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La formula retorica non è cambiata, in gioco ci sarebbe nientemeno che la tenuta del sistema democratico: “La destra vuole mettere le mani sulla Consulta”, “Giorgia Meloni è preda di una deriva trumpiana”, “Questa destra è insofferente alle regole basilari della democrazia”… Sono solo alcuni dei commenti dei leader politici dei partiti di opposizione e dei giornali a loro più affini di fronte al tentativo, evidentemente fallito, del centrodestra di eleggere il giudice costituzionale mancante.

Per quanto non originale, l’approccio appare oggettivamente esorbitante. Tanto per cominciare, la Costituzione prevede che i cinque giudici di nomina parlamentari debbano essere eletti con una maggioranza qualificata dei tre quinti. Evidente, dunque che, quand’anche avesse voluto procedere d’imperio, il centrodestra non avrebbe avuto i numeri sufficienti. Per questo si è tentato un accordo occulto con il Movimento 5 Stelle, ma la pubblicazione della notizia sui quotidiani lo ha fatto saltare, costringendo il furbissimo Conte ad allinearsi alle altre opposizioni nella scelta di non partecipare al voto.

Per una serie di casualità, poi, nel recente passato è successo che il rinnovo dei giudici di nomina parlamentare, il cui mandato dura ben nove anni, sia capitato quando al governo era il centrosinistra. Sicché la maggioranza della Consulta è oggi indiscutibilmente espressa da quella parte politica. La stessa casualità che, negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, ha favorito il centrosinistra nell’elezione del Capo dello Stato. Quel Capo dello Stato che, sempre a norma di Costituzione, a sua volta nomina cinque giudici costituzionali.

Considerando che la scelta dei rimanenti cinque appartiene alle magistrature, balza agli occhi il fatto che l’attuale Corte Costituzionale sia oggettivamente sbilanciata a sinistra.

Non vi è, dunque, alcun intento antidemocratico nel tentativo del centrodestra di rimpiazzare il giudice vacante con un nome di proprio gradimento. È quello che, a parti invertite, si è sempre fatto. E sempre lo si è fatto attraverso un accordo, palese o occulto che fosse, con parte delle opposizioni. Una dinamica a cui il centrodestra di governo non può sottrarsi, pur essendo chiaro che dagli equilibri della “nuova” Consulta dipenderà in parte il futuro tanto del premierato caro a Giorgia Meloni quanto dell’autonomia differenziata cara a Matteo Salvini.

Si capisce, dunque, che, in mancanza di un accordo complessivo, le opposizioni si mettano di traverso. Si capisce meno l’allarme democratico dietro il quale hanno anche in questo caso scelto di trincerarsi. Un allarme che finisce per far apparire i giudici costituzionali delle marionette nelle mani dei partiti, delegittimando di conseguenza in radice un’istituzione oggi presieduta da una personalità come il professore Augusto Barbera, stimatissimo anche a destra pur venendo dai ranghi del Pci-Pds.

La destra sulla Consulta fa quel che fece la sinistra (o almeno ci prova). La versione di Cangini

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