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Il turismo rappresenta, senza ombra di dubbio, un settore economicamente rilevante per il nostro Paese. Si tratta, tuttavia, di un segmento che, per quanto importante, non manca di presentare degli svantaggi sotto il profilo economico e politico. Per inquadrare il fenomeno, un paper pubblicato da Banca d’Italia del 2019 (pre-pandemia), affermava che al settore del turismo fossero riconducibili “oltre il 5 per cento del Pil e oltre il 6 per cento dell’occupazione del Paese”. Si tratta, dunque, di un tema che, per propria rilevanza, meriterebbe un’attenzione strutturale e di medio periodo, che tenga conto anche degli aspetti strategici del nostro Paese. Un’attenzione che quindi superi la riflessione sull’overtourism e che si rifletta in una visione politica che superi la sola ambizione di incrementare i flussi di cassa, ma che si concentri anche sugli elementi di criticità che il consolidamento dell’Italia turistica sta generando nelle nostre economie, e come questi processi vadano governati.

Gli approfondimenti, in questo senso, potrebbero essere molti e diversi. In questa riflessione si cercherà tuttavia di introdurre tre tematiche che, in genere, vengono poco trattate quando si parla di turismo: l’esposizione al rischio da parte dei proprietari immobiliari che hanno destinato i propri immobili all’offerta ricettiva extra-alberghiera; l’esposizione al rischio di un’economia territoriale e nazionale altamente concentrata su un settore merceologico la cui aleatorietà dipende fortemente da fattori che esulano il controllo dei singoli operatori di mercato; la conseguente vulnerabilità anche geopolitica che tale condizione può generare. Temi piuttosto importanti, che tuttavia si cercherà di trattare nel modo più discorsivo possibile, evitando l’eccessivo ricorso a dati e a riflessioni di natura teorica.

Alcuni dati di inquadramento bisogna pur darli. Soprattutto per definire la prima delle tematiche identificate. È empiricamente noto quanto nelle nostre città siano notevolmente aumentate le strutture ricettive extra-alberghiere (BnB – AirBnB, ecc.): nel 2021, secondo l’Istat in Italia, erano presenti 32.109 alberghi e oltre 188 mila esercizi extra-alberghieri. Per intenderci: nel 2015, l’insieme dei posti letto extra-alberghieri era, nell’intero Paese, pari a 2.628.615 nel 2019 erano saliti a quasi 3 milioni (2.915.313). Si tratta di dati che riguardano le sole strutture registrate.

Dato noto, ma che presenta differenti sfumature. La prima, la più semplice, è che c’è un incremento dell’offerta che risponde, almeno in parte, anche ad un incremento della domanda. La seconda, già meno battuta, è che questo incremento di offerta è frutto di una rifunzionalizzazione di un capitale pre-esistente, il che significa, detto in modo più umano, che non sono state costruite nuove case per questo scopo, ma che case disponibili sono state riconvertite in strutture ricettive. La terza, è che questi immobili, che val la pena sottolineare che erano disponibili, e quindi pronti ad essere immessi sul mercato, sono spesso rappresentati dalle famose seconde e terze case (secondo il Censis il 28% degli italiani possiede più di un immobile).

Queste sfumature portano ad alcune riflessioni: poco più di un quarto degli italiani possiede più di un immobile. Molti di tali immobili, che erano disponibili per il mercato (perché non si converte un immobile in cui è già presente un affittuario) sono stati riconvertiti dalla locazione per famiglie alla locazione ad uso turistico-ricettivo. Ciò da un lato ha portato alla riduzione degli immobili disponibili per i cittadini, condizione che ha condotto alcuni osservatori all’utilizzo del termine gentrification). C’è un elemento che va tuttavia considerato: non tutte le organizzazioni turistico-ricettive di tipo extra-alberghiero sono proprietarie degli immobili. Anzi. La maggior parte delle organizzazioni di questo tipo affitta un immobile disponibile e lo propone sul mercato delle strutture ricettive. Ciò significa, in termini di esposizione al rischio, che un eventuale calo dei flussi turistici si trasformerebbe in una perdita diretta sia per chi opera direttamente all’interno del mercato turistico, sia per i proprietari immobiliari, nel caso in cui tale soggetto risulti ad esempio inadempiente.

