Il senatore simbolo del leftism statunitense e l’ex ideologo di Trump chiedono insieme più controlli sull’AI. Dietro una convergenza apparentemente impossibile sta emergendo una frattura che attraversa entrambi gli schieramenti americani. E mette il presidente contro una parte del suo stesso movimento
Bernie Sanders e Steve Bannon hanno passato buona parte degli ultimi dieci anni a rappresentare due Americhe che sembravano non avere niente da dirsi. Il primo, senatore socialista del Vermont, ha costruito le sue campagne presidenziali contro le diseguaglianze, Wall Street e il potere delle grandi corporation. Il secondo è stato lo stratega della vittoria di Donald Trump nel 2016 e rimane uno degli agitatori più influenti della destra nazional-populista americana. Sanders lo ha definito in passato un razzista, eppure adesso, almeno su un tema, sono dalla stessa parte: l’intelligenza artificiale unisce oggi ciò che la politica per anni e anni ha diviso.
A Washington si tiene una “Pro-Human Assembly”, organizzata dal Future of Life Institute per chiedere al Congresso di mettere dei limiti allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Insieme a Sanders e Bannon ci saranno la senatrice repubblicana Marsha Blackburn, il deputato progressista Greg Casar e il conservatore texano Chip Roy. Poi sindacalisti, religiosi, attori come Ashley Judd e Joseph Gordon-Levitt.
Non è facile immaginare molte altre questioni sulle quali questo gruppo potrebbe riunirsi nella stessa sala. Ma forse è proprio questo il punto: l’AI è diventato un tema che, tra le altre sorprendenti evoluzioni, sta iniziando a cambiare non soltanto l’economia americana, ma anche le categorie con le quali gli americani discutono di politica.
Il fenomeno diventa più evidente se si guarda a Trump. Il presidente non ha dubbi sulla direzione da prendere nel dibattito – che se letto con la lente del futuro è destinato a segnare la storia dell’umanità – tra sicurezza e potere. Lunedì ha scritto che gli unici “guardrail” di cui l’AI ha bisogno sono quelli rappresentati da un presidente “forte e intelligente”. Dietro le richieste di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale avanzata dalle stesse società che producono i modelli, e le proteste sulla costruzione dei data center che ormai sono diventati la fissazione degli ambientalisti, Trump vede invece una “cospirazione” della quale, secondo lui, esiste un solo beneficiario: la Cina.
La logica della Casa Bianca è comprensibile. L’AI è diventata uno dei principali terreni sui quali si misura la competizione strategica fra Washington e Pechino. Rallentare le aziende americane mentre quelle cinesi avanzano significherebbe, nella lettura dell’amministrazione, rinunciare volontariamente a un vantaggio tecnologico che Washington considera essenziale per la propria prosperità e la propria sicurezza. Per riflesso, nemmeno la Cina accetta forme (e formule) per frenare lo sviluppo, consapevole che quel che serve al sistema del Partito/Stato è piuttosto immaginare un meccanismo di controllo totale anche sull’AI.
Ma mentre Trump vuole più data center, più energia per alimentarli e meno ostacoli normativi – i mese scorso ha detto che le comunità che rifiutano queste infrastrutture vogliono essere “arretrate e povere” – c’è una parte dell’America che lo ha portato alla Casa Bianca non sembra più così sicura.
Per Bannon, l’espansione dell’intelligenza artificiale sta assumendo i tratti di un’altra storia molto familiare al populismo americano: poche società enormemente ricche accumulano una tecnologia che promette di trasformare il lavoro, richiede quantità crescenti di energia e infrastrutture e conferisce a chi la controlla un potere difficilmente comparabile a quello di qualsiasi impresa tradizionale.
Da qui nasce il paradosso Sanders-Bannon. Sanders arriva alla stessa questione percorrendo un percorso differente, ma un traguardo simile (come sempre più spesso accade seguendo le traiettorie di diversi estremismi). Da anni sostiene che i guadagni di produttività prodotti dalla tecnologia rischiano di concentrarsi nelle mani dei proprietari del capitale, mentre ai lavoratori restano l’incertezza e la perdita dei posti di lavoro. Ora chiede un divieto permanente allo sviluppo di un’intelligenza artificiale “superintelligente” e la creazione di una nuova autorità federale incaricata di controllare il settore.
