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Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per trasmettere l’entità del rischio in arrivo dal Libano, per esempio il dipartimento di Stato (tramite l’ambasciata a Beirut) ha colto ieiri l’occasione che i membri della Swiss International Airlines “aggiusteranno” le rotte fino almeno al 31 luglio, per invitare alla massima attenzione. Ma ancora gli Usa non vogliono alzare l’allarme e vietare i viaggi ai cittadini americani, perché sanno che quello è il passo che rappresenta l’inevitabilità di un conflitto. E invece Washington sta facendo di tutto per evitare che Israele attacchi Hezbollah — e viceversa.

Nel farlo, come sempre fatto finora riguardo alla situazione a Gaza, gli Stati Uniti passano da una narrazione chiara: Israele è vessato, pressato, aggredito. Il messaggio è evidente – nonostante il governo di Benjamin Netanyahu non sia certamente amato dall’amministrazione Biden. Gli Usa difendono lo stato ebraico e i suoi diritti, tanto che parlando alla Brookings Institution, il segretario di Stato Antony Blinken dice che Israele ha ormai “perso sovranità” nel nord del Paese a causa dei persistenti attacchi contro il proprio territorio – i quali, dopo l’aggressione di Hamas che ha aperto l’attuale stagione di guerra il 7 ottobre scorso, sono diventati routine quotidiana.

“Le persone non si sentono sicure a casa loro”, ha detto durante un discussione pubblica con Cecilia Rouse, presidente del super think tank. “Senza fare qualcosa per l’insicurezza, le persone non avranno la fiducia per tornare”. Queste parole, per contesto e tempistica, sono destinate a segnare il momento, anche perché quando Blinken dice che Israele ha perso sovranità e non riesce a proteggere il proprio popolo, colpisce chi crea quel contesto di insicurezza (Hezbollah, e indirettamente l’Iran), ma critica anche il governo Netanyahu – sottinteso responsabile di quanto accade. Ci sono 60mila persone della comunità ebraica che vivono al nord dello stato ebraico che sono di fatto sfollati – perché chiaramente non possono vivere in un territorio in cui Hezbollah lancia razzi e droni esplosivi ogni giorno, più volte al giorno.

Blinken ha detto che siamo davanti a un “momentum”, perché chiaramente nelle prossime giornate si potrebbe aprire “una guerra più grande”, ma che paradossalmente nessuno vuole davvero veder scoppiare una guerra più grande. “Nessuno degli attori principali vuole davvero una guerra. Israele non vuole una guerra, anche se potrebbero essere pronti a impegnarsi in una, se necessario”, ha detto. “Non credo che Hezbollah voglia davvero una guerra. Il Libano certamente non vuole una guerra, perché sarebbe la principale vittima”. E ancora: “Non credo che l’Iran voglia una guerra, in parte perché vuole assicurarsi che Hezbollah non venga distrutto e che possa tenere Hezbollah come carta se ne ha bisogno, se mai entra in un conflitto diretto con Israele”.

Questo che sembra essere un mantra per definire il senso che Washington vuole dare al “momentum”, dove gli Usa spingono fortissimo sulla diplomazia, è effettivamente il quadro della situazione. Nessuno apparentemente ha interessi e volontà nel trasformare gli scontri in una guerra aperta (“più grande”), tuttavia all’interno di ognuno degli attori coinvolti potrebbero esserci fronti estremisti le cui pressioni e istanze potrebbero portare verso una deriva incontrollata. L’opzione migliore è un accordo diplomatico in base al quale Hezbollah si tirerebbe indietro dalla zona di confine vicino a Israele, e gli Stati Uniti lavorano per far avanzare questa diplomazia, cercando di capire cosa poter portare in dote da parte israeliana.

Nel frattempo, mentre l’inviato speciale americano per il Medio Oriente, Amos Hochstein, fa il quadro della situazione a Parigi (senza clamore, dunque con parecchi contenuti), ci sono tre condizioni a contorno da valutare. La prima la spiega il deputato Benny Gantz, capo del Partito dell’Unità Nazionale ed ex componente del gabinetto di guerra per responsabilità nei confronto della nazione, che ha invitato l’esercito libanese ad agire contro Hezbollah: “Devono assicurarsi che Hezbollah si fermi. Hezbollah deve decidere se è un ramo iraniano o un’organizzazione libanese e pagare il prezzo per ciò che ne deriva”. Dopo questa che tocca gli equilibri interni al Libano, c’è il tema Gaza: si parla ancora di un cessate il fuoco, mentre Israele annuncia l’inizio della riduzione delle operazioni di terra nella Striscia e Blinken stesso (scettico, “vedremo”, dice) affronta il tema del vuoto che ci sarà a Gaza dopo la guerra. Gli equilibri interni all’enclave palestinese sono la seconda condizione, mentre la terza è il futuro dell’Iran: il ballottaggio per le presidenziali che ci sarà il 5 luglio consegnerà il Paese a un nuovo presidente, che a sua volta potrà dare spinta o freno alle iniziative dei gruppi collegati come Hezbollah.

L’equilibrio del “momentum” dipende anche da questi fattori. Kamal Kharrazi, consigliere per gli affari esteri del Leader supremo iraniano Ali Khamenei, ci spiega — con un’intervista al Financial Times — il perché: la Repubblica islamica, dice, “non è interessata” a una guerra regionale e ha esortato gli Stati Uniti a fare pressione su Israele per prevenire ulteriori escalation. Tuttavia alla domanda se Teheran avrebbe sostenuto Hezbollah, ha risposto che “tutti i libanesi, i Paesi arabi e i membri dell’Asse della Resistenza sosterranno il Libano contro Israele”. E ancora: “Ci sarebbe la possibilità di espansione della guerra in tutta la regione, in cui tutti i Paesi, incluso l’Iran, si sarebbero impegnati. In quella situazione, non avremmo altra scelta che sostenere Hezbollah con tutti i mezzi [… Tuttavia] l’espansione della guerra non è nell’interesse di nessuno, non dell’Iran o degli Stati Uniti”.

Da qui, altre due condizioni meno dirette ma comunque significative per il quadro ampio in cui tutto si collega: la Lega Araba ha tolto Hezbollah dalla lista delle organizzazioni terroristiche, ed è un argomento a favore di chi sostiene che la popolarità di coloro che si scontrano con Israele cresce nella regione; poi, a proposito di quella popolarità, le milizie irachene hanno dichiarato che se le “minacce di guerra sioniste-americane” contro il Libano venissero attuate, intensificherebbero e amplierebbero le loro operazioni, prendendo di mira gli interessi statunitensi in Iraq e nella regione. Per questo serve il forcing diplomatico nel “momentum” in corso.

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