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Xi al Cairo, nuovo spazio di manovra tra Cina e Occidente

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La visita di Tajani al Cairo incrocia la crescente presenza cinese in uno dei nodi strategici dell’Indo-Mediterraneo. Tra commercio, tecnologia, infrastrutture e cooperazione militare, l’Egitto amplia le proprie opzioni mentre Italia e Cina si muovono sempre più nello stesso spazio

Mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani è al Cairo per rafforzare i rapporti economici, discutere di migrazione e coordinare le posizioni sulle crisi regionali, l’Egitto si trova al centro di una dinamica più ampia: quella di un Paese che non vuole scegliere tra Washington, Pechino e i partner europei, ma trasformare la competizione tra grandi potenze in maggiore spazio di manovra. Ruolo che ha già caratterizzato la storia egiziana (per esempio durante la Guerra Fredda).

La visita di Tajani arriva in un momento nel quale emerge l’importanza del Cairo per la strategia cinese. Pechino dimostra di aver compreso il valore geostrategico dell’Indo-Mediterraneo: l’Egitto controlla il Canale di Suez, si affaccia sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, appartiene contemporaneamente al mondo arabo e africano ed è un partner storico dell’Occidente (dagli Usa all’Ue). È inoltre membro dei Brics e negli ultimi anni ha approfondito la cooperazione con Pechino in settori che vanno dalle infrastrutture alla tecnologia, dall’energia alla sicurezza.

Se per l’Italia, il rapporto con l’Egitto è parte del Piano Mattei e di una strategia storica e più ampia di presenza economica e politica nel Mediterraneo allargato, per la Cina, il Cairo è un nodo attraverso cui collegare Medio Oriente, Africa, Mediterraneo e rotte commerciali globali. Si parla tanto dell’apertura dei collegamenti artici, ma di fatto Suez è ciò che rende possibile adesso e nel prossimo futuro la connettività tra Europa e Asia. Anche per questo, per gli Stati Uniti, l’Egitto resta un partner militare e strategico che Washington non può permettersi di perdere. Il risultato è un Paese che non sta passando da un campo all’altro. Sta aumentando il valore della propria posizione tra i campi.

La visita di Tajani

Tajani ha incontrato oggi al Cairo il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, e il ministro degli Esteri Badr Abdelatty, co-presiedendo la riunione della Commissione italo-egiziana insieme al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin e alla ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone.

Al Sisi ha invitato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a visitare l’Egitto per proseguire il coordinamento sulle questioni di interesse comune. Il presidente egiziano ha inoltre sottolineato il “notevole sviluppo” delle relazioni bilaterali e l’importanza di attuare i risultati del Comitato congiunto nei settori del commercio e degli investimenti.

L’agenda economica è sostanziale. Tajani ha ricordato che nei primi sei mesi l’export italiano verso l’Egitto è aumentato del 17% e ha definito il Paese una componente importante della strategia italiana per la crescita delle esportazioni e del Piano Mattei. Al Business Forum organizzato durante la visita hanno partecipato oltre cento imprese italiane, con più di mille incontri B2B dedicati a manifattura avanzata, agroalimentare, moda, arredo, trasporti sostenibili, logistica, connettività, energia, infrastrutture ed edilizia sostenibile.

Il ministro ha indicato anche la rilevanza strategica di Suez e del Mar Rosso, dove passa circa il 40 per cento del traffico marittimo italiano. La sicurezza delle rotte è diventata una questione economica oltre che militare, soprattutto dopo gli attacchi alle navi commerciali e l’instabilità regionale.

Ma il colloquio tra Tajani e Al Sisi non si è limitato all’economia. Il presidente egiziano ha ribadito la centralità del Nilo per la sicurezza nazionale del Paese e il rifiuto di qualsiasi azione unilaterale lungo il corso del fiume. Le parti hanno discusso anche delle tensioni legate alla guerra con l’Iran, degli sforzi egiziani per contenere l’escalation in Medio Oriente e degli sviluppi nel Corno d’Africa.

Al Sisi ha inoltre definito il Mar Rosso una questione di sicurezza nazionale e ha respinto ogni tentativo di destabilizzarlo, militarizzarlo o internazionalizzarlo, sostenendo che la sua sicurezza sia una responsabilità degli Stati rivieraschi. Questi temi mostrano perché il rapporto con il Cairo sia diventato centrale per Roma. L’Egitto non è soltanto un mercato o un interlocutore sulla migrazione. È un attore regionale con influenza sulle rotte marittime, sui conflitti mediorientali, sul Corno d’Africa e sulla sicurezza energetica. Ed è proprio questa centralità a spiegare l’interesse cinese.

La porta egiziana di Pechino

Come abbiamo raccontato nell’edizione di questa settimana di “Indo-Pacific Salad” (per iscriversi alla newsletter basta seguire il link), il leader cinese, Xi Jinping, è arrivato al Cairo per la prima visita in Egitto dal 2016. Nei messaggi ufficiali ha insistito sulle “antiche civiltà” cinese ed egiziana e sulla posizione dell’Egitto come ponte tra mondo arabo e Africa. Dietro il linguaggio diplomatico c’è una geografia difficile da ignorare legata a quel ruolo geostrategico egiziano.

