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Mercati di riferimento cambiati, partita delle materie prime (al momento) ancora senza giocatori europei, green deal mal gestito. Sono le tre criticità alla base della crisi dell’automotive in Ue, che già ha visto una serie di effetti negativi sulle principali case tedesche, a cui si sta sommando la decisione di Volkswagen di interrompere la produzione di metà dei suoi modelli: cosa c’entra la Cina e quali sono le conseguenze per l’Italia.

Anche se Volkswagen non ha reso ancora noti i dati precisi, l’indirizzo è ormai manifesto, con le proteste del consiglio di fabbrica che chiede conto ad un amministratore delegato, Oliver Blume, che di fatto esegue direttive decise dall’alto. Si tratta della più grave crisi nella storia del gruppo automobilistico, che ha prodotto la decisione di attivare un piano di tagli da 100.000 posti di lavoro oltre alla chiusura di quattro stabilimenti in Germania, come Hannover, Zwickau, Emden e l’Audi di Neckarsulm. La concorrenza asiatica, il calo dei profitti e i margini ridotti sono tre spine oggettive nel fianco dei colossi teutonici.

Anche Porsche si rivela essere sempre più in crisi, con il crollo delle consegne del 16% nel primo semestre del 2026, dettato da una domanda debole, dalla fine di modelli chiave e dalla costante concorrenza locale in Cina. Due anni fa Blume raccolse il gravoso incarico con l’obiettivo di fare ciò che nessuno dei suoi predecessori aveva mai immaginato di fare: ristrutturare. Troppo rapida e troppo impattante la decisione europea del green deal di interrompere la vita dei motori termici entro il 2035 senza prima consultare i marchi coinvolti, che oggi devono cambiare pelle per sopravvivere.

Il salto nell’elettrico, con il passaggio dai motori termici ai motori elettrici, ha mutato drasticamente la struttura industriale europea, per due ragioni: in primis un motore elettrico presenta meno componenti rispetto a uno a combustione, per cui viene meno l’esigenza di forza lavoro; in secondo luogo si consegna l’intero comparto europeo alla dipendenza totale da chi detiene il quasi monopolio delle materie critiche, fondamentali per le batterie, senza dimenticare che l’automobile elettrica di fatto è una sorta di “computer su ruote”. Un passaggio, quello sull’approvvigionamento, che è stato sottolineato dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del suo intervento al vertice Nato di Ankara, quando ha ricordato che anche nel campo dell’industria della difesa l’Europa sta per consegnarsi mani e piedi a quel Paese per acquistare mezzi di cui poi non si avrebbe il pieno controllo.

Al contempo i dati rivelano che tre noti produttori cinesi (BYD, SAIC, Chery) stanno guadagnando rapidamente quote di mercato, soprattutto nei veicoli elettrici a basso costo, mettendo forte pressione ai costruttori europei per via di costi decisamente inferiori rispetto ai marchi del vecchio continente. Al momento circola l’ipotesi che per fare cassa VW possa disfarsi di Lamborghini e Ducati, mentre è ormai acclarata la preoccupazione sugli effetti italiani della crisi tedesca, in termini di componentistica.

Da tempo i produttori europei chiedono all’Ue di agire per evitare il buco nero di una crisi sistemica, che impatterebbe a 360 gradi sul Vecchio continente. Anche per questa ragione il governo italiano in sede europea sta spingendo per correre ai ripari evitando altri danni al comparto italiano e provando a implementare la difesa dell’industria Ue. Come osservato dal senatore di Fratelli d’Italia, Luca De Carlo, presidente della commissione Industria a Palazzo Madama, l’Italia è capofila in Europa di una nuova strategia industriale tesa a far uscire il settore dell’automotive da una paurosa crisi causata dalle follie del green deal. “Le pratiche industriali distorsive della Cina hanno generato una sovraccapacità produttiva ed effetti negativi per tutto il mercato dell’automotive e che hanno fatto aprire il mercato continentale alle auto elettriche. Il nostro governo è perciò impegnato in sede europea e nazionale al fine di invertire tale tendenza, superare l’attuale impostazione del green deal europeo e rafforzare la difesa dell’industria dalla sovracapacità cinese”.

 

Crisi Volkswagen, effetti a catena e risposta comune (con un piano per le materie prime)

Il salto nell’elettrico, con il passaggio dai motori termici ai motori elettrici, ha mutato drasticamente la struttura industriale europea, per due ragioni: in primis un motore elettrico presenta meno componenti rispetto a uno a combustione, per cui viene meno l’esigenza di forza lavoro; in secondo luogo si consegna l’intero comparto europeo alla dipendenza totale da chi detiene il quasi monopolio delle materie critiche, fondamentali per le batterie, come osservato da Giorgia Meloni al vertice di Ankara

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