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L’unica istanza formulata dai Padri conciliari rimasta ancora in sospeso, scriveva ieri Stefania Falasca su Avvenire, è la richiesta di canonizzare per acclamazione Giovanni XXIII, il Papa che quel Concilio lo annunciò, preparò e iniziò. C’è molto di più che la semplice volontà di accomunare in un’unica cerimonia la santificazione di Angelo Roncalli e Karol Wojtyla, dietro il gesto di Papa Bergoglio reso ufficiale il 5 luglio scorso al termine di un’udienza con il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, il cardinale angelo Amato. C’è il desiderio di dare un segnale sul modello che ispirerà gli anni del Pontificato iniziato lo scorso 13 marzo. Francesco parla poco del Concilio perché “basta farlo”, ha detto a qualche suo interlocutore ricevuto a Santa Marta nelle ultime settimane. Ecco perché dietro la decisione di canonizzare pro gratia Giovanni XXIII  si scorge la volontà del Papa argentino di dare piena attuazione al Concilio aperto cinquant’anni fa e poi chiuso da Paolo VI.

Dare compimento al Concilio
Non è un caso che nei giorni scorsi uno dei suoi più stretti collaboratori, il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga (messo da Bergoglio a guida della commissione che studierà la riforma della Curia romana) abbia rimarcato come sia indispensabile andare verso una maggiore collegialità e sinodalità riguardo il governo della chiesa universale. Non si tratterebbe di una rivoluzione, aggiungeva il porporato latinoamericano, bensì di dare pieno compimento a quanto deciso nella grande assise ecumenica voluta da Roncalli e troppo a lungo ignorato. Papa Francesco più volte ha parlato, in discorsi ufficiali e omelie, della necessità di far coesistere la collegialità con il primato petrino, e una delle probabili risultanze della commissione di porporati nominata lo scorso aprile andrà in tale direzione.

Canonizzazione per acclamazione
Francesco deve aver letto il diario del teologo Yves Congar, in cui si riportava come il cardinale belga Suenens fosse intenzionato a concludere l’intervento sul De Ecclesia richiedendo una canonizzazione per acclamazione di Roncalli. Le motivazioni, dopotutto, erano corpose. Come ricorda Stefania Falasca, “sulla Gazzetta del Popolo, già l’indomani la morte di papa Giovanni” si auspicava che non venisse “a nessuno la voglia di esigere da lui uno dei miracoli rituali necessari alla canonizzazione”. Ma Paolo VI preferì non accelerare i tempi, lasciando che le norme canoniche fossero preponderanti sulla “fama di santità” già forte in quegli anni.
Bergoglio ha voluto invece derogare all’iter consueto, dispensando Giovanni XXIII dall’accertamento del secondo miracolo solitamente necessario.

I precedenti
Un gesto forte, ma che nella chiesa ha più di un precedente (anche recente). Proprio Papa Roncalli canonizzò Gregorio Barbarigo senza miracolo e anni dopo Karol Wojtyla firmò la canonizzazione dei Santi martiri cinesi iscrivendoli direttamente fra i santi in occasione del Giubileo del 2000. Come scrive ancora Falasca su Avvenire, “gli elementi che portarono a questa determinazione furono una indiscussa e crescente fama di segni e miracoli a loro attribuita e l’influsso che la loro particolare memoria aveva esercitato nella perseveranza della fede in contesti estremi e difficili”. Non molto diverse sarebbero state le motivazioni alla base della scelta di Francesco: il culto del “Papa Buono” è vasto e risale a prima della beatificazione avvenuta nel 2000. In secondo luogo, la memoria liturgica di Giovanni XXIII è già simile a quella di un santo.

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