Le implicazioni di un eventuale calo turistico andrebbero sicuramente ben oltre questo aspetto: un calo del numero dei turisti, per come è impostata l’economia delle nostre città, implicherebbe minori ricavi per esercizi commerciali, per ristoranti, per bar e caffetterie, per i trasporti, per le Pubbliche amministrazioni (tassa di soggiorno). Tali minor ricavi si riverserebbero poi in ulteriori minori consumi territoriali: banalmente, se non ho bisogno di cambiare le lenzuola al mio BnB non ho bisogno di pagare la lavanderia, né ho bisogno di comprare nuovi prodotti igienici e affini.  Sciocchezze, per carità, ma il costo medio (tra pulizia, energia elettrica, check-in e check-out degli ospiti, materiale di consumo come caffè, carta igienica, e via discorrendo), per ogni posto letto può arrivare a circa 15€. Il che significa che, ipotizzando un anno senza turismo, senza tener conto dei minori ricavi delle strutture ricettive, e tenendo conto dei soli costi variabili (escluse tasse, affitti, ecc.), ci sarebbe una minor spesa da parte delle strutture turistiche giornaliera (minori economie territoriali) che calcolata per i quasi 3 milioni di posti letto censiti, e per l’intero anno turistico, inizia ad essere significativa. Perché è noto che il turismo genera economia, e come spesso si ripete, quest’economia ha tante interconnessioni settoriali, ma ciò a cui spesso si guarda con minore attenzione è quanto questa interconnessione settoriale possa essere aggressiva in caso di minori ricavi, derivanti, ad esempio, da un arresto o da un calo del flusso turistico.

Si tratta invece di un elemento importante da definire, perché attraverso proprio queste interdipendenze un calo del fenomeno turistico implicherebbe delle potenziali perdite per settori differenti da quello turistico in sé. La lavanderia, ad esempio, i trasporti, le entrate per le amministrazioni, le rivendite di caffè, le minori entrate da locazioni immobiliari. E questo ci porta ad un punto estremamente importante da sottolineare: la vulnerabilità geopolitica di una nazione che si espone in modo significativo al mercato turistico, soprattutto a seguito della progressiva estensione del ricorso ad azioni di natura terroristica da parte di organizzazioni internazionali o anche di nuclei isolati di persone. In tutta la sua brutalità, un attentato terroristico, azione che di per sé riflette una minaccia alla sicurezza, in un Paese fortemente esposto al comparto turistico, diviene un’arma in grado di minacciare, di quel Paese, anche l’economia.

Una condizione intuitiva e ovvia, ma che nel caso del turismo ha dei riflessi meno scontati. Il turismo ha una propria variabilità, che è dettata da mode e trend che in parte si possono indirizzare, in parte però sfuggono al controllo degli operatori. Nel caso di un attentato terroristico, quindi, è ovvio che, turistico o meno, un Paese si trova minacciato sia sotto il profilo della sicurezza interna e sociale sia sotto il profilo economico. Ma l’alea che è tipica del turismo espone il Paese turistico ad un livello di incertezza ancora più delicato: perché per ridurre i flussi di turisti, non è necessario sviluppare davvero un attentato. Basta anche la sola minaccia. Se un gruppo estremista minacciasse tutte le stazioni e gli aeroporti turistici di una determinata nazione, la scegliereste come luogo per le vostre vacanze o per il vostro week-end?

Ecco. Questo è il rischio geopolitico più grave. Divenire una nazione in cui, anche un colpo a salve, può creare non poche vittime.

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