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I leader di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania e Italia hanno partecipato nella serata di domenica 22 ottobre a un summit da remoto per discutere gli ultimi sviluppi della crisi in corso in Israele e a Gaza. C’è in arrivo l’operazione terrestre israeliana sulla Striscia, di cui i leader del Quint+ (Canada) potrebbero essere già informati, e visto il contesto che si sta creando — con gli attori anti-occidentali intenzionati a sfruttare la situazione a proprio vantaggio — un coordinamento è fondamentale.

La posizione occidentale 

Un resoconto della conversazione ha sottolineato l’importanza di evitare che il conflitto si estenda e richiami per evitare vittime civili: argomenti ormai classici dell’attività diplomatica attorno alla crisi innescata dal sanguinario attacco di Hamas del 7 ottobre. I sei leader hanno ribadito il loro “sostegno a Israele e al suo diritto di difendersi dal terrorismo e hanno chiesto di aderire al diritto umanitario internazionale, compresa la protezione dei civili”. In sostanza, la riunione sembra servita a costruire la posizione occidentale dando una sostanziale luce verde all’operazione d’invasione israeliana, ma con il perimetro del diritto internazionale (elemento che serve anche come forma di protezione a sostegno di quella posizione).

Mentre Hamas è riuscito ad attirare nuovamente  l’attenzione mondiale sul conflitto in Medio Oriente, la situazione è sfruttata per critiche all’Occidente (d’altronde ormai ogni occasione è buona). Nonostante l’alta possibilità di una pesante sconfitta militare, il gruppo palestinese, insieme ai suoi sostenitori, dall’Iran alla Russia fino in qualche modo alla Cina, hanno aperto un nuovo fronte. Utile per la Russia, perché distrae l’opinione pubblica dall’Ucraina e fiacca il peso mediatico del dossier; utile per la Cina perché permette di aprire un nuovo filone di critica anti-occidentale rivolgendosi al Global South.

Il consiglio europeo

Che l’attenzione è alta lo dimostra il fatto che i ministri degli Esteri dell’Ue stanno dando la massima priorità alla guerra tra Israele e Hamas durante la loro riunione di oggi in Lussemburgo — dove tra i temi prioritari dovevano invece esserci l’Ucraina e la situazione tra Armenia e Azerbaijan. Alcuni diplomatici europei sono preoccupati che il conflitto diventi una questione interna di primo piano nell’Ue, soprattutto per il timore di potenziali attacchi terroristici, come hanno evidenziato i recenti eventi in Francia e Belgio, nonché le proteste a Londra e Amsterdam. Si potrebbe aprire un nuovo filone divisivo.

A quanto pare, i ministri degli Esteri Ue stanno concentrando principalmente sugli aiuti umanitari, una sorta di comfort zone, più che sui futuri passi da compiere. I recenti colloqui di pace in Egitto hanno anche rivelato un divario significativo tra l’Ue e il mondo arabo, poiché le parti non sono riuscite a raggiungere un consenso su una dichiarazione congiunta. Anche per questo, è stata fatta circolare una bozza del documento in approvazione per la riunione del Consiglio europeo, che ci sarà il 26 e 27 ottobre, continente questo passaggio: “Il Consiglio europeo sostiene l’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite [Antonio] Guterres per una pausa umanitaria al fine di consentire un accesso umanitario sicuro e aiuti per raggiungere coloro che ne hanno bisogno”.

Mentre alcuni membri — tra cui il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e la ministra degli Esteri francese Catherine Colonna — hanno appoggiato l’appello onusiano per un “cessate il fuoco umanitario”, altri sono stati meno chiari al riguardo. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, per esempio, ha personalmente invitato il governo israeliano a evitare vittime civili nella sua offensiva a Gaza, ma ha anche espresso l’incrollabile solidarietà di Berlino nella lotta contro Hamas.

Necessità e distanze

Un avvertimento delle Nazioni Unite sottolinea la situazione disastrosa di Gaza a causa del blocco in corso, che ha spinto i suoi 2,3 milioni di abitanti sull’orlo della fame. Cindy McCain, direttrice statunitense del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, ha sottolineato l’urgente necessità di aiuti alimentari, affermando che le persone rischiano di morire di fame se non si riesce a fornire assistenza. È un contesto complesso, dove la posizione europea e american è sotto i riflettori: appoggiare Israele è un dovere morale tanto quanto l’evitare un dramma umanitario. E c’è chi da Pechino e Mosca è pronto a sottolineare ogni genere di ambiguità.

Una fonte del panorama politico israeliano spiega alcuni elementi del contesto: “Innanzitutto va valutato che né Israele e tanto meno Hamas sembrano al momento interessati a una mediazione esterna. Hamas d’altronde era consapevole delle conseguenze della propria azione, totalmente nell’ottica delle predicazioni sulla distruzione dello stato israeliano. Israele come dovrebbe reagire? Accettando quanto accaduto e mediando? Su cosa? Non c’è una questione territoriale, dato che Hamas controlla la Striscia da quasi vent’anni. E allora, come mediare con i terroristi barbari?”.

Quello che ormai viene definito “il massacro del 7 ottobre” ha enfatizzato la minaccia percepita per i cittadini israeliani. Ha avvelenato il contesto psico-sociale di insicurezza in cui vivono quei cittadini. Da qui si apre un discorso complesso riguardo alla percezione della mediazione. “Il mondo continua a credere nella possibilità di una mediazione — continua la fonte di Formiche.net che parla a condizioni di anonimato come molti policy maker israeliani in questo momento — ma come è possibile mediare con una situazione che coinvolge circa duecento civili di varie nazionalità detenuti da un gruppo terroristico? È evidente che solo dopo la liberazione degli ostaggi, e la distruzione di Hamas, sarebbe ragionevole prendere in considerazione nuove soluzioni per la pace e la coesistenza. Alcune potenze, come la Cina e la Russia, stanno giocando nello spingere soluzioni che per il momento sono non-starter senza la sicurezza di Israele”.

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