non si è avuto il coraggio, o la forza, di introdurre dalla porta: una torsione maggioritaria della nostra forma di governo.
Luigi Einaudi aveva una diffidenza profonda verso ogni meccanismo che pretendesse di sostituire la complessità della società con una verità fabbricata dall’alto.
Una democrazia liberale non decide quali idee siano utili e quali inutili. Le conta. Poi tocca alla politica assumersi la responsabilità di trovare una maggioranza.
Il centro, del resto, non è un fastidioso spazio vuoto tra destra e sinistra.
È un luogo politico. Per molti italiani è il luogo della ragionevolezza, dell’Europa, del mercato, delle istituzioni, del riformismo. Può piacere o non piacere.
Ma non può essere una legge elettorale a stabilire che debba sparire.
E qui sta l’aspetto che trovo più grave.
Si dice di voler arginare le estreme e si prepara un meccanismo che le rende indispensabili. Si dice di voler restituire agli elettori il potere di scegliere e li si costringe al voto utile.
Si dice di voler stabilizzare il Paese e si organizza scientificamente la sua divisione in due.
Non è governabilità.
È una camicia di forza cucita addosso agli elettori.
E un liberale, davanti a una camicia di forza, dovrebbe avere una sola risposta: no.
Un no che autentici liberali, tra gli altri Enzo Palumbo, stanno portando avanti in ogni sede, anche giudiziaria.
















