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L’Executive Order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”, pubblicato dalla Casa Bianca il 2 giugno 2026, delinea la nuova postura americana sull’Intelligenza artificiale.

Non ci si trova dinanzi ad un testo che affronta il tema dell’AI come un ambito da imbrigliare in una nuova architettura autorizzativa preventiva, né come un’innovazione da lasciare esclusivamente al libero sviluppo del mercato. Il punto che questo Executive Order pone con forza all’attenzione degli analisti è, invece, come Washington stia provando a collocare l’Intelligenza artificiale avanzata all’interno di una cornice in cui leadership tecnologica e sicurezza nazionale sono trattate come due facce della medesima priorità strategica.

Lo si coglie – con chiarezza – già nella parte iniziale del documento. Da un lato, la Casa Bianca rivendica esplicitamente il primato americano nell’AI e lo collega al rifiuto di prevedere un sistema di regolazione giuridica eccessivamente oneroso, in quanto freno all’innovazione. Dall’altro, invece, il testo rimarca come le capacità avanzate di AI pongano nuove questioni di sicurezza nazionale, tali da richiedere un’azione coordinata di dipartimenti e agenzie federali.

È proprio in questa combinazione che si coglie appieno il senso politico di questo Executive Order. L’AI non viene descritta come una semplice opportunità economica, né come un rischio astratto da gestire con formule generali, ma viene trattata come una leva di potenza che gli Stati Uniti intendono proteggere, rafforzare e soprattutto governare senza frenare strutturalmente il suo sviluppo.

Questa postura, tuttavia, non resta confinata al piano delle enunciazioni generali. L’Executive Order, infatti, prova a tradurla in un insieme di misure molto concrete, che mostrano come – agli occhi della Casa Bianca – l’AI avanzata non debba essere favorita soltanto sul piano dello sviluppo industriale, ma anche incorporata dentro una più ampia architettura di protezione strategica. In particolare, si coglie come per Washington il governo dell’AI non si giochi sul terreno dell’autorizzazione preventiva dei modelli, ma anzitutto su quello della sicurezza dei sistemi, della resilienza delle infrastrutture e della capacità dello Stato di presidiare i punti più sensibili del proprio ecosistema tecnologico.

È in questo quadro che anche la dimensione cyber acquista un rilievo strategico. Non come tema separato o meramente tecnico, ma come primo terreno attraverso cui questa visione prende forma. La sezione 2 dell’Executive Order, infatti, prevede di dare priorità alla difesa cyber dei “National Security Systems”, dei sistemi informativi del Department of War e dei sistemi civili federali. Inoltre, chiede di rafforzare programmi e servizi federali in grado di sostenere strumenti difensivi abilitati dall’AI e di facilitarne l’accesso anche da parte di autorità statali e locali, così come degli operatori di infrastrutture critiche. Risulta chiaro, quindi, come la sicurezza dell’ecosistema tecnologico americano venga trattata come parte integrante della politica nazionale sull’AI avanzata.

La medesima logica si ritrova nella creazione di un “AI cybersecurity clearinghouse”, pensato per coordinare l’individuazione delle vulnerabilità software, la loro validazione, la remediation e la distribuzione delle patch, in collaborazione volontaria con l’industria dell’AI e con gli operatori di infrastrutture critiche. Anche qui, il dato interessante non è soltanto operativo, ma di metodo. La Casa Bianca non imposta la relazione con il settore privato secondo una logica prevalentemente autorizzativa o ispettiva, ma la colloca in una cornice di cooperazione orientata alla protezione delle capacità strategiche. È una differenza rilevante, perché mostra come – agli occhi di Washington – il problema non consista tanto nell’assoggettare l’AI ad un controllo amministrativo preventivo, quanto nell’integrare sviluppo tecnologico e protezione dei sistemi all’interno della medesima architettura.

Il passaggio più rilevante, però, resta quello contenuto nella sezione 3 dell’Executive Order, dedicata al dispiegamento sicuro dei modelli AI più avanzati.

È qui che il governo degli Stati Uniti mostra in maniera nitida la filosofia che sostiene l’intero impianto del provvedimento. Da un lato, infatti, viene previsto un processo classificato di analisi teso a valutare le capacità cyber dei modelli AI e determinare la soglia oltre la quale un modello debba essere considerato un “covered frontier model”, vale a dire un modello avanzato ritenuto particolarmente sensibile ai fini della sicurezza. Dall’altro, si immagina un framework volontario attraverso cui gli sviluppatori possano interagire con il governo, fornire accesso anticipato ai modelli più sensibili e collaborare all’individuazione di partner fidati.

