La crisi mediorientale e il blocco dello Stretto di Hormuz stanno ridisegnando il valore strategico delle rotte tra Golfo, Oceano Indiano e Mediterraneo. In questo scenario l’India sta consolidando il proprio ruolo attraverso relazioni diversificate, cooperazione marittima e grandi progetti infrastrutturali come l’Imec. Per l’Italia si apre uno spazio di collaborazione che va dalla sicurezza navale alla difesa, dalla logistica alle infrastrutture portuali. La riflessione di Alberto Cossu
Dal 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, il Medio Oriente non si legge più soltanto attraverso i nuovi equilibri tra le potenze regionali, ma attraverso i suoi colli di bottiglia. Ancora in questi giorni le autorità iraniane dichiarano chiuso lo Stretto di Hormuz, e la sicurezza delle rotte che attraversano il Golfo è tornata la variabile da cui dipendono i prezzi dell’energia, le catene di fornitura e la tenuta dei grandi progetti infrastrutturali. In questo scenario l’India è un attore che non si può trascurare: non appartiene geograficamente alla regione, ma ne dipende per l’energia, per il commercio e per la presenza di milioni di propri lavoratori, e ha costruito nel tempo relazioni con Paesi spesso con interessi divergenti.
L’India può svolgere un ruolo significativo nella formazione dei nuovi equilibri mediorientali, senza essere né il garante militare della regione né un mediatore capace di imporre accordi. Il suo contributo si manifesta nella sicurezza marittima, nelle relazioni economiche e nella connettività, ma anche nella capacità di mantenere aperti canali politici con interlocutori che perseguono interessi divergenti. Sicurezza e infrastrutture non sono due fasi rigidamente successive: si sostengono reciprocamente, pur senza eliminare le cause dei conflitti.
Nuova Delhi ha sviluppato una politica mediorientale fondata sulla diversificazione e sulla cooperazione selettiva: la collaborazione con Israele nella difesa e nelle tecnologie avanzate convive con relazioni economiche e politiche molto intense con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Arabia Saudita. Non è equidistanza, perché Israele, Riad, Abu Dhabi e Teheran occupano posizioni diverse nella gerarchia degli interessi indiani. È piuttosto la capacità di non trasformare automaticamente una relazione privilegiata in ostilità verso gli altri. A differenza di altre potenze, inoltre, l’India non è associata a una tradizione recente di interventi militari nella regione né all’esportazione di modelli istituzionali, e questo la rende un interlocutore accettabile per governi che vogliono diversificare i propri partner.
La crescente presenza dell’India in Medio Oriente si inserisce in un processo avviato prima dell’annuncio del corridoio IMEC. Gli Accordi di Abramo del 2020, normalizzando le relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, hanno favorito nuove forme di cooperazione economica e tecnologica, nelle quali Nuova Delhi ha trovato un ruolo importante. Questo processo è stato rafforzato durante l’amministrazione Biden con la costituzione del gruppo I2+U2, formato da India, Israele, Emirati e Stati Uniti, che ha promosso iniziative comuni nei settori dell’energia, della sicurezza alimentare e delle infrastrutture. L’IMEC, annunciato nel 2023, ha successivamente ampliato questa prospettiva, proponendo un sistema di collegamenti tra il subcontinente indiano, il Golfo, il Mediterraneo e l’Europa. L’India si è così affermata come uno degli interlocutori della nuova integrazione regionale, grazie alla capacità di sviluppare rapporti con Israele e con le monarchie arabe senza rinunciare alla propria autonomia strategica. Il mantenimento del dialogo con l’Iran, nonostante le difficoltà incontrate dal progetto portuale di Chabahar a causa delle sanzioni americane, conferma questa impostazione, ma ne mostra anche i limiti. Nuova Delhi non è equidistante dai diversi attori regionali, né dispone di una libertà illimitata di manovra. La sua influenza deriva piuttosto dalla capacità di collegare interessi economici e strategici differenti, contribuendo alla formazione di un Medio Oriente più interconnesso e policentrico.
La reputazione indiana, dunque, va valutata senza enfasi. Infatti la capacità di contribuire a una stabilizzazione non coincide necessariamente con quella di trovare una soluzione. La presenza di consistenti comunità indiane, i rapporti economici e tecnologici, le relazioni con Israele e con i Paesi arabi e la persistenza di canali con l’Iran costituiscono un capitale diplomatico utilizzabile per facilitare convergenze specifiche. Il suo valore sta nella combinazione di questi strumenti.
L’impegno indiano è concreto e misurabile soprattutto nella sicurezza marittima. Tra febbraio e ottobre 2026, l’India ha assunto il comando della Combined Task Force 154, nell’ambito delle Combined Maritime Forces con base in Bahrein, subentrando proprio all’Italia. La formazione multinazionale è dedicata all’addestramento e al rafforzamento delle capacità operative delle marine partecipanti. Il passaggio di consegne tra Roma e Nuova Delhi testimonia la crescente collaborazione tra i due Paesi nella sicurezza delle rotte che collegano l’Oceano Indiano al Mediterraneo. Una cooperazione che supera la dimensione bilaterale e si inserisce in un più ampio sistema multinazionale di sicurezza marittima, nel quale Italia e India possono contribuire alla protezione dei traffici commerciali e delle infrastrutture strategiche.
