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Il primo aspetto, non certo sorprendente, che l’analisi del voto presidenziale iraniano fornisce è che alle urne per eleggere colui che sostituirà Ebrahim Raisi (rimasto vittima di un incidente aereo a maggio) è andato solo il 40,6% degli aventi diritto. È il dato più basso della storia elettorale del Paese, inferiore anche a quello registrato nelle elezioni di Majles del 1 marzo, che era già l’affluenza più bassa di qualsiasi grande elezione dalla formazione della Repubblica islamica. Si è innescato un trend in cui la disaffezione al voto è legata all’aumento delle costrizioni, delle chiusure, del controllo e delle pressioni sulle masse da parte del regime che governa la Repubblica islamica. Di più: un milione di schede, su 23,4 milioni totali, sono state lasciate bianche o invalidate. Nel complesso, il livello di partecipazione degli elettori ha rappresentato un ripudio delle politiche del regime, che non è riuscito nemmeno a innescare l’effetto oppositivo — andare al voto per cambiare, dato che l’Iran votava per non cambiare e gli elettori lo sanno.

Sono soprattutto i cosiddetti riformatori infatti a soffrire questo contesto, prodotto anche dalle regole sposate dal mondo del conservatorismo più rigido. Eppure, dalle urne di sabato è uscito primo il pragmatico-riformista Massoud Pezeshkian, in testa con il 42, 6% dei consensi: questo è il secondo degli aspetti analitici (per altro un po’ più sorprendente). Le masse anti-conservatorismo potrebbero essere portate alla mobilitazione? Possibile, meno probabile. D’altra parte, l’altro lato dello schieramento sarà portato a recuperare i circa 4 punti di svantaggio che soffre Saeed Jalili, contender al ballottaggio e candidato non certo dalle visioni aperte.

Su carta, gli elementi  a favore di Pezeshkian sono il parziale vantaggio del voto riformista, che potrebbe essere stimolato dalla prospettiva speranzosa di una vittoria ora concretamente visibile all’orizzonte (per quanto improbabile, non impossibile); poi c’è la prospettiva temuta di una presidenza estremamente conservatrice di Jalili; inoltre le divisioni interne significative nel campo conservatore (con gli elettori del contender escluso dal ballottaggio Mohammad Baqer Qalibaf che in parte rifiutano di appoggiare Jalili).

Sull’altro lato, a favore di Jalili c’è un preliminare supporto del regime; il fatto che comune la maggioranza totale dei voti del primo turno è andata ai candidati conservatori; le visioni di Pezeshkian che potrebbero non essere abbastanza riformiste per attrarre voti sufficienti anti-regime.

Jalili, direttore dell’ufficio della Guida suprema per quattro anni, intende rendere l’Iran per quanto possibile autonomo, simil-autarchico: quasi utopistico come concetto, se non fosse che questo metodo per aggirare le sanzioni passerà dall’aumento della cooperazione con Russia e Cina. Pezeshkian, cardiochirurgo e ministro della Salute con la presidenza riformista di Mohammed Khatami, vuole invece cercare di riaprire Teheran, anche attraverso una nuova fase di dialogo con l’Occidente (leggasi gli Stati Uniti), magari sfruttando una finestra temporale rapida, nell’ottica della possibilità che gli Usa finiscano nuovamente sotto la linea anti-iraniana di Donald Trump.

Difficile pensare che il ballottaggio sarà libero ed equo, e dunque le chance di Pezeshkian restano nei fatti limitate, tuttavia ci sono dinamiche per cui può valere la pena considerare anche una vittoria del riformista come non del tutto svantaggiosa per la leadership teocratica. E una di queste è proprio il potenziale ritorno di Trump alla Casa Bianca — il Potus che ha sfasciato l’accordo sul nucleare Jcpoa e reinserito l’intera panoplia di sanzioni contro Teheran. Più in generale, un riformatore alla presidenza potrebbe essere utile per la Guida Suprema Ali Khamenei nel rapporto con l’esterno in questa fase in cui c’è da evitare ingerenze e pressioni perché ci sono da sistemare le turbolenze interne che riguardano la sua successione — affidata prima della morte proprio a Raisi, non per qualità ma per ordine di mantenimento dello status quo.