Non a caso, la Cina partecipa alla costruzione della nuova capitale amministrativa egiziana, che farà da cuore pulsante al più popoloso Paese del mondo arabo. Huawei ha sviluppato nel Paese servizi cloud legati anche all’intelligenza artificiale e ai large language model in lingua araba. L’azienda avrebbe inoltre proposto di fornire chip AI per data center egiziani, spingendo Washington a valutare una possibile controfferta.

Questi progetti non equivalgono a un’alleanza politica. Sono però parte di una relazione che si sta spostando dalla semplice costruzione di infrastrutture alla fornitura di capacità tecnologiche e finanziarie. Il Cairo continua ad avere forti ragioni per preservare il rapporto con Washington, soprattutto sul piano militare – anche se la Cina, pur timidamente, si è mossa nelle ultime settimane mandando aerei in esercitazioni sui cieli egiziani. Gli Stati Uniti restano un partner essenziale per l’assistenza alla difesa e per l’accesso a sistemi che la Cina non può sostituire facilmente. Una relazione più profonda con Pechino, tuttavia, porta investimenti e tecnologia e rafforza la posizione negoziale egiziana anche nei confronti degli Stati Uniti e dell’Europa.

È qui che il caso egiziano diventa interessante oltre i rapporti bilaterali con la Cina. Il Cairo non sta cercando un nuovo protettore: sta cercando di evitare che un solo partner diventi indispensabile.

La diplomazia delle opzioni passa dalla tecnologia

Questa logica aiuta a leggere una parte più ampia della presenza cinese nel Global South. Pechino può offrire capitale, infrastrutture, tecnologia, accesso al proprio mercato e cooperazione industriale senza disporre della rete di alleanze, delle capacità militari e delle infrastrutture finanziarie americane. Il suo vantaggio sta anche nella possibilità di inserirsi negli spazi aperti dalla domanda dei Paesi emergenti di diversificare relazioni economiche e strategiche.

Non occorre quindi che l’Egitto si allontani da Washington perché la presenza cinese produca effetti. È sufficiente che Pechino diventi un interlocutore abbastanza rilevante da entrare nei calcoli del Cairo e, indirettamente, in quelli dei suoi partner occidentali.

La competizione sull’intelligenza artificiale sta aggiungendo una nuova dimensione alla relazione. Non conta soltanto chi costruisce il modello più avanzato. Conta anche chi fornisce chip, data center, cloud, standard, applicazioni e formazione nei mercati che adotteranno queste tecnologie. Il controllo dello stack tecnologico può tradursi in influenza quando crea infrastrutture e dipendenze difficili da sostituire.

L’Egitto è un mercato particolarmente interessante perché combina una popolazione numerosa, una posizione logistica strategica, una crescente domanda di servizi digitali e un governo disposto a investire nella modernizzazione amministrativa e infrastrutturale.

Per Washington, l’eventuale presenza di tecnologia cinese nei data center egiziani solleva questioni di sicurezza e di controllo delle infrastrutture critiche. Per il Cairo, la concorrenza tra fornitori apre invece la possibilità di ottenere condizioni migliori e diversificare l’accesso alle tecnologie. È la stessa dinamica che si vede nel settore della difesa.

L’esercitazione “Eagles of Civilization 2026” ha portato almeno sei J-16 cinesi in Egitto, accompagnati da tanker, velivoli per missioni speciali ed elicotteri. La formazione ha percorso oltre 6.000 chilometri attraverso due continenti e quattro Paesi in quasi nove ore.

La parte più significativa non è il numero dei caccia, ma la capacità di dispiegare insieme velivoli da combattimento, rifornimento, supporto, comando e personale logistico. La PLA Air Force sta esercitando la possibilità di sostenere operazioni lontano dalla propria geografia tradizionale.

La differenza è tra presenza e capacità di presenza

Ed è una distinzione che vale oltre il piano militare. La Cina sta trasformando gradualmente la propria presenza economica internazionale, anche in Egitto, in qualcosa di più articolato, aggiungendo tecnologia, infrastrutture e cooperazione militare. Nello specifico, non significa che il Cairo stia scegliendo Pechino, ma che la Cina sta diventando uno degli attori di cui deve tenere conto – attore che sta acquisendo centralità anche nel Mediterraneo.

Letto da una lente italiana, è chiaro che tutto avviene nello stesso quadrante in cui si muove Roma, con una relazione molto più radicata e interessi diretti su Suez, Mar Rosso, energia, commercio e stabilità regionale. Roma e Pechino non sono necessariamente concorrenti frontali, ma operano sempre più spesso negli stessi spazi e in settori strategici che inevitabilmente producono anche dinamiche competitive.

Per l’Italia, quindi, non basta poter rivendicare una presenza storica nel Mediterraneo. La sfida è trasformarla in capacità di presenza: continuativa, concreta e sufficientemente rilevante perché, mentre il Cairo amplia le proprie opzioni, quella italiana deve restare tra le più difficili da sostituire.


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