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Dalla Germania indicazioni per tutti i popolari e democratici cristiani europei

Di Giancarlo Chiapello
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Le elezioni in Germania in Sassonia offrono una riflessione non solo generale ma anche particolare, pensando all’Italia e al popolarismo italiano e come va interpretato concretamente in politica. Il commento di Giancarlo Chiapello

Le elezioni municipali della Bassa Sassonia in cui la Cdu pur perdendo qualche punto, guadagna il primo posto, seguita da Spd, Afd che balza al terzo tallonata da vicino dai Verdi, indica che il risultato ampiamente analizzato del voto in Sassonia-Anhalt andrebbe meglio inquadrato anche da due punti di vista, uno più italiano e il secondo più generale.

Il primo si collega alla crisi del sistema politico del Bel Paese che è ben riassunto nella sequela di leggi elettorali che si sono allontanate dall’impianto parlamentarista e proporzionaliata della Costituzione che prevede lo strumento partitico, la centralità del Parlamento, maggioranza e governo che si formano dopo il voto nel consesso della rappresentanza democratica. Perché delle elezioni municipali tedesche sono interessanti? Perché evidenziano ciò che in Italia prevalentemente non avviene più ossia al voto anche sul territorio vanno le liste di partito, post e che rappresentano programmi fondati su pensieri chiari, con un sistema elettorale con una base concettuale uguale per ogni livello istituzionale: nel nostro Paese, invece, ci sono plurimi sistemi elettorali che confondono l’elettore e a livello comunale si presentano liste civiche più o meno politicizzate ma indicanti che i partiti sono ridotti a matrioske di comitati elettorali i cui simboli non arrivano e non si radicano fuori dai grandi centri (quando va bene) avendo prevalso il ceto notabiliare in eterno movimento tattico, con la esemplare figura del Sindaco diventato um simil podestà, con lo svilimento delle assemblee rappresentative (altro che la situazione tedesca), come sorta di ciliegina sulla torta di un tempo polarizzato fallimentare per la Repubblica.

Il discorso stesso del sistema elettorale necessita, per non essere uno specchietto per le allodole di alchimie elettoralistiche, di aprire un ragionamento sul ritorno della forma partitica democratica, rappresentativa, non personalistica, organizzata, capace di formare classe dirigente fondata su quella virtù attribuita al politico da Emmanuel Mounier, non la competenza settoriale ma la capacità di visione. A monte di ciò cosa ci dovrebbe necessariamente essere? Un pensiero che punta ad unità possibili di mondi di riferimento: questo sarebbe un percorso tipico per i cattolici la cui questione della presenza politica, da tempo afona, scorre come un fiume carsico al netto di chi ne ha voluto la scomparsa organizzata. La situazione tedesca impone una sfida proprio ai pensieri politici e alla loro capacità di riorganizzarsi e ricostruitevina sintonia di popolo: su questo la Cdu e a livello Europeo il Ppe sino chiamati ad affrontare la sfida ritrovando se stessi senza inseguire gli altri.

Prendendo queste necessità dei popolari e democratici cristiani tedeschi come utili anche per gli italiani, allora non può essere messo tra parentesi il viaggio di Papa Leone XIV presso la Repubblica di San Marino e al Meeting di Rimini con i rispettivi interventi che, letti in parallelo all’Enciclica “Magnifica Humanitas”, aiutano a ritrovare un bandolo, una direzione ma soprattutto i cattolici stessi spariti, quando va bene, sotto una spessa coltre di timidezza. Innanzitutto si conferma la richiesta di superare le polarizzazioni e il Pontefice offre un meccanismo preciso che parte non da un anonimato dietro cui nascondere la fede e la fedeltà alla Chiesa ma dalla riconoscibilità di una cultura cattolica che non si sottrae alla battaglia che, come indica nell’enciclica, in democrazia deve necessariamente avere come metodo la Verità, che serve pure a tornare ad una lettura autentica dei documenti del Concilio Vaticano II, solo così è possibile la messa a terra delle parole pronuciate durante il viaggio: “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità”.

Da questo punto di vista va colta la suggestione lanciata dall’antica terra della “Libertas”, dove ha anche parlato di comunione, parlando a tutti i cattolici additando la più antica Repubblica del mondo legata visibilmente ai fondatori, i Santi Marino e Leo, come “laboratorio di buona politica, dove, senza derogare alla laicità dello Stato, si può attingere ai principi della dottrina sociale cattolica: la ricerca del bene comune, la destinazione universale dei beni, l’armonia di sussidiarietà e solidarietà, la giustizia sociale”.

