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L’Unione europea si appresta a votare, venerdì 4 ottobre, un pacchetto di dazi contro i veicoli elettrici importati dalla Cina. Una mossa finalizzata a proteggere il mercato europeo dalla concorrenza sleale dei produttori di Pechino. Ma anche una decisione che potrebbe segnare il futuro di questa seconda commissione von der Leyen, orientata tanto quanto la prima a implementare (costruire?) uno “standing geopolitico” per l’Unione.

La posta in gioco è alta, poiché molte delle restanti industrie-chiave europee — tra cui l’automotive — rischiano di essere soppiantate dalla Cina, proprio come successo in passato con l’energia solare e le ferrovie, come sta accadendo adesso con le apparecchiature per le telecomunicazioni e come potrebbe fare in futuro con l’industria aerospaziale e la tecnologia medica. E dunque, la scelta sui veicoli elettrici rientra in quel processo di de-risking che riguarda la sicurezza economica e si inserisce nelle questioni di relazioni internazionali.

Le tariffe, che potrebbero toccare il 35%, rappresentano una risposta pratica ai generosi sussidi che Pechino concede ai propri produttori, consentendo loro di esportare a prezzi inferiori, mettendo così in difficoltà le case automobilistiche europee. Bruxelles sostiene che questi sussidi distorcano il mercato, compromettendo la capacità dei produttori locali di competere ad armi pari. Pechino ritiene che siano scelte sinofobe, orientate alla volontà occidentale (guidata dagli Usa secondo i cinesi) di rallentare lo sviluppo cinese.

Sebbene Paesi come Francia e Italia appoggino la misura, preoccupati per la protezione dei posti di lavoro nel settore automobilistico, altri stati membri, come la Germania e la Spagna, hanno espresso timori su possibili ritorsioni da parte di Pechino. La Cina, infatti, ha già minacciato di imporre restrizioni su prodotti europei come il brandy, i latticini e la carne di maiale, settori che potrebbero subire un duro colpo in caso di escalation. Inoltre potrebbe innescare ulteriori dinamiche per complicare la vita alle attività europee in Cina. E così l’Ue si approccia al voto senza una reale compattezza, mostrando tutte le sue vulnerabilità.

Janka Oertel, direttrice del programma Asia dell’Europena Council on Foreign Relations (Ecfr), spiega senza mezzi termini che il voto segna un “momento cruciale” per il futuro delle relazioni Ue-Cina. “Serve come cartina al tornasole per capire se le soluzioni basate sulle regole proposte da Bruxelles per rafforzare la posizione negoziale dell’Europa con la Cina saranno minate all’ultimo minuto da considerazioni politiche degli Stati membri”, aggiunge a Formiche.net. Questo è particolarmente rilevante, perché nonostante la retorica secondo cui l’Europa non è più ingenua e pronta ad affrontare le sfide poste dalla Cina, la realtà potrebbe essere diversa.

Tobias Gehrke, senior policy fellow dell’iniziativa di geoeconomia presso l’Ecfr, ha invece evidenziato che “alcuni Paese potrebbero opporsi ai dazi anti-sussidio indicando i dati recenti che mostrano un calo delle vendite di veicoli elettrici cinesi nell’Ue nell’ultimo anno o gli investimenti cinesi stagnanti”. Vero, ma per ora i fattori sistemici che sostengono il potere manifatturiero e di esportazione della Cina rimangono invariati.

Per Gehrke, “questo voto servirà quindi come indicatore di quanto la visione strategica delineata da Mario Draghi – dove la politica commerciale sostiene gli obiettivi di sicurezza industriale ed economica dell’Unione – risuoni tra gli Stati membri”.

Oertel ha inoltre spiegato che se i dazi verranno imposti come previsto, “la Commissione sarà rafforzata all’inizio del suo nuovo mandato, guadagnando slancio per continuare ad affrontare le distorsioni del mercato, le dipendenze critiche e le sfide emergenti in materia di sicurezza in varie industrie. Inoltre, invierà un chiaro segnale a Pechino: Bruxelles deve essere presa sul serio”.

La Cina ha perfezionato da tempo l’arte di dividere l’Ue sul commercio? C’è un precedente significativo, ricorda Gehrke: “Nel 2013, l’influenza economica di Pechino portò gli Stati membri dell’Ue a resistere alle dure misure di difesa commerciale sui pannelli solari cinesi, optando invece per un ‘prezzo minimo di importazione’. La conseguente deviazione commerciale, insieme alla complessa applicazione di questa soluzione, spazzò via i concorrenti europei”. Un monito severo per coloro che stanno considerando una risposta attenuata.

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