L’occasione per rileggerla è offerta dall’articolo pubblicato su Formiche dall’ambasciatrice indiana in Italia, Vani Rao, a margine della visita della nave INS Trishul a Civitavecchia. Scrive l’ambasciatrice che si è tenuto il primo Dialogo bilaterale sulla sicurezza marittima, dedicato alla consapevolezza della situazione marittima, al contrasto alle attività illecite e alla salvaguardia delle infrastrutture critiche; a ciò si aggiungono le esercitazioni congiunte e gli scambi tra gli stati maggiori. Il quadro è coerente: l’elevazione dei rapporti a Partenariato Strategico Speciale nel maggio 2026 e l’annuncio di una roadmap per la cooperazione industriale nella difesa legano due Paesi che condividono l’interesse alla libertà di navigazione, alla protezione dei cavi e dei porti, alla continuità dei traffici tra Asia ed Europa. L’Indo-Mediterraneo è qui un’espressione operativa: gli stessi chokepoint che la guerra ha reso critici sono quelli su cui Roma e Nuova Delhi hanno scelto di lavorare insieme.
Più delicata è la questione dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor, il progetto IMEC annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023. Il corridoio prevede collegamenti marittimi, ferroviari, energetici e digitali tra India, Penisola Arabica ed Europa, e Italia e India vi aderiscono entrambe. La sua importanza non risiede soltanto nella possibile riduzione di tempi e costi, ma nella capacità di riorganizzare la geografia economica eurasiatica. Nuova Delhi non ne sarebbe un semplice terminale: rappresenterebbe uno dei centri di gravità commerciali e strategici dell’iniziativa. È vero che le guerre e le tensioni regionali hanno rallentato i collegamenti previsti e che il ministro degli esteri indiano Jaishankar ha riconosciuto a febbraio un avanzamento più lento del previsto. Ma non ne consegue che le infrastrutture siano soltanto vittime dell’instabilità: quando diventano operative, possono anche creare interessi condivisi e aumentare il costo economico delle rotture politiche. Non impediscono da sole i conflitti, ma possono contribuire a renderne più onerosa la prosecuzione.
Questo non svuota l’IMEC, ma ne chiarisce la natura: non è una garanzia automatica di pace, né un progetto da attivare soltanto dopo il ritorno di una stabilità compiuta. È uno strumento la cui realizzazione richiede soglie minime di sicurezza e che, nello stesso tempo, può rafforzare le condizioni economiche della convivenza. L’India ha interesse a evitare che sia letto esclusivamente come un dispositivo di contrapposizione geopolitica, perché ciò ne aumenterebbe la vulnerabilità e ridurrebbe i margini della propria autonomia. La stessa logica invita a non interpretare gli Accordi di Abramo, le nuove iniziative di cooperazione tra Paesi musulmani e la Development Road promossa da Iraq e Turchia come schemi necessariamente incompatibili. La competizione per investimenti, centralità geografica e influenza resta intensa; tuttavia, una pluralità di corridoi può anche produrre complementarità, ridondanza delle rotte e cooperazioni selettive.
Per l’Europa e per l’Italia l’implicazione è duplice. Roma può contribuire a una rete di relazioni tra Mediterraneo e Oceano Indiano valorizzando cantieristica, difesa, tecnologie navali, sistemi di sorveglianza, infrastrutture portuali, logistica avanzata e protezione dei cavi sottomarini; e può favorire una presenza europea nella progettazione e nella governance dei collegamenti, anziché accettare il ruolo di semplice mercato terminale. La collaborazione con l’India, già visibile nella sicurezza marittima, può così acquistare una dimensione industriale e tecnologica. La protezione delle rotte resta essenziale, ma non esaurisce il significato del partenariato: ciò che conta è integrare capacità operative, investimenti e iniziativa diplomatica.
La stabilizzazione del Medio Oriente non potrà dipendere soltanto da accordi di sicurezza, né dalla realizzazione di nuove infrastrutture. Richiederà condizioni politiche ed economiche che rendano sostenibile la convivenza tra Paesi con interessi diversi. Sicurezza, sviluppo e connettività sono dimensioni interdipendenti: la prima rende possibili gli investimenti, mentre i secondi possono consolidare gli incentivi alla cooperazione. In questa architettura potrà contribuire, con il proprio peso economico, la presenza navale e una rete di relazioni diversificate, a costruire convergenze concrete.
Nuova Delhi non dispone degli strumenti per risolverne autonomamente i conflitti; possiede però un capitale di fiducia e reputazione, una crescente centralità economica e interessi vitali nella continuità dei collegamenti tra Oceano Indiano, Golfo e Mediterraneo. Questi elementi possono conferirle una funzione significativa nella ricerca di nuovi equilibri, anche attraverso forme selettive di facilitazione diplomatica. Il Medio Oriente non può più essere interpretato soltanto attraverso i rapporti tra le potenze che vi appartengono geograficamente o che vi esercitano tradizionalmente influenza.
L’India può contribuire alla stabilità del Medio Oriente grazie ai rapporti con Israele, le monarchie del Golfo e l’Iran, alla sicurezza delle rotte marittime e allo sviluppo di nuovi corridoi commerciali. In questo scenario, l’Italia può svolgere un ruolo di collegamento tra India, Medio Oriente ed Europa, valorizzando la propria posizione nel Mediterraneo, il sistema portuale e logistico, le competenze industriali e la cooperazione navale. Il partenariato strategico con Nuova Delhi e il progetto IMEC offrono l’opportunità di trasformare questa posizione geografica in una funzione economica e geopolitica concreta, contribuendo alla costruzione del nuovo spazio indo-mediterraneo.
















