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Perché von der Leyen punta su un Consiglio europeo di sicurezza. Parla Varvelli

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Un’Europa che comincia a costruire il proprio Piano B sulla sicurezza, senza rinunciare alla Nato ma prendendo atto delle incognite sul rapporto con Washington. Arturo Varvelli, direttore di Ecfr Roma, legge la proposta di von der Leyen come un passaggio politico destinato a cambiare il modo in cui l’Ue guarda alla propria sicurezza. E avverte: la sottovalutazione della minaccia russa resta forte anche in Italia

Il punto di partenza è il nuovo Consiglio europeo di sicurezza, la proposta con cui Ursula von der Leyen ha scelto di dare una forma politica alla necessità di un’Europa più autonoma sul piano strategico. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato oggi a Strasburgo, la presidente della Commissione ha affiancato alla conferma del sostegno all’Ucraina l’idea di un nuovo formato di sicurezza capace di coinvolgere partner come Regno Unito, Canada e Norvegia. La presenza di Mark Carney in aula ha dato ulteriore peso alla traiettoria indicata da Bruxelles. È la fotografia di un’Europa che non sembra più disposta a considerare il rapporto transatlantico come l’unico pilastro possibile della propria sicurezza. Non necessariamente in alternativa alla Nato, ma nella consapevolezza che il contesto internazionale è cambiato e che l’affidabilità americana non può più essere data per scontata. Per Arturo Varvelli, direttore dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) di Roma, quella indicata da von der Leyen è soprattutto una presa d’atto della realtà: una sorta di Piano B europeo, da costruire senza rompere con Washington ma preparandosi a un mondo nel quale gli Stati Uniti potrebbero non essere sempre disponibili a garantire la sicurezza del continente.

Varvelli, perché il Consiglio europeo di sicurezza è il passaggio più significativo del discorso di von der Leyen?

Perché era una proposta attesa e, soprattutto, perché traccia una guida tematica di quello che potrebbe essere l’Unione europea del futuro. L’idea di fondo è quella di un maggiore coordinamento anche al di fuori dei tradizionali meccanismi della Nato e del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. È una presa d’atto della realtà. In questo momento storico non possiamo pensare di collaborare con Trump come se nulla fosse.

Questo significa che l’Europa deve prepararsi a fare da sola?

Non credo che il punto sia questo. Al contrario, nel discorso di von der Leyen emerge la necessità di costruire un coordinamento forte con diversi attori. Penso innanzitutto al Regno Unito, ma anche al Canada, la cui presenza accanto a von der Leyen è stata tutt’altro che casuale. L’Europa deve allargare il proprio perimetro di cooperazione, perché da sola è limitata. E sul terreno della sicurezza questo diventa ancora più evidente.

Il tema, però, è anche il futuro della Nato. È davvero indebolita?

Dobbiamo distinguere le dichiarazioni dalla realtà strategica. Dieci anni fa ci si poteva affidare alla Nato quasi ciecamente. Oggi esistono dubbi sull’affidabilità dell’Alleanza, perché la Nato è in larga parte gli Stati Uniti e oggi è la stessa amministrazione americana a mettere in discussione alcuni presupposti del rapporto transatlantico. La domanda è molto concreta: se la Russia entrasse nei Paesi baltici, siamo certi di quale sarebbe la risposta americana?

Quindi quello di von der Leyen è un Piano B?

Ragionevolmente sì. Non nel senso di un’alternativa già pronta alla Nato, ma nel senso che per la prima volta viene messo con chiarezza sulla mappa politica un possibile Piano B. È un segnale importante: l’Europa comincia a ragionare su come garantire la propria sicurezza anche in uno scenario nel quale l’ombrello americano fosse meno solido.

Nel discorso è emerso anche il tema della guerra cognitiva e delle minacce ibride. Perché è significativo?

Perché von der Leyen non aveva mai insistito con questa forza sul tema. Il punto è che le minacce non sono più soltanto esterne. Ci sono minacce ibride e anti-democratiche che agiscono anche all’interno dell’Unione. La Russia ha superato quella che potremmo definire una soglia di minaccia sotto traccia e, attraverso diverse attività, ha progressivamente mostrato la propria identità e i propri obiettivi.

E l’Italia come si colloca rispetto a questo problema?

L’Italia non è immune. Esistono legami politici con la Russia e una parte significativa dell’arco parlamentare che, con modalità differenti, mostra posizioni vicine a Mosca o comunque una difficoltà a considerare la Russia una minaccia. Questo vale a destra come a sinistra: ci sono ambiguità nel Movimento 5 Stelle, nell’estrema sinistra e anche settori che si possono rintracciare dentro il Pd. A destra abbiamo Vannacci e Salvini. Meloni, invece, finora tiene una posizione diversa.

Quanto pesa questa ambiguità nella capacità dell’Italia di affrontare la nuova fase?

Pesa molto, perché non riguarda soltanto la politica. Credo che una parte consistente del Paese, compresa una componente della classe imprenditoriale, conservi una certa compiacenza nei confronti della Russia. C’è una sottovalutazione costante della minaccia e, insieme, il tentativo di tornare al business as usual. Questa sensazione in Italia è particolarmente forte. Ma il problema è che il mondo nel quale potevamo permetterci di considerare i rapporti con Mosca esclusivamente attraverso la lente economica non esiste più.


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