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Voci di Transatlantico, ma anche ragionamenti svolti in tv (Matrix) e su alcuni giornali (Il Foglio, l’Unità) circolano con qualche insistenza facendo riferimento ad un non lontano cambio di guardia al Quirinale, interconnesso con possibili intese riformatrici del bicameralismo perfetto e della giustizia che nessun paese civile ci invidia. Il dato curioso (ma sino ad un certo punto) è che il duplice argomento – dimissioni anticipate di Napolitano e processo riformatore convinto – trova origine nel partito democratico: sempre più pettegolo e ridottosi a rifornire i retroscena della politica politicante, piuttosto che un confronto politico razionalizzante. Ancora più curioso è che, ad animare cotanto vociare, sono particolarmente esponenti delle minoranze del Pd, più che della segreteria. Anche se tutti i profetizzanti non possono ignorare ciò che davvero frulla in testa al capo del governo, cui nessuno riesce a star dietro quanto a fantasia inventiva più o meno credibile.

Il ragionamento che circola ha una sua logica. Provo a riassumerlo. Posto che Napolitano teoricamente scade fra sei anni ma lo scorso anno ha acconsentito alla rielezione a condizione che il parlamento provvedesse a realizzare serie riforme attese in Italia da decenni; posto che il governo in carica s’è lanciato decisamente in un piano di riforme vere, in primis, la riforma elettorale, in secundis la riforma del senato, del lavoro, della giustizia, la fiscale, tutte già in agenda; tenendo conto del semestre italiano in Europa che sconsiglierebbe uno scioglimento anticipato delle camere, ma che ciò non costituisce un vincolo insuperabile; se ne dedurrebbe che, in una qualsiasi data fra l’estate 2014 e il primo semestre 2015, si potrebbe tornare alle urne. Anche perché Renzi, non parlamentare, necessita come l’aria di essere investito da un mandato popolare. Ed anche di poter disporre di un parlamento (ridottosi alla sola camera) meno instabile e con una maggioranza più vicina all’attuale premier. A quel punto si avrebbe un Napolitano (cioè la suprema magistratura del paese, con incidenza sull’organizzazione giudiziaria) non rinunciatario, ma giunto al traguardo politico riformatore da lui stesso prefissato, senza strappi polemici e col capo dell’esecutivo maggiormente in grado di manovrare le stesse elezioni presidenziali.

Ricordo ai più giovani che, sin dai tempi della costituente, è esistito sempre un legame stretto fra tipo di esecutivo e scelta di un capo dello Stato possibilmente superpartes. Ricordo altresì che il processo formativo di una maggioranza presidenziale quasi mai ha coinciso con la maggioranza di governo; anche se le ultime presidenze sono risultate tutt’altro che coordinate con i partiti di centrodestra. Oggi, oltre tutto, non solo il vociare proviene dall’opposizione interna al partito di maggioranza relativa, ma i candidati alla successione di Napolitano di cui si avanzano i nomi provengono tutti dal vecchio mondo delle sinistre che Renzi vuole rottamare. Al punto che, aprendo la campagna elettorale per le europee a Torino, il premier, ha affermato senza possibilità di equivoco come la sinistra nota (e rappresentata dal Pd) sia diventata conservatrice; e dunque da ribaltare. A Roma, per contro, Massimo D’Alema grida: «Riprendiamoci il Pd».

Conclusione: il nuovo che avanza non può prendere in considerazione, quale successore di Napolitano, nessuno dei nomi di esponenti d’una vecchia sinistra, già segretari del Pd o candidati sconfitti nei voti popolari del 2001, del 2008 e del 2013. E allora, dove s’intende andare a parare?

Un primo vociare su elezioni presidenziali

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