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Questo commento è stato pubblicato sul quotidiano Il Tempo.

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Il provvedimento del Ministro per gli Affari regionali
In barba all’obbligo del bilinguismo italiano-tedesco nella toponomastica e alla faccia dell’ufficialità della lingua italiana “che fa testo negli atti bilingui” sancita anche da una norma costituzionale, il ministro per gli Affari regionali, Graziano Delrio, ha avallato un’intesa umiliante: l’abolizione di 135 nomi italiani da malghe, cime, forcelle fra le incantevoli montagne dell’Alto Adige. Proprio come avevamo scritto e paventato su Il Tempo.
Nomi italiani che esistevano da quasi settant’anni di bilinguismo per legge, e che i cittadini di lingua italiana del posto o i turisti connazionali e del mondo potevano pronunciare. D’ora in avanti, rovesciando un principio di civiltà giuridica e di lungimirante convivenza, 135 nomi avranno la sola dizione in tedesco. Creando, così, un precedente di gravità inaudita, che solo un ministro digiuno di cose alto-atesine può aver sottovalutato: quel precedente che la Svp, controparte dell’intesa, da sempre cercava per introdurre il monolinguismo non più “di fatto” – come già avvenuto in tanti cartelli di montagna -, ma addirittura “di diritto”.

L’eliminazione di diritto della forma italiana
Sparisce la lingua italiana con il consenso di un ministro e di un governo, che neppure si chiedono perché mai la Procura della Repubblica a Bolzano avesse aperto un’inchiesta proprio contro la strisciante e mai punita eliminazione della forma italiana dalla toponomastica bilingue in troppi cartelli dell’Alto Adige. Quel che la Procura considerava, a ragione, una violazione inaccettabile di svariate norme ordinarie e costituzionali, oggi il governo-Letta-Delrio s’appresta, invece, a concedere. E proprio mentre in ottobre la Corte Costituzionale sarà chiamata a giudicare una legge provinciale bolzanina che vorrebbe fare quello che ora viene anticipato per 135 nomi: tabula rasa della toponomastica italiana.

Le motivazioni del provvedimento
L’alibi dietro questa resa al radicalismo in doppiopetto così ben interpretato sui toponimi da Luis Durnwalder – quello che due anni fa si rifiutò, unico governatore in Italia, di partecipare alle cerimonie ufficiali per i 150 anni di unità della nazione -, è che tali nomi sarebbero “poco usati” nella forma italiana. E che il taglio non si estenderebbe a luoghi ben più importanti come i Comuni. Chi se ne importa, insomma, di quattro sassi: diamo pure soddisfazione alla Svp, il partito che ha preteso l’intesa alla ghigliottina con il Pd in cambio di un’inconsueta alleanza elettorale.
Ma il criterio all’amatriciana di far fuori i nomi “poco usati”, è due volte ridicolo. Prima di tutto perché non è contemplato in nessuna delle molte leggi che impongono l’obbligo del bilinguismo nella toponomastica. E poi chi lo stabilisce l’”uso”? Come si può immaginare che Durnwalder o il commissario del governo a Bolzano elenchino – loro! – la lista di quel che “può” o “non può più” restare bilingue? Chi lo determina, l’uso presunto: il barista dietro l’angolo, mia zia, sua nonna? Quanti residenti o turisti italiani dovranno passare perché quel tal posto possa avere l’”onore” d’essere chiamato anche in italiano? Siamo alla saga dell’assurdo, perché in realtà il nome italiano già esiste, ed esiste spesso da quasi un secolo. Se esiste, nessuno può arrogarsi l’autorità di cancellarlo. Ricorrere all’”uso” è solo un espediente, è il paravento della prepotenza.

Un taglio alla Costituzione
Forse il ministro Delrio non ha compreso l’incandescenza della materia e la conseguenza immediata: che in Italia a cittadini italiani o del mondo possa essere proibito di pronunciare in italiano nomi di luogo. Esattamente quel che da tempo volevano i gruppi oltranzisti di lingua tedesca, e che ora diranno che 135 nomi aboliti sono “troppo pochi”.

Ma il punto, caro ministro Delrio, è che sulla pelle della Costituzione nessuna forbice è ammissibile. Anche l’avvenuta cancellazione di un solo nome italiano – e qui se ne calpestano 135 -, è uno schiaffo non soltanto alla neppure consultata comunità di lingua italiana, lassù, ma all’essenza stessa del bilingue Alto Adige. Se il ministro Delrio non rifletterà e si fermerà in tempo (il beneficio della buona fede vale per tutti), è augurabile che intervengano le massime istituzioni. Non è concepibile un torto così grande alla Legge e alla storia dell’Italia in Alto Adige. Uno sfregio così mortificante alla libertà di parola cancellata, senza provare un brivido di vergogna.

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