Come non vedere nella coerenza con tale indicazione la forza del pensiero, della tenuta, della dimensione di popolo del Partito Democratico Cristiano Sanmarinese che ha una grossa responsabilità assurgendo oggi ad esempio e modello in particolare per rimettere in piedi il popolarismo italiano ed europeo in chiave euromediterranea? Indubbiamente il Meeting di Rimini ha assunto una dimensione internazionale unica e una posizione di crocevia aperto ma anche di sostegno alla riconnessione di un arcipelago cattolico che ha bisogno della generosità di Comunione e Liberazione e di rigettare ponti tra le diverse isole ancora ricche di identità pensiero e azione, bisognose di compagnia per sottrarsi a soggezioni o sottomissioni ideologiche, a dispetto di destra e sinistra che hanno nel mantenimento delle divisioni dei cattolici, pure rieditando a cadenza costante scontri chiusi decenni fa in un contesto oggi non più esistente, un elemento fondativo della fallimentare seconda repubblica.

Certo si potrebbe obiettare che siamo in giorni, settimane, mesi, di rilancio di battaglie cattoliche? Di rivendicazioni di identità cattolica di eletti? Appare invece una triste alternanza tra riduzione della visione cristiana, che ha centrale la dignità di ogni persona e il bene comune, a sfollagente ideologico e “cattolicite acuta” cioè la proclamazione di una identità rispetto a scelte incoerenti con essa stessa sulla difesa della vita. Ponendosi su questa strada, che vuol dire ascolto del magistero e attenzione e accompagnamento alle dinamiche del mondo cattolico, senza le quali non c’è il più originale pensiero politico di cattolici, il popolarismo, occorre trovare una chiave applicativa, un metodo che viene prima dell’impegno alla partecipazione e riguarda la rappresentanza secondo la linea della storia dell’organizzazione dei cattolici in politica non assimilabile a quella di impianto marxista, che non può essere che quello sturziano.

Gli echi di quest’ultimo ben si sentono in una risposta ad una domanda di un’intervista apparsa su Avvenire dell’ultimo segretario nazionale della Democrazia Cristiana e primo del secondo Partito Popolare Italiano, Mino Martinazzoli, apolide della seconda repubblica: “Io sono convinto – naturalmente la mia affermazione può essere discutibile – che i cattolici in politica in questo Paese sono stati importanti non quando si sono posti come i rappresentanti dell’Italia cattolica, ma quando si sono interpretati come i rappresentanti dei cattolici in Italia. Quel collegamento tra il civile e il proprio credo. Mi rendo conto che si tratta di un impegno difficile ma è questa l’ambiguità che occorre superare in termini di presenza politica”.

Parole incomprensibili per chi pensa che l’importanza di un’esperienza politica si misuri nella tempistica della detenzione del potere, nel liderismo, nel giustizialismo becero caratterizzato dall’utilizzo della gogna mediatica, nell’accatastamento di forze eterogenee contro un nemico che così porta a strappare la rete del senso stesso della democrazia, lasciando un populismo di cui il popolo è evidentemente stanco ma di cui spesso, rosso, nero o giallo, la tecnocrazia e certa borghesia si sono di volta in volta innamorate. Ci sarebbe da approfondire su questa stanchezza che rischia di estremizzare ulteriormente un sistema malfunzionante ragionando di “rossobrunismo” in questo 2026 in cui ricorrono i novant’anni dell’ “Appello ai fratelli in camicia nera” del Partito Comunista d’Italia di Togliatti e che, dopo le elezioni nel più piccolo e povero dei land tedeschi, la Sassonia-Anhalt, potrebbe rivedersi con la ipotesi di convergenza tra l’Afd di estrema destra di Ulrich Siegmund e la Bsw di estrema sinistra di Sarah Wagenknact entrambi con estimatori italiani.

Da dove inizare per superare l’ambiguità di cui parla Martinazzoli e che pone il popolarismo come più solido argine proprio al rossobrunismo e alle sue ricadute contro la visione europea e geopolitica euromediterranea non chiusa nella sola dimensione renana? Ascoltando proprio il Papa, ritrovando il senso del limite della politica e riscoprendosi non disertori, lontani dalla Costituzione (e dalla Gaudium et Spes) ma pionieri della Verità in democrazia.


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