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La profezia non si è autoavverata, l’Armageddon lanciata dal centrosinistra non ha sortito l’effetto sperato. Al netto dell’ubriacatura mediatica successiva alle elezioni in Sardegna, il risultato elettorale abruzzese ha confermato, sia pure al ribasso, i sondaggi di un mese fa: quel che conta, per il centrodestra, è la somma dei voti dei partiti che lo compongono; voti che stavolta, non essendoci, com’era in Sardegna, la possibilità di disgiungere consenso dato alla lista da quello dato al candidato, hanno garantito la rielezione del governatore uscente.

I fattori di novità sono due: il crollo dei gialloverdi, l’exploit di Forza Italia, che in Abruzzo ha raggiunto il 13,4% accreditandosi come l’unico partito in crescita tra quelli che compongono l’alleanza di governo. Un dato, quest’ultimo, che si spiega sia con una logica nazionale sia con una logica locale. A livello nazionale, si dimostra che, soprattutto in una regione di tradizione democristiana come l’Abruzzo, una quota consistente di elettorato moderato non cede alla delusione astensionista, ma sceglie comunque il partito più affine. Nell’agitarsi, spesso esorbitante, degli alleati di destra sulla scena nazionale, al partito di Tajani è bastato rimanere fermo per acquisire credibilità. Il fallimento del progetto politico terzopolista ha fatto il resto.

Ma a fare la differenza è stata anche e soprattutto la forza dei singoli candidati. Forza Italia ha composto una lista potente, con 29 nomi ben riconoscibili sul territorio, ciascuno dei quali portatore di pacchetti di preferenze più o meno sicure. Una forza che in provincia di Pescara ha consentito al partito che fu di Silvio Berlusconi di sfiorare il risultato ottenuto dal partito di Giorgia Meloni (il 17% contro il 19%). Ottimo viatico in vista delle europee di giugno, e utile motivo di riflessione per la premier.

A passarsela decisamente male, invece, sono gli ex alleati del governo gialloverde. La presenza in lista di due assessori regionali forti (Imprudente e Quaresimale) e del capogruppo Vincenzo D’Incecco, ha scongiurato la debacle della Lega. Ma resta il fatto che alle scorse regionali il partito di Matteo Salvini in Abruzzo ottenne il 27%, alle scorse politiche l’8,2%, mentre ieri si è fermata al 7,6%. Quasi la metà dei voti ottenuti da Forza Italia.

Niente in confronto della debacle del Movimento 5 Stelle, precipitato dal 19.7 al 7%. Sarà pur necessario, ma si dimostra che allargare il campo del centrosinistra senza cementarne i ranghi con un amalgama politico reale non basta per vincere. Né è sufficiente demonizzare l’avversario. Si dimostra anche che gli elettori grillini non sono maturi per accettare di votare un candidato del Pd.

C’è n’è abbastanza per prevedere che, in vista delle europee, dove, come è noto, si vota con il sistema proporzionale, Salvini farà il possibile per distinguersi dagli alleati del centrodestra e Conte farà altrettanto rispetto ai partiti del centrosinistra.

L’Armageddon non ha funzionato, ma dalle elezioni abruzzesi sono comunque giunte delle lezioni politiche utili ad entrambi i poli… Ammesso che i loro leader vogliamo metterle a frutto.

Abruzzo, l'Armageddon non paga: servono equilibrio e candidati forti. Scrive Cangini

L’Armageddon non ha funzionato, ma dalle elezioni abruzzesi sono comunque giunte delle lezioni politiche utili ad entrambi i poli… Ammesso che i loro leader vogliamo metterle a frutto. Il corsivo di Andrea Cangini

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