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La visita di Donald Trump a Pechino arriva nel momento in cui la Cina sta entrando in una nuova fase del proprio sviluppo, scandita dal 15esimo Piano quinquennale. Non è solo un appuntamento di diplomazia di vertice: è l’incontro tra tre agende di sicurezza economica – quella cinese, quella statunitense e quella europea – che ormai guardano al commercio e alla tecnologia con le lenti della competizione strategica più che della globalizzazione.

Al centro del piano cinese ci sono tre obiettivi interni strettamente intrecciati: autosufficienza tecnologica, sicurezza economica e transizione verde. La leadership li traduce in una politica industriale molto più assertiva, che aggiorna la logica di Made in China 2025 senza nominarla. La priorità è costruire “nuove forze produttive di qualità” in settori come semiconduttori, auto elettriche, batterie, aerospazio, biotecnologie, facendo leva su sussidi massicci, credito agevolato, appalti pubblici mirati e standard tecnici che favoriscono i campioni nazionali.

Nella lettura di Pechino, l’ascesa tecnologica non è un optional di crescita, ma la condizione di sopravvivenza in un mondo percepito come ostile. La stessa logica vale per la sicurezza economica. Il nuovo piano è spesso descritto come quello della “resilienza strategica”: meno ossessione per tassi di crescita a doppia cifra, più attenzione a ridurre vulnerabilità a sanzioni e dazi. Ciò significa diversificare fornitori e mercati, rafforzare il controllo statale sui nodi critici delle catene del valore, usare in modo selettivo anche gli strumenti di export control su materiali e tecnologie sensibili. La transizione verde, infine, è al tempo stesso risposta al cambiamento climatico e strumento di potenza industriale: obiettivi ambiziosi su rinnovabili, reti e veicoli elettrici alimentano una domanda interna enorme che consente alle imprese cinesi di scalare e poi dominare le filiere globali del solare, delle batterie e di molte tecnologie low‑carbon. È su questo sfondo che va letta la missione di Trump. Sul piano formale, l’agenda punta ad “aggiustare” l’architettura dei dazi emersa dalla guerra commerciale, negoziando margini di riduzione selettiva in cambio di impegni su acquisti americani, droga sintetica, stabilità delle forniture di terre rare.

In sostanza, però, Washington non abbandona l’uso del tariff weapon: prova a trasformarlo da clava generalizzata anti‑Cina a leva più mirata, concentrata su segmenti considerati strategici, a partire dai semiconduttori avanzati e da alcune tecnologie dual-use. La posta in gioco non è tornare al pre‑2018, ma stabilizzare una nuova normalità di conflitto gestito. Nel dossier chip, la visita serve a esplorare un compromesso sul “come” e non sul “se” del disaccoppiamento. Gli Stati Uniti intendono preservare il vantaggio in IA, calcolo avanzato e capacità produttiva di punta, mantenendo controlli su esportazioni e investimenti, ma sono consapevoli che un taglio troppo brutale danneggerebbe anche le loro aziende. Da qui la ricerca di un equilibrio tra fermezza sul contenimento tecnologico e prevedibilità regolatoria minima per le imprese. Qualcosa di simile vale per le materie prime critiche: mentre Washington lavora con alleati a filiere alternative, la Casa Bianca ha bisogno di evitare shock improvvisi nelle forniture dominate dalla Cina.

La visita mira dunque anche a fissare “linee rosse” condivise, nella consapevolezza che entrambe le parti stanno costruendo strumenti di pressione incrociata. In parallelo, l’Europa ha compiuto la propria torsione strategica. Dal 2019 l’Unione definisce la Cina al tempo stesso partner, competitor e “rivale sistemico”, ma è solo dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e l’accelerazione della politica industriale cinese che questa formula si è tradotta in una vera dottrina di sicurezza economica. Il mantra “de‑risking, not decoupling” indica la scelta di ridurre le dipendenze giudicate eccessive – in particolare su tecnologie sensibili e materie prime critiche – senza abbracciare la logica di blocchi contrapposti. Screening sugli investimenti, nuovi strumenti di difesa commerciale, controlli più severi sull’export e iniziative per diversificare fornitori in America Latina, Africa e Indo‑Pacifico sono i mattoni di una cintura di protezione attorno al nucleo industriale europeo.

La visita di Trump a Pechino si inserisce quindi in un triangolo in cui nessuno mira davvero a “disinnescare” la competizione, ma tutti cercano di renderla più gestibile. Per la Cina, è l’occasione di rafforzare la narrativa di una potenza assediata che risponde con più autosufficienza e più controllo statale, capitalizzando al tempo stesso le proprie posizioni dominanti nelle tecnologie verdi e nelle materie prime. Per gli Stati Uniti, è un tentativo di codificare un decoupling selettivo che salvaguardi il vantaggio tecnologico senza precipitare in una recessione globale. Per l’Europa, infine, è un promemoria della necessità di trovare un proprio equilibrio tra accesso al mercato cinese, tutela della base industriale e costruzione di alternative credibili nelle catene del valore. In questo scenario, la vera partita non si gioca solo sui dazi del prossimo anno, ma sulla capacità di ciascun attore di riscrivere le regole della globalizzazione in chiave di sicurezza economica.

Formiche 223

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