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Mentre il treno legislativo dell’AI Act dovrebbe arrivare prossimamente alla destinazione finale, non senza qualche imprevisto, il boom dell’intelligenza artificiale (IA) generativa, che ha contraddistinto l’ultimo anno, ha prodotto nel frattempo due scosse che stanno incominciando a risuonare sempre più forte a Bruxelles.

In primo luogo, l’ingresso sul mercato di strumenti di questo tipo ha rischiato e sta tuttora rischiando di mettere in crisi l’impianto stesso della proposta di regolamento europeo, che intendeva disciplinare i singoli usi della tecnologia, in base al loro livello di rischio. Nel momento in cui arrivano sulla scena modelli generalisti che rappresentano la pietra fondativa di applicazioni IA di ogni tipo la reazione naturale dei legislatori europei è stata di panico. D’altronde, sarebbe come prevedere norme costruttive sulla statica degli edifici guardando solo ai piani sopra la superficie della strada e ignorando le fondamenta, che nella fattispecie sono invece l’elemento più strategico. Allo stesso tempo, una regolazione stringente uniforme per tutti i modelli fondazionali rischierebbe di disincentivare eccessivamente l’innovazione. Così come prevedere norme più severe per i modelli più potenti (in principio, una possibile declinazione dell’approccio basato sul rischio seguito dalla Commissione nella sua proposta iniziale) potrebbe suonare il de profundis per le residue ambizioni europee di scrivere la storia dell’IA generativa con un ruolo da protagonista. Incentivando di fatto una specializzazione in applicazioni di minore impatto e dunque relegando le imprese e startup europee a un ruolo da comprimarie.

Se sul fronte delle regole si dovrà trovare presto un accordo per finalizzare l’AI Act prima della conclusione ormai incombente dell’attuale legislatura (anche se rimane da capirne l’eventuale robustezza a nuovi sviluppi tecnologici), c’è un altro aspetto evidente che al momento non fa i titoli a Bruxelles ma che potrebbe essere uno dei temi chiave del prossimo mandato delle istituzioni Ue. Tra i protagonisti dell’IA generativa al momento non ce n’è nessuno che abbia il passaporto di uno Stato membro Ue. Non sono europee né le grandi imprese tecnologiche, come già noto del resto, ma neppure le startup più di frontiera. Dei tredici unicorni (cioè startup con un valore di mercato superiore al miliardo di dollari) dell’IA generativa distintisi nel primo semestre di quest’anno, ce ne sono 9 americani, 2 canadesi e infine uno ciascuno per Israele e Regno Unito. Certamente ci saranno presto unicorni Ue (in pole position sembrerebbero posizionarsi attualmente la francese Mistral e la tedesca Aleph Alpha) ma il ritardo è già evidente e per alcuni addirittura incolmabile.

Su entrambi gli aspetti ma con un importante focus sulla competitività in particolare dell’Europa meridionale, si concentra lo studio “Intelligenza Artificiale: opportunità, rischi e regolamentazione”, presentato nei giorni scorsi a Bruxelles e realizzato da PromethEUs, una rete indipendente di quattro think sud europei – l’Istituto per la Competitività (I-Com) per l’Italia, il Real Instituto Elcano per la Spagna, la Fondazione per la Ricerca Economica e Industriale (Iobe) per la Grecia e l’Instituto de Politica Publica (Ipp) – Lisbona per il Portogallo.

La ricerca ha delineato lo stato dell’arte dell’ecosistema di intelligenza artificiale in ciascuno Stato membro UE – in particolare Italia, Spagna, Portogallo e Grecia -, sottolineando come il potenziale economico dell’IA sia attualmente sottovalutato sia dalle istituzioni europee che nazionali, che negli ultimi anni si sono concentrate soprattutto sulla definizione degli aspetti normativi piuttosto che delineare una politica industriale che potrebbe aiutare le imprese europee a riuscire in questo settore in rapida evoluzione e espansione. Un successo che deve essere centrato su entrambi i versanti principali: da un lato, lo sviluppo delle tecnologie, anche per poter influenzare con maggiore autorevolezza il dialogo internazionale che ha subito negli ultimi mesi una significativa accelerazione: dall’altro, non bisogna trascurare l’adozione tempestiva ed efficace degli strumenti di IA da parte delle imprese, un passaggio cruciale e irto di difficoltà specie in Paesi come quelli dell’Europa meridionale caratterizzati da un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese.

È dunque nell’interesse europeo e ancora più degli Stati dell’Europa meridionale promuovere strategie che guardino ad entrambi gli aspetti, sviluppo e adozione. Ben consapevoli che soprattutto il primo lo si può perseguire credibilmente solo in un quadro coordinato a livello europeo. E il secondo, che è cruciale perché si aumenti la produttività grazie all’IA, possa essere accompagnato da politiche per l’accrescimento e la riqualificazione delle competenze. Anche questo un nervo scoperto soprattutto di Italia e Grecia tra i quattro Paesi considerati nell’analisi. E una condizione necessaria perché il dispiegamento di nuove tecnologie non avvenga a scapito dei lavoratori (bensì eventualmente dei posti di lavoro).

Perché queste condizioni si realizzino occorre una forte attenzione contestualmente a livello europeo e di Stati membri. Ritornando agli auspici del Piano coordinato IA della fine del 2018, che prevedeva una serie di investimenti e azioni che in gran parte sono stati disattesi. Per responsabilità di Bruxelles ma soprattutto delle capitali europee, a partire da quelle più grandi.

 

 

 

Gli effetti su Bruxelles della duplice scossa dell’IA generativa. Scrive da Empoli

È stato presentato nei giorni scorsi lo studio “Intelligenza Artificiale: opportunità, rischi e regolamentazione”, e realizzato da PromethEUs, una rete indipendente di quattro think sud europei – l’Istituto per la Competitività (I-Com) per l’Italia, il Real Instituto Elcano per la Spagna, la Fondazione per la Ricerca Economica e Industriale (Iobe) per la Grecia e l’Instituto de Politica Publica (Ipp)-Lisbona per il Portogallo. Ne parla a Formiche.net Stefano da Empoli, presidente Istituto per la Competitività e autore de “L’economia di ChatGpt. Tra false paure e veri rischi” (Egea)

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