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Nel 2022 in Italia si sono registrate 393mila nuove nascite, contro 713mila decessi. Il saldo negativo vale quanto una grande città. Come se in un anno, Bari fosse sparita. Grossomodo il numero di persone che muore nel mondo per annegamento. In un anno, sono affogati 320mila italiani!

Facciamo pochi figli! Tuonano in molti. Mentre in Francia il tasso di fecondità (figli per donna) è di 1,86 in Italia siamo fermi a 1,27, ma alla Francia andrebbe tolto il contributo “d’oltremare”. In realtà, scorporando il dato su base etnica, scopriamo che le “italiane doc” hanno un tasso di 1,18 e le “straniere” di 1,87. Le italiane partoriscono mediamente a 32 anni e 8 mesi, contro i 29 anni e 7 mesi delle straniere. La differenza può sembrare piccola ma è significativa.

Sarebbe bello confrontare questi dati con quelli francesi, ma le statistiche etniche sono regolate in Francia da una legge del 1978 (Informatique et Libertés) che, in linea di principio, le vieta. L’economista conservatore Charles Gave, che alle elezioni del 2022 ha sostenuto Éric Zemmour, ha comunque stimato che la fertilità delle francesi “autoctone” sia di 1,4 mentre quello delle immigrate mussulmane sia compreso tra 3,4 e 4. Sulla base di questi dati ipotizza una maggioranza mussulmana entro quarant’anni in Francia.

In Italia, su 393mila nascite 53mila vengono da genitori entrambi stranieri (82mila da una coppia con almeno un genitore straniero). Gli stranieri, che in Italia sono meno del 9%, concorrono per quasi il doppio alla natalità del Paese. Ma gli stranieri hanno una età media più bassa.

Anche il dato della natalità degli stranieri è in calo rispetto ai massimi registrati nel 2012. In Italia, siamo capaci di far passare la voglia di fare figli anche agli stranieri!

Ma perché facciamo pochi figli? Secondo molti è una questione economica. Un’indagine realizzata per Plasmon, evidenzia che le difficoltà economiche sono il deterrente primario. Un figlio costerebbe tra i 640 euro (Bankitalia) e gli 814 euro (Federconsumatori). In quest’ultimo dato sono conteggiati anche i costi dell’alloggio. Non è quindi il costo “aggiuntivo” per una famiglia di avere un figlio ma il costo complessivo.

Se prendiamo per buoni questi calcoli, non credo che in Francia costi molto meno, anche se un recente studio cinese dice il contrario. Sembrerebbe che in Francia il rapporto tra spesa per un figlio e ricchezza pro capite sia 2,2, in Svezia 2,9, negli Usa 4,1, in Giappone 4,3 e in Corea del Sud addirittura 7,8. Il grande limite dello studio è quello di utilizzare ricerche locali, con metodologie di calcolo del costo non uguali per tutti. Per l’Italia è stato usato il dato degli 814 euro di Federconsumatori. Si potrebbe dedurre che dove si fanno meno figli il costo sia maggiore, ma forse potrebbe anche essere vero che dove si fanno meno figli si concentra l’investimento. Oppure, potrebbero essere vere entrambe le ipotesi. In qualunque caso sarebbe interessante misurarlo con una metodologia comune e condivisa.

La vera differenza con il sistema francese sono alcune agevolazioni fiscali per la natalità introdotte dalla riforma Ruffarin, come un premio alla nascita (o all’adozione) pagato al settimo mese di gravidanza di 1000 euro e altri contributi più piccoli. Quello che incide maggiormente è il quotient familial. Più la famiglia è numerosa, meno è pesante il carico fiscale. Una coppia con due figli e 25mila euro di reddito complessivo all’anno non paga tasse; una coppia con due figli e 50mila euro di reddito paga 3mila euro all’anno. Il quoziente è il risultato della divisione del reddito complessivo per il numero delle persone che compongono il nucleo.

Quando Hollande o Macron hanno riformato questi sistemi (con l’obiettivo di ridurre l’agevolazione, in particolare alle fasce più ricche) si è avuto un calo significativo della natalità.

Eppure, molti studi riferiscono che i giovani italiani dichiarano di voler fare figli. Il 76% dei giovani in Italia (+5% rispetto alla media europea) tra 19 e i 36 anni, secondo Merck. Altre ricerche dicono che tra il 61% delle donne e il 65% degli uomini tra i 25 e i 39 anni vorrebbero avere figli o più figli.

Una ventina di anni fa, ho letto un libro “Capi di governo, telefonini e bagni schiuma”, scritto da due psicologi: Gian Vittorio Caprara e Claudio Barbaranelli che spiegavano che l’acquisto di un bagnoschiuma, il voto elettorale e la stipulazione di un contratto di telefonia possano essere analizzati attraverso lo stesso modello interpretativo mettendo così le tre diverse situazioni sullo stesso piano.

Secondo gli autori, quel mare tra il dire e il fare è fatto di variabili psicologiche (l’intenzione, l’atteggiamento, la norma soggettiva e il senso di controllo) che combinandosi determinano le chance che quello che pensiamo si trasformi in comportamento.

