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Non usa mezzi termini per rispondere ai reporter che lo incalzano: “Quello che vedo nella regione è il comportamento irresponsabile e insidioso dei cinesi. Questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che sto anche assistendo a una decuplicazione delle esercitazioni multilaterali e multinazionali”. Così si è espresso il generale Charles Flynn, comandante della Us Army Pacific, commentando per la stampa le grandi manovre militari conclusesi poche ore fa nell’oceano Pacifico.

Più di 5.000 uomini statunitensi, thailandesi, indonesiani, inglesi e neozelandesi, appartenenti alle armi di terra, di mare e d’aria hanno preso parte ad un’esercitazione di 5 giorni profondamente diversa da quelle svoltesi fino ad ora. È la prima ad essere realizzata dal Joint Pacific Multinational Readiness Center (Jpmrc), centro di addestramento al combattimento ospitato dalla base militare di Fort Shafter presso Honolulu, dopo il suo riconoscimento come joint national training capability rilasciato nello scorso giugno.

I soldati coinvolti si sono impegnati in simulazioni live-fire con armi leggere e pezzi d’artiglieria, all’interno di scenari nella giungla. A supporto delle forze di terra sono stati impiegati elicotteri di vario tipo (dai Black Hawk per il trasporto di truppe e soldati feriti, ai Chinook per il sollevamento di carichi pesanti, fino agli elicotteri d’attacco Apache) e droni utilizzati per la sorveglianza e l’individuazione delle minacce. Il tutto tra l’arcipelago delle Hawaii e la Micronesia.

L’obiettivo è quello di testare la capacità delle truppe con attrezzature e sistemi di guerra moderni non su un’unica isola, ma su più territori separati da miglia di oceano, e di farle esercitare a combattere insieme alle forze dei Paesi partner, in ossequio ai principi di prontezza e interoperabilità. Sulla scia delle esercitazioni “Talisman Sabre” e “Garuda Shield” che hanno avuto luogo rispettivamente in Australia e Indonesia, così come di “Orient Shield” e di “Yama Sakura”. Anche se non vi è esplicita menzione, tali esercitazioni militari potrebbero essere studiate in funzione anticinese. Un’eventuale escalation legata a Taiwan potrebbe infatti dare il via a un conflitto prolungato, che potrebbe combattersi anche nei vari gruppi di terre emerse che popolano l’oceano Pacifico.

La crescente partecipazione e l’interesse per l’addestramento multinazionale congiunto “consente ai nostri partner e alleati nella regione di difendere la loro integrità territoriale, proteggere la loro sovranità nazionale, proteggere i loro popoli e proteggere le loro risorse,” ha affermato Flynn nel suo commento per i media. Sottolineando poi l’arsenale sviluppato dalla Repubblica Popolare Cinese sia stato sviluppato principalmente per contrastare il potere aereo e navale attraverso un approccio Anti-access/Area Denial, ma non contro forze terrestri mobili e distribuite come quelle che l’esercito americano del Pacifico dispiegherebbe in un ambiente arcipelagico durante un conflitto nella regione, sottolineando “l’enorme effetto deterrente” della questione.

La rilevanza della componente terreste all’interno dei processi di deterrenza nell’Indo Pacifico era già stata discussa durante una tavola rotonda alla Riunione ed Esposizione annuale dell’Associazione dell’Esercito degli Stati Uniti del 2023, tenutasi a Washington lo scorso ottobre. Anche in quell’occasione Flynn si era esposto al riguardo nel seguente modo: “Credo che l’architettura di sicurezza che unisce questa regione sia la potenza terrestre. Gli eserciti nell’area svolgono un ruolo centrale nella difesa del territorio e nella protezione della sovranità nazionale”.

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