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L’allontanamento tra Armenia e Russia si fa sempre più evidente. Quando nel settembre del 2023 l’Azerbaigian ha ripreso l’offensiva nel Nagorno Karabakh, il contingente di Mosca schierato in loco con funzioni di peacekeeping non è intervenuto a difesa degli Armeni, mentre il Presidente del Consiglio di sicurezza della Russia Dmitry Medvedev rilasciava una dichiarazione dove tra le linee suggeriva che la Russia non avrebbe aiutato il Paese caucasico guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan, a causa del suo spostamento di traiettoria in politica estera e del suo avvicinamento all’Occidente. Tutto questo nonostante l’Armenia facesse parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare costituita tra diversi Paesi dello spazio post-sovietico all’indomani della caduta dell’Urss. E Yerevan ha reagito di conseguenza decidendo di sospendere la propria partecipazione al Csto nel febbraio di quest’anno, con il Primo Ministro Pashinyan che ha giustificato la decisione affermando che la Russia “non ha adempiuto ai suoi obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia”. In tutta risposta, il Cremlino ha ordinato poche settimane fa il totale ritiro del contingente di peacekeeping schierato in Nagorno Karabakh secondo quanto previsto dagli accordi del cessate il fuoco stipulati nel 2020.

Una mossa a cui l’Armenia sembra intenzionata a rispondere in modo significativo: secondo alcune fonti, il governo di Pashinyan starebbe valutando la richiesta di chiudere la base militare russa di Gyumri, simbolo della cooperazione militare tra i due Paesi. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il nuovo stato armeno indipendente ha offerto alla Federazione Russa l’utilizzo della base militare in questione, sita in una posizione strategica trovandosi a meno di dieci chilometri dal confine con lo storico nemico turco (ma anche vicino al confine con la Repubblica islamica dell’Iran). Proprio la paura che Ankara potesse sfruttare gli smottamenti geopolitici allora in corso aveva spinto Yerevan a guardare verso Mosca, sua storica protettrice. Quasi trentacinque anni dopo, la base da cui la Russia “non se ne andrà mai”, secondo quanto detto dallo stesso presidente russo Vladimir Putin, sembra destinata ad essere smantellata, così come la presenza militare russa in Armenia.

Uno sviluppo che potrebbe avere conseguenze anche al di fuori dei confini del Paese, spingendo altri Stati ex-sovietici a riconsiderare la presenza di forze russe sul loro territorio. In un intervento sul sito della Jamestown Foundation, Paul Goble riporta l’opinione di alcuni analisti russi secondo cui il governo del Tagikistan, già indignato per il trattamento riservato da Mosca ai lavoratori migranti tagiki in seguito all’attacco terroristico al Crocus City Hall, sia stato “contagiato” da questo pensiero armeno e potrebbe chiedere a Mosca di chiudere la sua base militare in Tagikistan. Per i suddetti esperti un simile sviluppo rappresenterebbe il crollo totale dell’influenza russa nello spazio post-sovietico, e sarebbe il risultato diretto dell’attenzione ossessiva di Mosca per l’Ucraina, che l’ha portata a trascurare il “Near Abroad”.

Tuttavia, nelle ultime settimane la leadership armena ha in più occasioni dichiarato di voler mantenere relazioni politico-economiche di stampo positivo con Mosca. L’ultima dichiarazione di questo genere è stata quella del ministro degli Esteri armeno Tigran Balayan, secondo cui “la Russia non ha nulla da temere dall’Unione Europea nel Caucaso meridionale”, dato che la posizione dell’Armenia significa che “storicamente e praticamente ha così tanti legami con la Russia” e che chiunque pensi che l’Armenia possa rompere tutti questi legami vive in un mondo fantastico. Ma l’atteggiamento di Mosca non sembra essere predisposto alla cooperazione.

Alcuni organi di stampa russi riferiscono che la considerazione di Dushanbe di chiudere la base russa sul proprio territorio utilizza esattamente lo stesso linguaggio che i funzionari armeni stanno usando nei confronti di Gyumri. È probabile che tali notizie spingano Mosca a utilizzare le risorse di cui dispone per aumentare la pressione non solo sull’Armenia, ma anche sul Tagikistan, rischiando così di avviare essa stessa un processo di autoespulsione dalla sua sfera d’influenza.

La presenza militare russa in Armenia e Tagikistan è sul filo del rasoio. Ecco perché

I dissidi tra Mosca e Yerevan potrebbero portare alla chiusura della storica base russa in territorio armeno, che assesterebbe un duro colpo all’influenza del Cremlino nel Caucaso. Con il rischio concreto di un effetto domino

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