Purtroppo, non ci sono studi a riguardo, ma sono convinto che la mancata concretizzazione di avere figli derivi da alcune di queste variabili:

  1. Certe certezze. Le persone che conosco, senza figli ma che dichiarano di volerne, mi sembra che sopravvalutino l’incertezza nella loro vita. Ne hanno molta paura e vorrebbero ridurla, se non azzerarla, avendo certezze che però la vita è molto avara a dare. Non solo una relazione certa e senza turbolenze, ma anche un lavoro sicuro e stabile. In generale, una vita senza grandi fluttuazioni. Io conosco pochissime persone che possono dire di non avere incertezze (e non scambierei mai la mia vita con la loro). Eppure, c’è chi, forse in modo illusorio, desidera una vita scevra da perturbazioni. Il mio personale parere è che proprio i figli danno delle certezze incredibili. Rimettono in equilibrio il proprio disordinato mondo interiore e tirano fuori il meglio da (quasi) tutti noi.
  2. Liberi come l’aria. Quello che spaventa è il pensiero di come sarà trasformata la propria vita con l’arrivo dei figli e l’inevitabile riduzione della libertà. La percezione di riduzione della propria libertà e autonomia è di molto sovrastimata dalle persone. Si immagina la genitorialità come una fase della propria vita, in cui i figli catalizzano la totalità delle energie togliendo tutti i piaceri. Questa è l’eredità peggiore che ci ha lasciato la generazione dei boomer. Vivere per categorie. Dentro o fuori! Genitori vs non genitori. Schiavi dei figli vs persone libere. In verità tutto questo è solo il frutto delle nostre costruzioni della realtà e poche cose mi fanno personalmente sentire libero come i figli e la possibilità di accompagnarli nella loro vita.
  3. Per fare dei figli servono (tanti) soldi. Questo è un tema controverso, perché storicamente l’umanità tende a fare più figli quando sono peggiori le condizioni economiche e riduce la propria natalità quando arriva il benessere. Se questo è vero a livello macro è anche vero che a livello micro, non fare i figli è spesso anche una scelta economica. Perché quando fai dei figli “i soldi non bastano mai”. Eppure, quando hai dei figli bastano sempre. Ne vorresti di più per dare a loro qualche “sì” in più e qualche “no” in meno. Vorresti offrire sempre il massimo e il meglio. Per questo facciamo tardi a lavoro, dimenticando che le uniche persone che si ricorderanno che facevamo sempre tardi in ufficio saranno proprio i nostri figli. Mi consola molto l’idea che nessun bambino chiede di cambiare i propri genitori perché poco abbienti.

Non servono mance o bonus. Secondo me, la riduzione che si è avuta in Francia, alle modifiche degli incentivi per la natalità, non è dovuta al piccolo contributo economico in meno, ma al messaggio che è cambiato. Da “le famiglie al primo posto” a “mettiamo a posto le famiglie (ricche)”.

Per rilanciare la natalità dobbiamo scoprire la bellezza e la naturalezza della genitorialità. Abbandonare lo storytelling vittimistico e di sofferenza che oggi caratterizza la famiglia con figli. Basta con questa narrazione, anche nei film, di sole sofferenze, servizi che non funzionano, costi, mancanza di libertà. Sì, avere un figlio è anche questo ma non solo questo.

Avere figli è ascoltare le loro storie, quella del loro primo giorno di scuola o del litigio con l’amica del cuore. Stare a sentire e cercare di capire le paure che li tengono svegli di notte. È raccontare una storia che qualcuno ha raccontato a noi. È tenere la mano per ricevere quella fiducia che nessun altro al mondo vi darà mai. È avere dubbi, dubbi, dubbi e ancora dubbi. È sgretolarsi per il loro dolore, è gioire per la loro felicità. È sentire che il tempo vola, che vorresti inchiodare certi momenti e ti accontenti di tenere per anni una foto sullo schermo del tuo smartphone. È ricordare momenti indimenticabili, sorrisi e avventure. È essere il protagonista di giochi e fantasie. È scoprire di essere, con le tue paure e fragilità, l’eroe di qualcuno che ti ama incondizionatamente. È scoprirlo in un disegno o in un pensierino. Sono corse al pronto soccorso, ricerche di giocattoli smarriti, estenuanti discussioni sui “No”. Efferati scontri sulle verdure e sulla “dieta” dei device. Notti insonni per le quali nessuno ti ringrazierà. È affrontare ogni giorno un livello nuovo del gioco della vita, le cui regole scopriremo solo troppo tardi.

Se stai pensando di avere un figlio, e tra il dire e il fare senti che c’è un mare, io spero che ti tufferai nella più grande avventura della tua vita, senza paura di non saper nuotare bene.

Se hai deciso di non fare figli, non ti biasimo. Riconosco il valore della tua scelta. Che sia dettata da motivi etici, ambientali o economici. Accetto la tua scelta di vita. Non la critico. Ma voglio essere sicuro che sia una scelta libera dai pregiudizi che oggi ci sono sull’avere un figlio e che ti sia garantito il diritto di poterli avere, anche economicamente. Purtroppo, in quella che consideriamo “la costituzione più bella del mondo” si parla di “figli” solo nell’articolo 30, in merito all’obbligo dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. Sarebbe bello se si parlasse del diritto di ciascuno di essere posto nelle condizioni di poterli avere e del dovere dello stato di vigilare e tutelare questo diritto.

Se invece la natura, il destino e la vita hanno deciso per te, ti chiedo scusa se con il mio entusiasmo e le mie parole posso aver dato un dispiacere.

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Di Andrea Laudadio

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