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Il mercato voleva la vendita della rete e per Tim non poteva essere altrimenti. Il 1 luglio 2024 passerà alla storia come il giorno che ha inaugurato la nuova era del gruppo telefonico. Un’era senza rete, votata all’agilità e a un ritrovato spazio di manovra sugli investimenti. E con meno debito. Alla fine la tanto sospirata vendita di Netco (il veicolo recante in dote rete primaria e secondaria), fortemente voluta dal ceo Pietro Labriola, nonostante le resistenze con tanto di carte bollate del socio francese Vivendi, è arrivata, al prezzo di 22 miliardi, senza rete. E gli applausi, in Borsa, non sono mancati, visto l’andamento del titolo nelle ore immediatamente seguenti al closing.

I dettagli sono noti, ma vale la pena riassumerli. L’accordo prevede la cessione al fondo statunitense Kkr di Netco, lo spin-off di Telecom che comprende, come detto, oltre alla rete fissa, anche Fibercop, ora affidata alle cure del tandem Massimo Sarmi (ex Poste) e Luigi Ferraris, reduce dall’esperienza al vertice di Ferrovie. Kkr, che guiderà Netco insieme ai due soci italiani di peso, vale a dire il Tesoro italiano (20%) e F2i (10%) ha valutato l’intera rete di accesso di Tim fino a 22 miliardi di euro, di cui circa 3 miliardi di earn-out, per lo più legati a una futura potenziale combinazione di tali asset con quelli di Open Fiber, partecipata da Cassa depositi e prestiti, a sua volta secondo azionista di Tim con quasi poco meno del 10% del capitale. Nel progetto, oltre al fondo statunitense, sono scesi in campo anche il fondo sovrano di Abu Dhabi Adia e il Canada Pension Plan, che avranno quote rispettivamente del 20% e del 17,5%.

E il futuro? Per Tim c’è sicuramente una ritrovata agilità, oltre alla possibilità di dedicarsi ai servizi core, ovvero di telefonia e internet oltre a quelli più evoluti come i Cloud, Data Center, distribuzione di contenuti (piattaforma Timvision). Una capacità direttamente riconducibile all’abbattimento del debito: con la cessione Tim ridurrà di circa 14 miliardi di euro la sua leva finanziaria, portandola a 1,6-1,7 volte l’Ebitda. Gli obiettivi dell’ex monopolista sono a questo punto chiari. Rendere sempre più efficiente Tim Consumer, spingere sulla crescita di Tim Enterprise, che in futuro potrebbe crescere anche per linee esterne, continuare a fare bene in Brasile, dove la cura di Labriola sta dando i frutti sperati e da dove ora arrivano risorse sotto forma di dividendi. Anche senza un asset di peso come la rete, insomma, Telecom rimarrà la telco più infrastrutturata, sia sulle reti classiche (miglior spettro 5G) sia su fronti come i data center.

Tutto questo a fronte di 16.700 dipendenti, 14,5 miliardi di ricavi attesi nel 2024, un margine operativo di 3,75 miliardi, frutto delle citate attività in Brasile per il 70%. E meno debito, previsto a 7,5 miliardi a fine anno senza considerare l’incasso dalle possibili cessioni dei cavi sottomarini Sparkle al governo e del 3% delle torri Inwit. Quanto a Fibercop, Fibercop, nasce con circa 4 miliardi di ricavi, circa 2 miliardi di margine operativo e oltre 20 mila dipendenti. La società della rete avrà debiti per 6,5 miliardi, di cui 5,5 trasferiti da Tim con il recente scambio dei bond. A questi si aggiungerebbero 3-4 miliardi di debiti bancari in capo alla holding di Fibercopp e funzionali all’acquisto della rete. Tornando a Tim, valgono, su tutte, le parole di Labriola, che danno la cifra della svolta. “Questo è un nuovo inizio, intendiamo continuare su questa strada per far crescere la fiducia dei dipendenti, dei clienti e degli azionisti. Primi in Europa, abbiamo scelto di separare l’infrastruttura dai servizi, per garantire lo sviluppo migliore, sostenibile e più rapido possibile”.

 

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