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La miccia è nota: un paio di scarpe firmate Manolo Blahnik, accompagnato dalla battuta sulle “barricate proletarie”. Il frame è altrettanto noto: se sei di sinistra (o progressista) e possiedi un oggetto o un accessorio costoso (anche se lo hai comprato con i tuoi soldi), allora non sei coerente con la tua collocazione politica. A questo si aggiunge un fattore ulteriore: Silvia Salis non è solo di sinistra (o comunque progressista) ma è anche una donna. Quindi, ciò che in qualunque altra situazione sarebbe stato giudicato per ciò che è, ossia una scelta estetica, stilistica, diventa oggetto di critica come se si trattasse di una presa di posizione politica. È attraverso questa scorciatoia polemica che il discorso si sposta prima dal piano politico a quello morale, e poi dalla morale all’estetica.

Il punto vero, naturalmente, è che questa richiesta di coerenza ideologica applicata a scarpe, borse, occhiali o vestiti è già in sé piuttosto ridicola. Non stiamo parlando di finanziamenti opachi, né di simboli pagati con risorse pubbliche, né di uno stile di vita incompatibile con un ruolo istituzionale. Stiamo parlando di acquisti privati, fatti con soldi propri, peraltro in una fase precedente all’attuale incarico pubblico, che vengono letti come prova politica. E già qui c’è una torsione molto italiana: la donna di sinistra non dovrebbe solo avere certe idee, dovrebbe anche consumare nel modo “giusto”.

Questo è molto chiaramente, un doppio standard, sia politico che di genere: la leadership esercitata da donne viene letta in un contesto che continua a valutarle anche attraverso stereotipi di genere, e la politica è il luogo in cui questi meccaniami sono più visibili. Quindi il tema non è tanto dire che l’estetica non conta in politica. Conta. Eccome. Ma conta in modo diverso se sei una donna: sugli uomini lo stile resta più facilmente assorbito nell’idea di autorevolezza. Sulle donne diventa più facilmente un test morale, una prova di autenticità, un varco per la delegittimazione.

I titoli di questi giorni lo mostrano in modo quasi fotografico: “Salis, la sindaca stilosa”, “L’automa”, “Instagrammabile”, “Sinistra coi tacchi alti”, “Effetto Carrie Bradshaw”, “Sindaca extralusso”, “Le scarpe e il vuoto”: titoli che suggeriscono che la lettura della sua leadership sia collegata all’ennesima polemica social, alimentando la solita riduzione a immagine, stile, faccia. Niente di nuovo, ci sono passate praticamente tutte le donne dell’arco politico repubblicano, compresa Elly Schlein, “colpevole” di aver assunto una consulente di immagine nel momento della sua ascesa a leader nazionale.

Eppure, qui c’è l’inghippo e la torsione paradossale; nel tentativo di ridurre Silvia Salis a figura “instagrammabile” e estetica, si finisce per accreditarla come figura che occupa spazio, attira attenzione, e che obbliga il sistema politico e mediatico a reagire. Perché Silvia Salis non è soltanto una che catalizza attenzione. È una che la sa usare.

Negli ultimi giorni il suo profilo è cresciuto su più registri. C’è il lato pop e memetico, certamente: il grande evento musicale di Genova con Charlotte de Witte è diventato materiale virale e social, contribuendo a consolidare un’immagine di figura politica che sa stare dentro i codici visivi contemporanei. Ma poi quella visibilità non resta lì. Viene reindirizzata rapidamente su iniziative più dense.

Il caso più chiaro è il convegno delle scorse ora sulla sicurezza urbana: Salis ha messo insieme sindaci come Sara Funaro, Matteo Lepore e Vito Leccese, con Franco Gabrielli come figura tecnica nazionale, e da lì ha costruito un messaggio politico preciso consentendole di occupare un tema ad alta sensibilità pubblica. E sempre con altri sindaci ha dialogato sul tema Olimpiadi estive 2036, proposta costruita insieme ai colleghi di Milano e Torino e ai presidenti delle tre regioni. Ha un modo per coniugare la propria storia sportiva e il proprio percorso nel Coni con l’attuale ruolo politico e di parlare, ad alto livello, di infrastrutture, sviluppo, rigenerazione urbana, grandi eventi e cooperazione interistituzionale. A questo si aggiunge l’intervista a Bloomberg, network internazionale, in cui Salis viene raccontata come possibile figura anti-Meloni, alimentando una costruzione di profilo nazionale.

Silvia Salis, insomma, sta gestendo in modo efficace dal punto di vista strategico ciò a cui siamo più reattivi: attiva l’attenzione dopaminica tipica delle polemiche social, in cui ogni evento diventa un “caso”. E la indirizza efficacemente su canali più solidi, strategici, politici. E questo meccanismo ormai siamo così assuefatti da non avere più la capacità – o il lusso, o il tempo – di farci caso, a determinare il rischio più grande di Silvia Salis: non azzeccare il “momentum”, saltare le tappe, bruciare in un fuoco (anche amico) di paglia.

La grande sfida di Salis sarà rimanere “l’ipotesi Silvia Salis” per ancora qualche mese, pena l’oblio come i tanti nomi che, al momento della decisioni politiche, sono affogati nel continuo su e giù delle montagne russe dei leader di questo Paese: idolatrati, criticati, vittimizzati poi – alla prova dei fatti – evaporati.

Oggi noi parliamo di Salis come una leader già strutturata ma il “momento propizio”, in politica, è tutto: non è ora che Silvia Salis deve “esplodere”, non è ora che le polemiche sterili la destabilizzano perché non è ora il tempo delle decisioni: ora Silvia Salis è ancora sopra le montagne russe dei social, delle polemiche, degli aneddoti, e fa ben a cavalcarle riportando l’attenzione su di sé e gestendola con sapienza.

Non è ora che Salis deve mostrare di che pasta è fatta: in quel momento, valuteremo il percorso della sua leadership, con o senza tacchi.

Tra scarpe e concerti, il vero rischio per Silvia Salis è non azzeccare il momento. L'analisi di Carone

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