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“L’Unione europea ha le sue responsabilità, ma i governi dei sei Paesi dei Balcani hanno le loro. Ed è chiaro che per alcuni governi, più che per altri, giocare la politica dei due forni nel provvisorio è il modo migliore per mantenersi al potere”. Questa la premessa che il direttore della Nato Defense College Foundation, Alessandro Politi, affida a Formiche.net per abbozzare un ragionamento analitico sugli scenari che si aprono dopo l’attentato al premier slovacco, Robert Fico.

Non solo Serbia e Kosovo, alla crisi balcanica per eccellenza si aggiungono le tensioni nazionalistiche in Nord Macedonia e l’attentato a Robert Fico. Si tratta di una macro area sottovalutata da un punto di vista geopolitico?

Il problema dei Balcani è che tutti hanno pensato che fosse soltanto il problema dei Balcani: e invece no, perché il problema è di caratura europea, diciamo almeno di una buona parte dell’Europa e non solo di quella centro orientale. Mi riferisco al problema della rinascita del nazionalismo, cosa ben diversa dal patriottismo; problema che peraltro ha dimensioni euro-atlantiche e dove è inutile nascondersi dietro un dito.

Perché avanzano queste forze?

Sono chiaramente una risposta alla crisi della globalizzazione e alla crisi della democrazia, emergono problemi che pensavamo esserci lasciati dietro. Essi sorgono nonostante l’azione dell’Europa e, al contempo, anche a causa di una perdita di senso dell’Europa. L’Europa che si voleva più geopolitica non è sempre un’Europa che sappia esattamente che cos’è. E questo i cittadini, in modo a volte confuso, lo sentono. Abbiamo un problema di cultura politica, abbiamo un problema di lentezza del cambiamento delle società ma questo è normale e non dobbiamo stupirci: altro è la rinascita del nazionalismo che offre delle leve a manipolazioni.

Si riferisce al gruppo paramilitare Slovenskí Branci (SB) a cui apparterrebbe l’aggressore di Robert Fico?

Per quello che per ora si sa pubblicamente, è un gruppo che si definisce patriottico, ma che è nazionalista, in realtà è un misto di istanze nazionaliste e conservatrici, qualche volta con delle nostalgie per il vecchio regime collaborazionista dei nazisti, dico qualche volta perché poi il capo di questo gruppo se n’è distanziato, altre volte con delle istanze filorusse.

In nome di che cosa?

In nome della difesa delle tradizioni e dei valori ancestrali contro la corruzione moderna. Almeno a parole l’attentatore voleva protestare contro una politica di “normalizzazione” dei media. Questo adesso naturalmente apre delle possibilità ampie e qui andiamo sul campo geopolitico.

Ovvero?

Con la visita di Xi Jinping c’è la precisa intenzione di restaurare più di un semplice esercizio politico-diplomatico che riuniva i maggiori Paesi dell’Europa centrale e orientale, tra cui molti alleati della Nato, in una forma di collaborazione economica (il 17+1). Questo evidentemente non è riuscito, per ora, a fare molta strada. Tali promesse di investimento economico sono in concorrenza con quello che l’Unione europea promette, ma non riesce a mantenere, per i sei dei Balcani. L’Unione europea ha le sue responsabilità, ma i governi dei sei Paesi dei Balcani hanno le loro. Ed è chiaro che per alcuni governi, più che per altri, giocare la politica dei due forni nel provvisorio è il modo migliore per mantenersi al potere come “stabilocrazie”.

Una destabilizzazione che fa a comodo a chi?

È evidente che i russi contano su alcune sponde che sanno benissimo essere di second’ordine, quindi non bisogna nemmeno ingigantire le capacità di manovre russe nei Balcani. I russi sono molto bravi a fare il massimo danno col minimo costo. Poi è chiaro che ci troviamo in momento delicato che è il momento della sospensione delle ostilità in Ucraina: un momento delicato per tutti e ovviamente delicato per Putin che ci tiene molto, perché sa benissimo che la guerra gli è costata cara per dei guadagni molto relativi, anche se concreti, per la sua visione del potere. Ciò per ora ha congelato le possibilità dell’Ucraina di entrare nella Nato e nell’Ue. Quindi lo può presentare ai suoi sostenitori e ai suoi grandi elettori, ma da un punto di vista obiettivo e strategico i costi per lui sono stati altissimi. D’altro canto gli ucraini sono in una situazione dove hanno bisogno assolutamente di tempo per riorganizzarsi e ricostruirsi.

Slovenskí Branci (SB) può avere interessi convergenti con i super player esterni?

Si tratta di una piccola organizzazione che ha contatti ambigui con dei gruppi paramilitari russi e anche con l’ambasciata russa: chiaramente è un elemento problematico per la democrazia slovacca. Si ritengono dei patrioti, ma con operazioni di restyling problematiche dal punto di vista storico e politico, perché difendono l’eredità slovacca e slava contro la corruzione, il consumismo e la degradazione morale ma sono anche molto simili a certe milizie paramilitari che vediamo agire negli Stati Uniti. Questo substrato nazionalista, in sostanza, cerca di dare una risposta “molto già vista” alla crisi della modernità, della globalizzazione e anche della democrazia. Mi riferisco al tema del ritorno del nazionalismo nella debolezza democratica, che non è un tema solo degli ex Paesi comunisti.

E dove altro?

Credo che sia un tema che serpeggi in tutta l’Europa, in vari modi, con varie forme e con vari gradi di intensità: quindi l’attentatore viene da questo substrato. È interessante osservare che lui, almeno in quello che ha dichiarato, ha voluto sparare al primo ministro perché avrebbe cercato di mettere il bavaglio alla stampa. Il che è abbastanza contraddittorio, ma bisogna dire che nella cultura dell’estrema destra le contraddizioni non sono affatto rare e lo si vede nei panorami delle varie destre estreme europee e anche americane.

Quali gli scenari che si aprono dopo questo attentato nell’area balcanica, a cavallo tra Europa e oriente?

Alcune dichiarazioni di politici slovacchi parlano di rischio di guerra civile: in Slovacchia probabilmente c’è tale paura anche se per ora i prodromi concreti non appaiono e molto dipenderà dalle elezioni europee, perché ciò complicherebbe la strada dell’Europa.

In quale misura?

Perché l’Europa e il nazionalismo sono due cose che non funzionano bene assieme. L’Europa è stata per secoli nazionalista, ma appunto divisa e in guerra pressoché costante. Ecco, questo è il punto. È chiaro che c’è un momento importante della storia europea in queste elezioni. Non sono elezioni come le altre e il tono darà “il la” a una serie di organizzazioni che capiranno se hanno o meno un ambiente tollerante nei loro confronti. Questo è un fatto. In seguito tale quadro permetterà di capire come gestire la fine delle ostilità in Ucraina e come poi gestire il dopo conflitto in Israele perché anche in quella parte del Mediterraneo ci sono istanze nazionaliste fortissime. Quando trionfa il nazionalismo saltano le regole della condotta di guerra, del diritto umanitario, della democrazia e quindi salta l’umanità. Ma noi europei non veniamo dal nulla e sappiamo riconoscere questi segni inquietanti anche in altri luoghi. Osservo che democrazie più nazionaliste potranno essere fedeli alleate, ma anche amiche ambigue di governi che non sono democratici.

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