Fin qui si potrebbe pensare a una progressiva istituzionalizzazione del controllo pubblico sui modelli avanzati. È proprio a questo punto, però, che il testo compie la scelta politicamente più significativa. La sezione 3(c), infatti, esclude espressamente che da queste disposizioni possa derivare un requisito obbligatorio di licensing, preclearance o permitting governativo per lo sviluppo, la pubblicazione, il rilascio o la distribuzione di nuovi modelli AI, inclusi i “frontier models”.

Gli Stati Uniti, pertanto, chiariscono la propria volontà di conoscere, valutare e presidiare i modelli AI più avanzati, ma non intendono subordinare in via generale il loro sviluppo ad un’autorizzazione amministrativa preventiva. Non si tratta, naturalmente, di un arretramento del potere pubblico, bensì di una diversa tecnica di governo del rischio. Invece di costruire un filtro generale a monte dell’innovazione, l’Executive Order concentra l’azione pubblica sulla protezione dei sistemi, sulla cooperazione con gli sviluppatori, sulla tutela della proprietà intellettuale americana e sulla repressione dell’uso ostile o criminale dell’AI.

A questo punto, il confronto con l’Europa diventa inevitabile. Non perché l’Executive Order lo richiami espressamente, ma perché la scelta americana risulta più leggibile proprio se osservata in controluce rispetto al percorso europeo. Infatti, mentre l’Unione europea ha affrontato l’Intelligenza artificiale soprattutto come materia da incardinare dentro una cornice generale di regolazione del rischio, Washington sembra muoversi secondo una logica diversa. L’AI avanzata non viene trattata – come già evidenziato – nella sua veste di disciplina orizzontale o di autorizzazione preventiva, ma come settore di primario interesse strategico, da proteggere e rafforzare senza rallentarne strutturalmente lo sviluppo. La differenza non è solo giuridica, ma è prima ancora politica. Da un lato, un approccio che tende a organizzare il governo dell’AI intorno alla regolazione. Dall’altro, un approccio che tende a costruire questo governo anzitutto intorno a sicurezza, competitività e primato tecnologico.

Da ultimo, anche la sezione 4 dell’Executive Order si inserisce in modo armonico in questo quadro. L’Attorney General, infatti, viene chiamato a dare priorità all’applicazione delle principali norme penali federali contro chi utilizzi l’AI per accedere abusivamente a sistemi informatici o danneggiarli senza autorizzazione, oppure per agevolare altri reati attraverso tali accessi illeciti. Anche qui il baricentro è chiaro. Il documento non si concentra sul governo dell’AI attraverso un sistema di autorizzazione allo sviluppo, ma sulla difesa dell’ecosistema e sulla repressione dell’uso criminale delle capacità AI.

In conclusione, il punto più rilevante che emerge dalla lettura complessiva di questo Executive Order è che esso non tenta di costruire una teoria generale dell’Intelligenza artificiale. Chiarisce, piuttosto, una postura. L’AI avanzata viene trattata come una infrastruttura strategica sulla quale gli Stati Uniti non intendono rinunciare né al primato tecnologico, né al controllo delle condizioni che lo rendono difendibile. In questo schema, la sicurezza non interviene per rallentare l’innovazione, ma per proteggerla, stabilizzarla e incorporarla più saldamente nella potenza americana. È qui che si coglie il significato più profondo del documento. Non nel dettaglio delle singole misure, né nella sola enfasi sulla cybersecurity, ma nel tentativo di tenere insieme, all’interno di un unico disegno, sviluppo tecnologico avanzato, sicurezza dei sistemi e interesse strategico nazionale. Ed è proprio alla luce di questa scelta che il confronto con l’Europa diventa politicamente istruttivo. Non perché un modello sia, in astratto, preferibile all’altro, ma perché rende visibili due diverse idee di come si governa l’Intelligenza artificiale quando cessa di essere soltanto innovazione e diventa una questione di potere.

 

Usa vs Europa, due idee diverse di come si governa l’Intelligenza artificiale. L'analisi di Mele

L’Executive Order segna una scelta politica netta: per Washington l’AI non è solo mercato o rischio, ma leva di potenza strategica. A differenza dell’Ue, che privilegia una regolazione preventiva del rischio, gli Usa puntano su sicurezza, cooperazione con l’industria e primato tecnologico senza vincoli ex ante allo sviluppo. L’analisi di Stefano Mele, partner dello studio legale Gianni & Origoni

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