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“L’effetto Sardegna c’è stato forse più a destra che a sinistra. Gli elettori hanno serrato i ranghi e sono andati compatti sul governatore uscente in Abruzzo”. Luigi Di Gregorio, docente di comunicazione politica all’università della Tuscia dà, nella sua chiacchierata con Formiche.net, una lettura originale della vittoria del centrodestra in Abruzzo, che ha confermato il presidente Marco Marsilio alla guida della Regione.

Professore, stando alla sua lettura, bisogna riconsiderare profondamente il significato non solo delle elezioni in Abruzzo, ma soprattutto di quelle in Sardegna. È così?

Certo. È l’intero dato politico che va rivisto, tenendo presente ad esempio che sui voti di lista il centrodestra è stato comunque avanti nell’isola, benché i voti disgiunti si siano poi rivelati decisivi. Il campo larghissimo che abbiamo visto in Abruzzo – in cui, differentemente rispetto a quanto accaduto in Sardegna in cui c’era Soru – si è fermato a circa cinque punti rispetto alla candidatura di centrodestra. In qualche modo per la coalizione di governo questa elezione che probabilmente era molto temuta, si è trasformata in opportunità.

Ha vinto lo schieramento o ha trionfato il candidato?

Sicuramente Marsilio era un governatore più apprezzato rispetto a Truzzu. Ma in Abruzzo il centrodestra ha trovato subito la convergenza, mentre in Sardegna la litigiosità mal celata non ha certo fatto bene. Il voto contro il candidato uscente non ha pagato per il centrosinistra, mentre il centrodestra – che ha schierato anche i leader dei partiti in chiusura di campagna – è riuscito a mobilitare. Ed è per questo che dico: l’effetto Sardegna ha contribuito a rinsaldare i ranghi del centrodestra. Mentre il bandwagon effect presunto su cui puntava la sinistra non ha pagato.

Ci sono dei dati elettorali interessanti. La vittoria schiacciante di Marsilio all’Aquila, l’affermazione di misura di D’Amico a Pescara. E un buon risultato di Forza Italia che doppia il Carroccio. Un termometro anche per gli equilibri nazionali?

Mi sembra più che altro un risultato circoscritto alla dimensione territoriale, tanto più che le percentuali nel centrodestra rispecchiano grossomodo le percentuali ottenute dai partiti alle Politiche di un anno e mezzo fa. Certo, va registrata la crescita positiva di Forza Italia ma torno a ribadire che a giocare un ruolo suo rapporti di forza interni al centrodestra su scala nazionale saranno le europee. Altro discorso, invece, è per il centrosinistra.

Cosa intende dire?

Mentre il Pd ha registrato comunque un buon punteggio, il Movimento 5 Stelle è calato di circa dodici punti. Un bagno di sangue che sicuramente indurrà il leader pentastellato Giuseppe Conte ad alcune riflessioni. L’esperienza del campo largo – nel caso dell’Abruzzo, larghissimo – rischia di arrestarsi ancor prima di cominciare. E Conte potrebbe legittimamente dire che l’alleanza con il Pd funziona solo laddove ci sono i “suoi” candidati.

Possiamo definire quella dell’Abruzzo una vittoria di Giorgia Meloni?

La piemier Meloni in questo momento è il brand politico per eccellenza del centrodestra. Ci ha messo la faccia e l’impronta sulla vittoria. Dopo la sconfitta in Sardegna avrebbe anche potuto, legittimamente, sfilarsi. Invece ha continuato a crederci.

È uscito da pochissimo il suo ultimo libro, edito da Rubbettino: War Room. Un manuale per costruire la campagna elettorale perfetta?

In realtà si tratta di un libro ibrido. Si occupa della campagna elettorale permanente, ed è diviso in due parti. La prima è più strettamente accademica ed è una sorta di ricognizione di come è cambiata negli anni la comunicazione politica, di come sono mutati i leader e del ruolo differente che hanno assunto i partiti. La seconda parte, invece, è più operativa. Tratta di come impostare la war room permanente.

La vittoria in Abruzzo è la reazione del centrodestra. L'analisi di Di Gregorio

La sconfitta in Sardegna ha contribuito a rinsaldare i ranghi del centrodestra. Meloni è il brand vincente della coalizione e Marsilio ha beneficiato di una convergenza immediata essendo un candidato migliore rispetto a Truzzu. Il campo largo non funziona. E questo genererà degli interrogativi a Conte. Conversazione con il docente di comunicazione politica all’università della Tuscia, Luigi Di Gregorio

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