Bannon ha appoggiato quelle richieste. Non significa che la sinistra di Sanders e la destra di Bannon stiano convergendo politicamente, hanno elettorati ed esistenze da proteggere. Si sta creando qualcosa di forse più interessante: partendo da idee quasi opposte sulla società americana, entrambe hanno iniziato a vedere nella concentrazione del potere tecnologico un problema politico.
E gli elettori potrebbero essere più vicini a loro di quanto non lo sia la Casa Bianca. Un sondaggio NBC pubblicato la settimana scorsa indica che circa due americani su tre considerano l’intelligenza artificiale un rischio alto o molto alto per la società. La diffidenza attraversa gli schieramenti. E soprattutto comincia ad assumere una dimensione materiale che fino a poco tempo fa mancava.
L’AI, per molti americani, non è più soltanto ChatGPT sullo schermo di un computer o una discussione futuristica sulla possibilità che un giorno le macchine superino l’intelligenza umana. Sono anche i data center che arrivano nelle loro città: enormi investimenti che richiedono elettricità, acqua, terreni e nuove infrastrutture. È qui la questione tecnologica globale, più distante dal paese-reale, diventa politica locale e incontra la pance delle collettività.
Ed è qui che la posizione di Trump rischia di diventare più difficile da sostenere dentro il suo stesso movimento. Alcuni strateghi repubblicani avvertono già che l’eccessiva prossimità del partito alle grandi aziende dell’AI potrebbe trasformarsi in un problema alle elezioni di metà mandato (in programma tra meno di tre mesi). Diversi esponenti repubblicani sostengono restrizioni alla costruzione dei data center, mentre al Congresso sono emerse richieste bipartisan per sottoporre i modelli più avanzati a controlli più severi.
Persino JD Vance sembra muoversi su una linea meno categorica di quella del presidente. Poco prima delle dichiarazioni di Trump, il vicepresidente ha ammesso che qualche ulteriore regolamentazione dell’AI potrebbe essere necessaria, auspicando un accordo fra Congresso e amministrazione. Per ora, tuttavia, esiste molta più convergenza sulla paura che sulle soluzioni.
Fermare la superintelligenza, istituire un regolatore federale, controllare i modelli più potenti o impedire la costruzione di un data center sono politiche profondamente diverse. Mancano inoltre poche settimane di attività legislativa prima delle elezioni di novembre. È improbabile che un fronte che va da Sanders a Bannon riesca nel frattempo a trasformarsi in una maggioranza capace di approvare una legislazione organica.
Ma sarebbe un errore guardare soltanto a ciò che il Congresso farà nelle prossime settimane, perché sotto la discussione sulle regole dell’AI sta emergendo un conflitto più profondo. Da una parte c’è l’idea che gli Stati Uniti non possano permettersi di rallentare: l’intelligenza artificiale promette incrementi di produttività, sostiene investimenti per centinaia di miliardi di dollari e costituisce ormai uno dei pilastri della competizione con la Cina. È, in sostanza, la posizione di Trump. Dall’altra cresce il sospetto che la velocità abbia un prezzo. E soprattutto che non saranno necessariamente le stesse persone a raccoglierne i benefici e a pagarne i costi.
È una domanda antica nella storia economica, non soltanto americana, applicata questa volta a una tecnologia nuova: chi controlla il cambiamento, chi se ne arricchisce e chi rischia di esserne travolto?
Per questo la fotografia di Sanders e Bannon dalla stessa parte del dibattito è meno bizzarra di quanto sembri. La vera notizia non è che un socialista e un nazional-populista abbiano improvvisamente scoperto di essere d’accordo: è che l’intelligenza artificiale sta creando una linea di divisione che non passa più necessariamente fra democratici e repubblicani, ma attraverso le posizioni politiche, le paure sociali, le necessità strategiche.
