Qui si apre quella che per ora è solo una affascinante speculazione. Khamenei non è una colomba e aveva avvisato di no n votare candidati troppo aperti all’Occidente (sottinteso Pezeshkian), ma potrebbe giocare d’azzardo (anche secondo l’esperto Ali Vaez) e permettere a un presidente riformatore (ma comunque fedele ai princìpi fondamentali della Repubblica islamica e non eccessivamente aggressivo) di prendere il sopravvento per rendere il regime più sicuro, magari recuperando un po’ di respiro sotto le pressioni sia nazionali (le proteste di vario genere che vanno avanti da anni) che internazionali (le sanzioni). Questo darebbe alla leadership modo di recuperare ossigeno anche per quella che è la più cruciale delle partite interne, l’unica che interessa davvero il potere a Teheran, ossia garantire una transizione verso il futuro successore del vecchio e malato Khamenei — partita sulla quale non verranno lasciati spazi.

I presidenti iraniani in genere hanno una libertà limitata, poco peso di fatto nello spostare la sicurezza nazionale e le politiche estere. Hanno storicamente esercitato un’influenza significativa sulla politica economica, comunque, e in alcuni casi, per esempio in quello di Hassan Rouhani, hanno determinato importanti scelte come il dialogo internazionale che poi ha portato alla decisione di costruire l’accordo sul nucleare Jcpoa. Attenzione qui: Javad Zarif, che da ministro degli Esteri guidò tutto il processo di costruzione del Jcpoa, si è unito come advisor al team di Pezeshkian.

L’ipotesi che la leadership possa accettare Pezeshkian può comunque sembrare in diretta contraddizione con un andamento del regime iraniano che ha visto, per dirla come Ashfon Ostovar su Foreign Affairs, “una fazione, che controlla i livelli superiori dell’IRGC (in Italia comunemente noti come “Pasdaran”, ndr) e prevale tra i giovani ufficiali emergenti, […] è diventata particolarmente influente dall’assassinio di Qasem Soleimani, il comandante dell’ala delle operazioni esterne dell’IRGC, nel 2020, da parte degli Stati Uniti”. Ossia: la prossima generazione dell’establishment dell’ampio e centrale settore sicurezza iraniano sarà ancora più dura dell’attuale e potrebbe portare Teheran a essere dominata sempre più dai conservatori appartenenti alla sfera militare, piuttosto che dalla leadership clericale. Dunque, tornando al punto di speculazione: quello su Pezeshkian potrebbe essere allora un passaggio per evitare una spinta verso tale deriva?

Il candidato riformatore ha già inviato input. Pezeshkian ha cercato infatti di alleviare le preoccupazioni del Leader Supremo impegnandosi a nominare come suo ministro degli esteri, se eletto, non Zarif ma il meno controverso Abbas Aragchi — un diplomatico di carriera e figura senior del team che ha negoziato il Jcpoa e le successive fasi in cui l’accordo sembrava poter essere rianimato sotto l’amministrazione Biden, fase che poi lo ha portato a essere consigliere dell’allora ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian, morto nell’incidente con Raisi. Ancora un altro elemento: Jalili è un sostenitore del valore dell’Asse della Resistenza che va da Hamas a Hezbollah, dal Siraq agli Houthi, ma a Khamenei adesso potrebbe servire qualcuno che almeno formalmente allenti le connessioni con quella faccia della Repubblica islamica che è percepita come sempre più problematica — anche dalla Cina e dai nuovi potenziali partner nel Golfo.

Iran, l’ipotesi Pezeshkian può servire alla leadership di Khamenei

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