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Nell’ultimo film di Luc Besson Dogman (2023), sceneggiatore e regista, ci sono molti temi come i produttori chiedono, l’audience si aspetta, e gli autori abilmente traducono in racconti forti e compatti, da inchiodare lo spettatore alla poltrona. Eccoli: violenza in famiglia; disabilità; la donna di colore che aiuta il bianco e viceversa; una attrice scolastica che diventa una star e poi tramonta; al contrario l’emarginato disabile che riesce a cantare in teatro addirittura brani famosi di Edith Piaf; e soprattutto tanti cani.

Già uno dei primi teorici del cinema, il boemo Václav Tille, notava che molti film (siamo nel 1908!) si somigliavano, in quanto inserivano nelle loro trame “soprattutto cani e bambini”. Come poteva Besson non accalappiare il pubblico, soprattutto quello del terzo millennio sempre più cinofilo, ma pronto a litigare con i suoi simili (dal condominio, passando per i parcheggi, gli stadi, gli uffici, nelle dimostrazioni di piazza), quell’essere umano che poi, all’alba o alla sera, educatamente lo si incontra a passeggio (per vie, giardini e parchi) con il proprio cane/cagnolino?

Come non poteva suscitare simpatia con prevedibili frasi filosofiche ad effetto: “amo più i cani che gli umani”; “i cani hanno tutte le qualità degli uomini senza i loro difetti”; “i cani hanno un solo limite: si fidano degli uomini”.

Dogman, badate, è un bel prodotto perché è un film astuto. Chi non soffre con il ragazzo Douglas quando il violento padre lo picchia o lo rinchiude in gabbia con i cani? Chi non sobbalza sulla poltrona quando viene colpito dalla fucilata del padre-padrone, che oltre a staccargli un dito gli causerà la paralisi delle gambe (la pallottola rimbalzando sul muro si conficcherà nella schiena del ragazzo), bloccandolo su una sedia a rotelle?

Chi non soffre con Dogman (un abilmente caleidoscopico Caleb Landry Jones) quando racconta la sua vita zeppa di soprusi e violenze, inclusa la breve illusione d’amore con la sua insegnante di sostegno, Salma (fresca e credibile Grace Palma, che gli fa amare Shakespeare)? Siamo, noi pubblico, tutti con Dogman, durante il film.

Ma dopo la proiezione, a freddo, ci accorgiamo che il film, in sede di sceneggiatura, non ha rinunciato a delle esagerazioni. Perché dipingere il fratello cattivo come un fanatico cristiano? Perché non evitare frasi ovvie, nella confessione alla psichiatra Evelyn (la composta e trasparente Jojo T. Gibbs) come “io nonostante tutto credo in Dio ma lui non crede in me”? Che l’explicit con i cani che eludono l’unica guardia del carcere locale (davvero improbabile), e uno di questi porta a Doug addirittura le chiavi per aprire la cella, sia una voluta metafora (la si accetta come durante il film abbiamo preso “per vero” che i cani, piccoli “Robin Hood”, organizzino furti nelle case, diretti da Doug) è in coerenza con la sentina fantastica che scorre dentro il dramma.

Ma la conseguente morte di Doug, appena fatto “evadere” dal carcere, nel centro della piazza, accasciatosi sull’ombra della croce di una chiesa, proiettata sull’asfalto, sa purtroppo di videoclip. E l’invocazione-sfida laica verso il Cristo, “sto venendo”, lanciata nei secoli da tanti artisti e personaggi, troppo prevedibile.

Dopotutto, non ci dispiace che Besson scelga uno stile che mescoli un flusso di stili: realistico (la confessione nel carcere); espressionistico e barocco (il bunker dove vive Doug); esageratamente belle époque (il teatro e la vita degli attori en travesti); documentaristico (il mondo della mafia locale e i rispettivi tipi); fantastico (la voluta esagerata abilità dei cani).

E, dal punto di vista filmico, soddisfa diversi palati dei cinéphiles, grazie al sapiente montaggio in alternato tra passato e presente, alla bravura degli attori, dei cani-attori, al perfetto trucco e uso dei costumi, alla musica, al rallenty nei momenti drammatici.

Il limite di Dogman, apologo dicotomico sulla cattiveria umana contrapposta alla bontà dei cani, è voler raccontare tutti i mali del mondo in un film solo. Un film che vale il biglietto ma non centra il capolavoro.

 

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