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Il problema non è risolto, anche se la boccata di ossigeno, per usare le parole del senatore di Fratelli d’Italia, Michele Barcaiuolo, è assicurata. Le imprese biomedicali, che debbono alle Regioni oltre un miliardo di euro sotto forma di payback, avranno tempo fino al 30 novembre per versare l’importo dovuto e valevole per il triennio 2015-2018. La vicenda è piuttosto nota, e riguarda quel meccanismo che impone all’industria biomedicale, in particolare a quella che rifornisce le regioni di dispositivi medici, di concorrere nella misura del 50% al disavanzo generato per l’acquisto dei suddetti beni.

A gennaio dello scorso anno, anche grazie all’interessamento della deputata di FdI, Ylenia Lucaselli, l’esecutivo ci aveva messo una prima pezza, sotto forma di stop al payback, almeno per quattro mesi, ovvero fino al 30 aprile. Poi era seguita una girandola di proroghe, nell’attesa che Palazzo Chigi, di concerto col Tesoro, individuasse le risorse necessarie, Def e Nadef alla mano, per strerilizzare parte dei versamenti dovuti dalle imprese, che in tutti questi mesi non hanno mai smesso di far sentire la propria voce. Ora un emendamento al Dl proroga in Commissione Finanze, fortemente voluto dallo stesso senatore, ha disinnescato la mina, ma solo per un po’. Ma ecco che una soluzione potrebbe profilarsi.

Bisognerà, infatti, trovare i fondi necessari, magari già nella manovra all’esame del Parlamento. “La proroga dei pagamenti del payback 2015-2018 è un segnale di apertura importante da parte del governo. Adesso chiediamo lo sforzo finale di cancellare questa norma iniqua e ragionare su una governance davvero efficace e non punitiva per le imprese né rischiosa per il Servizio sanitario nazionale”, ha commentato Confindustria dispositivi medici. E attenzione, perché questa è solo la parte relative all’industria biomedicale, perché c’è anche quella del farmaco che deve pagare la sua parte di payback.

Per il 2022 le aziende farmaceutiche dovranno pagare 1,26 miliardi di euro di payback sui farmaci, ha calcolato l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), la quale attribuisce le singole quote di ripiano della spesa farmaceutica per acquisti diretti, per lo scorso anno, attribuite ad ogni azienda farmaceutica. Va bene, ma adesso che succede? Fonti molto vicina al dossier consultate da Formiche.net confermano la volontà del governo e in particolare di Fratelli d’Italia di venire a capo della situazione. Per il momento, viene spiegato, ci si dovrà accontentare della proroga, anche per capire l’esito delle sentenze dei Tar, presso le quali molte aziende hanno presentato ricorso (lo scorso giugno il Tar del Lazio ha sospeso il versamento di parte del payback dovuto).

Poi però bisognerà trovare la quadra, forse non in questa manovra, troppo stretti i tempi, ma certamente entro i primi mesi del 2024. L’idea, viene detto, è quella di innalzare i tetti di spesa delle regioni, affinché non si possa fare più deficit e dunque sgravare le imprese dai rimborsi, ma per poterlo fare bisogna contemporaneamente immaginare ed attuare una ristrutturazione sulle modalità di programmazione controllo e rendicontazione. E la manovra attuale potrebbe portare i semi di tale operazione.

 

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