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La vittoria saudita consolida una standing internazionale totale ormai raggiunta da Riad, che ospiterà l’Expo nell’anno in cui si compierà Vision 2030, il grande piano strategico con cui il principe ereditario Mohammed bin Salman immagina il futuro del regno di cui è già factotum (viste le pessime condizioni di salute che da anni affliggano suo padre, Re Salman).

Il Bureau International des Expositions (Bie), l’organizzazione intergovernativa che gestisce le esposizioni universali (o Expo), ha scelto Riad per ospitare l’Expo 2030. I 182 Paesi che compongono il Bie, ognuno dei quali aveva un delegato che poteva esprimere la propria preferenza, ha scelto la capitale saudita con un voto netto: 119 voti, seguono la sudcoreano Busan con 29 e Roma con 17.

Riad è lanciata verso uno sviluppo che tocca sia la sfera economica che quella geopolitica. E l’Expo diventa la ciliegina sulla torta di questo processo di crescita che è passato dall’abbandono di una linea aggressiva all’interno delle dinamiche di Golfo e Medio Oriente, a uno più concertato e diplomatico, orientato al tentativo di costruire per il Paese un futuro da riferimento globale, attraverso distensioni e normalizzazioni.

È un’occasione enorme per bin Salman – che ancora si deve cancellare dall’immagine il peso di vicende come l’uccisione del giornalista saudi-americano Jamal Kashoggi, di cui viene accusato di essere il mandante dalla Cia, e l’intervento in Yemen, in una guerra mai vinta e costata una crisi umanitaria devastante che dura da quasi un decennio. Il principe ha avviato il Paese verso uno sviluppo complesso, difficilmente comprensibile con le lenti occidentali: la questione dei diritti (delle minoranze, delle donne, civili, umani, lavorativi eccetera) sono affrontate dal nuovo corso del potere e stanno producendo cambiamenti ben assorbiti da larghe porzioni della collettività – giovane e istruita, quasi totalmente pronta a muoversi nella contemporaneità tecnologica, culturale e storico-politica. Ma seguono tempi e modi diversi da quelli delle democrazie liberali, non c’è dubbio.

Ma è logico che così sia. L’Arabia Saudita ha anche recentemente beneficiato di un extra bonus legato allo scombussolamento del mercato energetico prodotto dalla sciagurata invasione russa dell’Ucraina, e ha giocato anche su questo le sue carte. Riad ha perseguito i propri interessi come primo Paese per produzioni petrolifere, muovendo il cartello Opec per controllare i prezzi e ottenere il massimo dei profitti possibili. Perfettamente consapevole della transizione in corso, che è energetica ma per il regno è anche parte di quei complessi cambiamenti in corso, questo dossier ha portato in superficie la posizione multi allineata che sta caratterizzando l’attuale fase di potere di bin Salman.

Senza tralasciare le relazioni con l’alleato storico americano, ma continuando a dialogare con la Russia (all’interno del sistema allargato Opec+, sempre per il controllo dei prezzi degli idrocarburi) e approfondendo le relazioni con la Cina. Contemporaneamente bin Salman ha trovato spazio in nuovi meccanismi internazionali, come i Brics e lo Sco, e ha cavalcato le possibilità di muoversi verso Oriente, creando una nuova relazione con l’India che potrebbe fare del Paese lo snodo del concetto geostrategico di Indo Mediterraneo.

Ospitare l’Expo è parte conclusiva di quest’ultimo lustro di cambiamenti epocali che hanno caratterizzato il Paese e di questa nuove dimensione internazionale. Paese che è anche entrato con forza nel mondo degli sport internazionali (basta pensare l’esodo estivo di campioni europei che hanno spettacolarizzato la lega calcistica) tanto in quello degli investimenti worldwide. L’esposizione e i suoi progetti avveniristici rappresentano allo stesso tempo un’eccezionale opportunità e una sfida però. Perché ancora il regno soffre problemi di sicurezza, legati anche agli equilibri con l’Iran – con cui ha riaperto le relazioni, ma di cui soffre le componenti interne più aggressive che mobilitano i proxy regionali. Basta pensare ai pennacchi dei razzi lanciati dai miliziani yemeniti che hanno fatto da sfondo, un paio di anni fa, al gran premio di Formula 1 saudita.

L’enorme occasione sta anche nella possibilità di portare sul tetto culturale globale il mondo arabo islamico. Riad protegge i luoghi sacri dell’Islam, che diventano attrazione turistica ed esperienza per chi visiterà l’Expo, modo per avvicinare le altre culture a quella musulmana. Expo che poi a sua volta diventa il momento in cui le istanze di quei fedeli, appartenenti sovente al Global South, possono essere in qualche modo rappresentate con una voce ancora più forte (e più forte ancora lo saranno in futuro, se sarà una rinnovata Riad a farsene carico in qualche modo, questione che porta l’Arabia Saudita a competere con le grandi potenze del mondo). Infine, a Parigi c’è stata una vittoria da offrire anche simbolicamente alla causa palestinese, di cui il regno si è fatto protettore (anche se più per interesse legato al difficilissimo momento, che per vocazione reale).

Riad vince la gara per l’Expo. Bin Salman verso il suo 2030

La vittoria dell’Arabia Saudita porta Riad sulla vetta del mondo nell’anno in cui il piano strategico del regnante bin Salman si dovrebbe compiere. Expo 2030 con Vision 2030 diventano un elemento propulsivo per portare il regno tra i grandi del mondo

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