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L’attacco all’aeroporto Vostochny nella regione di Kursk, avvenuto nella notte del 27 agosto, potrebbe sembrare soltanto una delle tante azioni con Uncrewed Aerial Systems messe in atto nelle ultime settimane dalle forze armate ucraine. Ma una veloce analisi delle sue dinamiche dimostra il contrario. Innanzitutto per i danni registrati: secondo le fonti disponibili, Mosca avrebbe perso nel raid ben quattro caccia Sukhoi-30 (mentre è certa la distruzione di due esemplari, non è ancora chiaro se gli altri due siano stati soltanto danneggiati o distrutti a loro volta), un caccia MiG-29 e due sistemi anti-aerei a breve raggio Pantsir-S1 (teoricamente impiegati proprio per difendersi, tra le altre cose, dalla minaccia dei droni), oltre che l’apparecchiatura rada di un sistema missilistico anti-aereo a lungo raggio S-300. Per un valore totale stimato, nel modo più ottimista possibile per Mosca, di circa 175 milioni di dollari. Ma la vera peculiarità di questo attacco è individuabile nel sistema d’arma che le forze armate ucraine hanno impiegato per realizzare questo raid.

Prodotti dall’azienda australiana Sypaq, e inclusi in uno dei pacchetti di aiuto inviati all’Ucraina dal governo di Canberra, i Precision Payload Delivery System (Ppds), detti anche “Corvo”, nascono con funzioni principalmente logistiche, per venire poi impiegati anche con scopi di ricognizione e come loitering munitions, in modo alquanto efficiente secondo quanto dimostrato dai fatti di Kursk. I “Corvo” possono essere dunque considerate alla pari degli altri “droni kamikaze”, nonostante la loro caratteristica unica: l’essere fatti di polistirolo.

L’impiego di questo materiale economico ha diversi risvolti. Esso garantisce un’elevata semplicità di montaggio, permettendo così a questi droni di essere trasportati ancora disassemblati in grandi cartonati, da cui staccare i pezzi per montare il drone e la sua catapulta di lancio una volta giunti alla destinazione assegnata. Ma soprattutto, l’impiego del polistirolo ricoperto di cera permette di abbattere drasticamente i prezzi di produzione, rendendoli estremamente più bassi rispetto a quelli di apparecchi simili. Il paragone con i “protagonisti” del conflitto ucraino è indicativo: mentre i “Lancet” prodotti dalla Kalashnikov hanno un costo di produzione unitario che si aggira intorno ai 35.000 dollari, e gli “Shahed” iraniani costano circa 20.000 dollari a pezzo, il prezzo di produzione di un “Corvo” si attesta intorno ai 3.500 dollari. Una frazione di quello degli altri modelli.

Secondo le fonti del Sbu, il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina, in totale sedici droni “Corvo” sarebbero stati impiegati nell’attacco all’aeroporto di Vostochny; di questi sedici, tre sarebbero stati intercettati dalle difese russe, mentre gli altri tredici avrebbero raggiunto il bersaglio.

Un semplice calcolo aritmetico dimostra quanto, secondo le logiche dell’attrito dominanti in questo momento del conflitto, l’impiego di simili mezzi risulti essere efficiente. La spesa totale per i droni impiegati nell’operazione dalle forze ucraine ammonta a 56.000 dollari, contro gli almeno 175 milioni di dollari di perdite inflitti alle forze russe. Le proporzioni sono impietose.

Non è chiaro al momento quanti di quanti droni siano al momento presenti negli arsenali di Kyiv. Nel marzo di quest’anno, la Sypaq ha annunciato di aver siglato con il governo australiano un contratto del valore di 700.000 dollari per la produzione di droni esclusivamente destinati ad essere inviati in Ucraina. Questa cifra coprirebbe il costo di circa duecento pezzi, ma non è dato sapere quanti di essi siano già stati consegnati alle forze armate ucraine. Un impiego estensivo di queste armi sia in altri attacchi simili a quello avvenuto qualche giorno fa che sul livello tattico al fronte potrebbe avere un impatto tutt’altro che trascurabile sull’andamento degli scontri.

(Immagine dell’articolo presa dal sito dell’azienda produttrice)

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