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Il ricambio di potere ai vertici dello Stato siriano non sembra scoraggiare Mosca dal volere mantenere la propria influenza, militare ma non solo, nel Paese levantino. Un’intenzione che sembra essere confermata dai resoconti della visita del presidente siriano Ahmed al-Sharaa nella capitale russa, durante la quale ha avuto un incontro bilaterale con il presidente russo Vladimir Putin. Una visita che si inserisce in modo coerente nel riposizionamento del Cremlino rispetto al quadrante mediorientale.

Per oltre un decennio, infatti, Putin e al-Sharaa si sono trovati su fronti opposti nella guerra civile siriana, con la Russia che è stato il più strenuo difensore del regime di Bashar al-Assad, abbattuto all’incirca un anno fa proprio dalle milizie Hay’at Tahrir al-Sham guidate proprio dallo stesso al-Sharaa. Ma già nei mesi successivi al suo insediamento al potere, il nuovo leader siriano aveva adottato una postura cooperativa nei confronti della Russia, spinta da una serie di motivazioni di natura nettamente pragmatica. Postura che la Russia non ha affatto accettato malvolentieri, anzi. Non a caso, già nello scorso autunno al-Sharaa si è recato una prima volta in visita a Mosca per rafforzare i suoi rapporti con il Cremlino. E la visita di ieri si pone in diretta continuità con quella di pochi mesi fa.

La retorica utilizzata mostra chiaramente lo spirito delle discussioni. Parlando ai giornalisti prima dell’incontro, il leader siriano ha ringraziato Putin per il sostegno all’unità del Paese e per quello che ha definito il ruolo “storico” svolto da Mosca nella stabilità regionale. Dal canto suo, il presidente russo ha espresso apprezzamento per gli sforzi di al-Sharaa volti a stabilizzare la Siria, congratulandosi con lui per i progressi verso il ripristino dell’integrità territoriale del Paese. Il riferimento è a quanto avvenuto negli scorsi giorni nell’area nord-orientale del Paese, dove le forze governative si sono mosse per occupare i territori controllati dalla milizia curda delle Syrian Democratic Forces (in questo frangente, Mosca sembra aver ritirato le proprie truppe dal vicino aeroporto di Qamishli, probabilmente come segno di buona volontà nei confronti di Damasco).

Ma questo non vuol dire che Mosca sia intenzionata ad abbandonare la Siria. Prima dei colloqui, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il tema della “presenza dei nostri soldati in Siria” sarebbe stato discusso. Attualmente, le forze russe sono dislocate nella base aerea di Khmeimim e nella base navale di Tartus, entrambe situate sulla costa mediterranea siriana. Per Putin, mantenere una presenza in Siria resta una priorità strategica, soprattutto dopo la perdita di un altro alleato con l’operazione statunitense che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro (e con il regime iraniano che sembra essere molto traballante in queste ore, ponendo il tema del rischio di spill-over nella regione). A questo riguardo, non stupisce che al-Sharaa avrebbe avanzato alcune proposte pe run maggiore impegno russo nell’area meridionale della Siria (vicino alle alture del Golan) in ottica di stabilizzazione regionale.

Secondo fonti siriane, il nodo centrale riguarda la necessità di ridefinire lo status della presenza militare russa in Siria. Damasco non mette in discussione in modo frontale la permanenza russa, ma ritiene superato il quadro ereditato dall’era Assad, quando la presenza di Mosca era il riflesso di un’alleanza politica asimmetrica e di una dipendenza strategica ormai venuta meno. Nel nuovo contesto post-Assad, la leadership siriana punta a una relazione più regolata e trasparente, in cui il ruolo delle installazioni militari russe venga rinegoziato su basi diverse, meno politicamente invasive e più compatibili con il tentativo di al-Sharaa di riaffermare la sovranità dello Stato sull’intero territorio nazionale.

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